All’ultima edizione del meeting dell’amicizia di Rimini è stata presentata la mostra “Il bene di tutti” che riproduce gli affreschi del Buon Governo che Ambrogio Lorenzetti affrescò tra il 1337 e il 1339 nella Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena. Ne parliamo con Mariella Carlotti, curatrice della mostra.

Che cosa dipinse Lorenzetti e come un affresco del ’300 può essere contemporaneo?

“Ogni epoca agogna un mondo più bello”, scriveva il grande storico Huizinga. Nella sala dei Nove del palazzo Pubblico di Siena il mondo medievale ha dipinto il suo ideale di vita comune. Giudicare un’epoca è giudicare il suo ideale, magari mille volte tradito: un uomo, un popolo non è ciò che riesce a realizzare – in questo entrano in scena fattori non determinabili dalla volontà, ma ciò che desidera, ciò che costituisce il movente di ogni pensiero e di ogni azione.

La fede cristiana condivisa rendeva i senesi del Trecento tesi a realizzare una concordia in cui trovasse strada il compimento storico di ognuno. Negli affreschi di Lorenzetti si vede l’opposizione drammatica tra la ricerca del benessere proprio – origine di ogni violenza – e la tensione al bene comune, che mentre realizza una convivenza armonica, salva l’io, conservandone le dimensioni proprie, non riconducibili a un piccolo possesso, sproporzionato al suo animo.

L’effetto è un mondo più bello, una città e una campagna – come sono ancora quelle senesi, proprio per questa eredità – sulle quali si è stampata l’armonia di un’epoca. Un mondo più bello che è l’anticipo, come dice Jacopone da Todi, di quel “regno celesto / che compie omne festo / che ‘l core ha bramato”, quello dipinto da Duccio e da Simone nelle loro celeberrime Maestà.

Oggi c’è bisogno di riprendere in mano le ragioni di una convivenza che appare sempre più connotata da un individualismo che soffoca chi lo vive prima di chi lo subisce; c’è bisogno di capire perché la tensione al bene comune è l’unica dimensione adeguata del proprio tentativo.

Sulla porta che si apre a chi arriva da Firenze, Porta Camollia, c’è scritto:Cor magis tibi Sena pandit (Ancora di più – della porta – Siena ti apre il cuore). Siena è una città in cui è leggibile il cuore della nostra tradizione culturale: per questo la sua storia e quanto della sua coscienza si è impresso nell’opera dei suoi artisti possono aiutarci a ricomprendere perché il bene di tutti è proprio il bene di ognuno.

Tra il 1337 e il 1339 Ambrogio Lorenzetti realizzò nella Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena gli affreschi del Buon Governo. Nel momento più splendido della storia di Siena, il grande artista senese diede, con il linguaggio della bellezza, una suggestiva interpretazione del tema del bene comune, traducendo in immagini il Costituto senese del 1309, la prima “Costituzione” del mondo in volgare.

Sulle pareti della Sala del governo della città, Lorenzetti ha infatti rappresentato la grande alternativa posta di fronte ad ogni convivenza umana: o una tensione al bene comune che genera una città in cui domina la giustizia e la sicurezza; o un prevalere del bene proprio, fonte di ogni ingiustizia e violenza. Con indimenticabili allegorie, Lorenzetti rappresenta il grande dramma di chi governa: o il concepirsi al servizio di un popolo o il favorire una politica che ha come scopo se stessa.

E gli effetti di questa opzione sulla città e sulla campagna sono radicalmente diversi: sulla parete orientale c’è una città in cui si lavora, si costruisce, si commercia, si studia, ci si sposa e si mettono al mondo figli e una campagna che diventa un giardino in cui si viaggia senza paura;sulla parete occidentale un paesaggio urbano e rurale desolato, in cui nessuno più lavora, in cui la violenza è la cifra di ogni rapporto e sul quale aleggia la tetra figura della Paura.

San Bernardino da Siena ricordava questa drammatica alternativa ai suoi concittadini nelle sue prediche in Piazza del Campo, utilizzando proprio questi affreschi a sostegno del suo dire:

 

«Voltandomi a la pace, vego le mercanzie andare atorno, vego balli, vego racconciare le case, vego lavorare vigne e terre, seminare, andare a’ bagni, a cavallo, vego andare le fanciulle a marito, vego le grege de pecore, etc. … E per queste cose, ognuno sta in santa pace e concordia.
Guarda el suo opposito, a dire guerra! È una cosa ruvida tanto, che dà una rusticheza tanto grande, che fa inasprire la bocca. Voi l’avete dipènta di sopra nel vostro Palazo, che a vedere la Pace dipènta è una allegreza. E cosi è una scurità a vedere dipènta la Guerra dall’altro lato».

La tensione al bene comune della Siena trecentesca si è impressa come bellezza sulle pietre e sui campi di quella terra, a documentare anche visivamente che il bene di tutti è veramente il proprio bene, perchè salva le dimensioni proprie del cuore dell’uomo, non riconducibili a un piccolo possesso, sproporzionato al suo desiderio.

Da dove nasceva un mondo così? Qual è l’origine nell’io di questa tensione al bene di tutti? Una storia, sconosciuta ai più, risponde a Siena a queste domande.

Il 23 gennaio 1944, un violento bombardamento alleato colpì la periferia di Siena: la perdita più grave per il patrimonio artistico fu la Basilica dell’Osservanza, che fu quasi rasa al suolo. Sull’altare principale della chiesa era collocato un bellissimo Crocifisso ligneo – di cui erano rimasti ignoti, fino ad allora, autore ed epoca – che andò distrutto. Tra le macerie i frati ne trovarono però miracolosamente intatta la bellissima testa.

 


La sorpresa fu rinvenire, nascosta dentro la testa del Cristo, un’ampia pergamena: era un testo autografo dell’autore dell’opera, Lando di Pietro, grande orafo e architetto della Siena del Trecento a cui nessuno avrebbe attribuito una croce scolpita e dipinta. C’era anche la data, gennaio 1337, in cui il grande Crocifisso era stato fatto.

Ma nella pergamena c’è dell’altro: c’è una lunga, commovente preghiera che Lando rivolge alla Madonna e ai santi, perché affidino a Dio il suo destino, quello della sua famiglia e di tutti gli uomini.

Nello stesso anno in cui Ambrogio Lorenzetti dipingeva il Buon Governo nel Palazzo Pubblico, Lando di Pietro, un altro grande artista senese scolpiva il grande Crocifisso, ora andato distrutto. Ma paradossalmente proprio la distruzione dell’opera rivelava a tutti il cuore dell’artista: è questa tensione all’ideale che l’uomo vive nel segreto della sua esistenza quotidiana e che “nasconde” nella sua opera, la radice misteriosa che fiorisce nella concordia della Siena che Lorenzetti ha rappresentato nella Sala dei Nove.

Un mondo nuovo nasce da uomini che nascondono il loro desiderio e il loro ideale in quello che fanno: sembra niente, invece è da uomini così che è nata la nostra civiltà. È questo il punto misterioso in cui germina il bene comune, è questa la responsabilità di ognuno nella costruzione della città.

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