Per capire cosa sia la decrescita e come possa costituire il fulcro di un paradigma culturale capace di orientare sia le scelte di politica economica, sia le scelte esistenziali, è necessario in via preliminare fare chiarezza su cosa è la crescita economica. Generalmente si crede che la crescita economica consista nella crescita dei beni materiali e immateriali che un sistema economico e produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un anno. In realtà l’indicatore che si utilizza per misurarla, il prodotto interno lordo, si limita a calcolare – e non potrebbe fare diversamente – il valore monetario delle merci, cioè dei prodotti e dei servizi scambiati con denaro. Il concetto di bene e il concetto di merce non sono equivalenti. Non tutti i beni sono merci e non tutte le merci sono beni.

In un sistema economico e produttivo finalizzato alla crescita del prodotto interno lordo le innovazioni tecnologiche sono finalizzate ad accrescere la produttività, ovvero le quantità prodotte da ogni produttore nell’unità di tempo, indipendentemente dalle conseguenze che possano derivarne in termini di esaurimento delle risorse, di crescita dei rifiuti e di impatto ambientale. In un sistema economico e produttivo finalizzato alla decrescita le innovazioni tecnologiche sono finalizzate alla riduzione del consumo di risorse e di energia, della produzione di rifiuti e dell’impatto ambientale per unità di bene prodotto. (…)

La crescita ha bisogno di esseri umani incapaci di tutto. Solo chi non sa fare nulla è assolutamente dipendente dalle merci. Il paradigma culturale della crescita implica l’impoverimento culturale degli esseri umani. Il paradigma culturale della decrescita, riducendo l’incidenza delle merci nella soddisfazione dei bisogni esistenziali e potenziando l’autoproduzione di beni, richiede lo sviluppo e la diffusione di un sapere finalizzato al “saper fare” che rende più autonomi e liberi. Il paradigma culturale della crescita comporta il disprezzo del lavoro manuale e lo relega ad attività di rango inferiore. Il paradigma culturale della decrescita comporta una rivalutazione del lavoro manuale e artigianale, il superamento del lavoro parcellizzato, una ricomposizione unitaria del sapere contro la super-specializzazione che fa perdere la visione d’insieme di ciò che si fa, la riunificazione del sapere come si fanno le cose (cultura scientifica) con la ricerca del senso per cui si fanno (cultura umanistica).

Le città sono luoghi in cui l’autoproduzione di beni e la prestazione non mercificata di servizi alla persona trovano difficoltà difficilmente sormontabili. In città si deve comprare tutto ciò che serve per vivere, per cui tutte le attività lavorative sono esclusivamente finalizzate a ricavare denaro. Chi vive in città non può fare altro che produrre merci per poter comprare merci. Le città sono luoghi di mercificazione totale.

La sobrietà non è solo uno stile di vita, ma anche una guida per orientare la ricerca scientifica e le innovazioni tecnologiche a ottenere di più con meno. E’ la capacità di saper distinguere il più dal meglio, la quantità dalla qualità. La costruzione di edifici in grado di assicurare il benessere col minimo consumo di risorse, la progettazione di oggetti fatti per durare nel tempo, la riparazione invece della sostituzione, il riciclaggio e la riutilizzazione delle materie prime di cui sono fatti. Sebbene l’adozione di uno stile di vita basato sulla sobrietà abbia una valenza politica intrinseca perché contribuisce a una riduzione della domanda, tuttavia non esime da un impegno politico finalizzato a orientare le scelte pubbliche in base allo stesso criterio. I cittadini consapevoli della necessità di ridurre i rifiuti per ragioni etico-ambientali, non possono non impegnarsi politicamente affinché le pubbliche amministrazioni prendano le decisioni necessarie a realizzare un efficace sistema di raccolta differenziata, riuso e riciclaggio. Ma le scelte delle pubbliche amministrazioni ispirate a criteri di sobrietà non possono ottenere risultati significativi senza la partecipazione consapevole dei cittadini. I cittadini che decidono di usare i mezzi pubblici per ridurre l’inquinamento da traffico non possono non impegnarsi politicamente per indurre le pubbliche amministrazioni a porre limitazioni alla circolazione automobilistica e potenziare le reti di trasporto collettivo. La sobrietà può essere perseguita come scelta di benessere individuale, ma se si traduce in proposte a scelte politiche, i suoi benefici diventano incomparabilmente maggiori.

La sobrietà però non basta. E’ condizione necessaria, ma non sufficiente per la decrescita. Consente di ridurre il consumo di merci, ma se non si affianca all’autoproduzione e allo scambio non mercantile di beni non libera dalla necessità di acquistare sotto forma di merci tutto ciò che serve per vivere. Se ci si limita a comprare meno merci, si contribuisce soltanto a ridurre, o anche a invertire, la crescita del prodotto interno lordo, ma non a modificare il suo ruolo di parametro del benessere. Si cambia solo il valore delle tacche lungo lo stesso asse graduato, ma non si ridisegna l’asse. L’autoproduzione e gli scambi non mercantili di beni non solo possono contribuire in maniera determinante alla decrescita, ma liberano radicalmente dall’omnimercificazione l’immaginario collettivo, la conoscenza, i rapporti sociali, i criteri di interpretazione della realtà. Non si limitano a rallentare la velocità con cui la crescita sta portando la specie umana verso un precipizio senza ritorno, ma guidano in un’altra direzione il suo cammino.

di Maurizio Pallante – www.decrescitafelice.it