Servizi e composizione nel disegno urbano del quartiere di via Civitavecchia a Milano.

La recente ricerca nell’ambito della residenza e in particolare dell’housing sociale, rivela un rinnovato interesse riguardo alla qualità degli spazi collettivi, cioè dello spazio pubblico esterno agli edifici, e degli spazi di uso comune interni agli edifici stessi. Come nella migliore tradizione italiana degli anni ‘50 e in quella anglosassone/olandese degli anni ’60, gli ingressi, i collegamenti verticali, le coperture e i piani intermedi lasciati liberi, diventano occasione per disegnare spazi e luoghi destinati all’uso semipubblico dell’edificio, o addirittura accessibili a tutto il quartiere. Se nella tradizione dell’housing sociale le destinazioni avevano in genere un orientamento chiaramente funzionale (lavanderie, sale comuni, servizi) gli esempi più recenti mostrano una spiccata propensione al tempo libero, un concetto di leisure che genera terrazze, giardini pensili, palestre all’aperto o – addirittura – luoghi di incontro e contemplazione del paesaggio.

Il caso di via Civitavecchia rivela un particolare interesse per l’argomento, in quanto nel bando di concorso dal quale il progetto ha avuto origine, la richiesta di una dotazione servizi per la città e per il quartiere che si configurava, per la quantità e per le aspettative qualitative, come un vero progetto nel progetto (1).

Il progetto presentato, attualmente alle fasi finali della realizzazione, ha sviluppato il tema dei servizi sia a livello di disegno urbano, sia attraverso alcuni meccanismi compositivi capaci di rendere espressivi i comportamenti collettivi all’interno del disegno architettonico.

La traduzione di questo concetto nella realtà fisica delle soluzioni compositive e materiche alle diverse scale è, a mio avviso, il contributo più specifico che l’architetto progettista può offrire al dibattito sulla natura dei servizi nel progetto di housing contemporaneo.

1) Il concorso internazionale di progettazione bandito dal comune di Milano nel 2005 è stato vinto dal raggruppamento costituito da Consalez Rossi architetti associati e Vudafieri Saverino Partners. Il gruppo di progettazione è costituito da Lorenzo Consalez, Marcello Rossi, Claudio Saverino, Tiziano Vudafieri, Andrea Starr Stabile e Francesca Peruzzotti. Hanno collaborato al progetto Alberto Belli, Prisco Ferrara, Chiara Fiore, Elena Gelmetti, Enrico Scaramellini, Daria Trovato, Camilla Vecchi

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Il progetto

L’ipotesi di lavoro iniziale ha individuato nel processo di sviluppo del progetto l’aspetto più interessante di questo particolare concorso. I contenuti infatti erano individuati in maniera abbastanza precisa nei documenti pre-progettuali presenti nel bando.

La vera scommessa appariva in realtà, il modo in cui l’intreccio di vincoli economici, tipologico-normativi e i tempi ristretti potessero realmente permettere la qualità urbana che si intendeva realizzare e che comunque era indicata come valore determinante nella valutazione dei progetti dai documenti di bando.

L’area di progetto è un terreno di due ettari che costeggia il Parco Lambro ed è definita da un lato dalla sede della Rizzoli, con un grande parcheggio a fianco, dall’altro da un quartiere di case popolari. Una zona poco valorizzata, ma potenzialmente di grande valore, grazie alla presenza del parco che, in questo punto, è singolarmente bello.

L’ufficio responsabile del piano, nel Comune di Milano, ha fornito precise indicazioni quantitative e diagrammi di tipo pre-progettuale che rendessero esplicite le relazioni tra le parti, fino ad arrivare a proporre schemi distributivi.

Gli schemi riconoscono il ruolo dell’area come connessione tra il parco e la città, forniscono indicazioni topologiche di densità sulla distribuzione delle costruzioni e ipotizzano una distribuzione dei servizi diffusa all’interno del parco-quartiere.

Il progetto, a sua volta, determina la connessione di questa porzione del Parco Lambro con la città, trasformando implicitamente il quartiere in una zona filtro “parco-città”.

Questa idea viene esplicitata già nella prima fase della presentazione del progetto rinominando una fermata della  metropolitana: “Crescenzago” diventa “Crescenzago – Parco Lambro”. Il messaggio è chiaro: la nuova via per andare dalla città al parco è la metropolitana, mezzo attualmente trascurato. Questo punto del parco assume ora nuova importanza, modificando la polarità che vede attualmente gli accessi principali nel lato Sud, in prossimità del quartiere Feltre.

Il nuovo quartiere, composto da residenze e servizi, si trova in un’area stretta e lunga nella quale il parco termina, e il confine con il verde è disegnato da una grande linea che è anche un una sorta di diga, che individua la quota superiore su cui sono costruite le abitazioni per metterle al sicuro dalle esondazioni del fiume Lambro

La forma di questa grande curva diventa l’espressione diretta della sintesi tra parco e città, come una sorta di gigantesco “Ying e Yang”, di abbraccio, nel quale il quartiere si allarga nel parco e il parco stesso si protende verso la città.

Il carattere semiurbano dell’area determina la completa equivalenza, nelle scelte del progetto, del disegno del verde e dell’architettura.

Si viene a creare cioè una “terra di mezzo”, vera idea portante sia a livello planimetrico, sia a livello architettonico. Anche la composizione degli edifici, infatti, rispecchia il carattere individuato dell’area.

Al disegno planimetrico corrisponde una strategia che riguarda la definizione della consistenza degli edifici ed è molto semplice. La misura e la densità degli edifici diminuisce dalla città al parco e si sgrana del verde.

L’edificio a torre, che si attesta verso la città, si configura come un segno urbano, una sorta di landmark radicato alla linea della strada principale di accesso all’area. Man mano che ci si sposta verso il parco, le altezze degli edifici residenziali digradano fino all’edificio pubblico – completamente inserito nel parco – che ha un solo piano e contiene un edificio servizi, chiamato “Casa dell’acqua” che reinterpreta in termini contemporanei la tradizione orientale degli hammam. Il concept si riassume dunque nel passaggio graduale da Milano, la città costruita, alla vallata verde del Parco Lambro.

All’esterno delle case: servizi per la città

Nel progetto di via Civitavecchia le funzioni residenziali sono tutte definite dal bando, mentre alle funzioni di servizio pubblico viene lasciato un certo margine di libertà, oggetto di verifica successiva con gli uffici del comune. Il terreno è diviso in due zone, la prima destinata alla residenza, l’altra a disposizione per servizi e verde. Nel progetto è evidente la scelta di trasformare l’intero livello dello spazio aperto e del verde in parte integrante dei servizi alla città, indipendentemente dalle classificazioni urbanistiche correnti.

Il parco come servizio

L’importanza sociale attribuita al parco e allo spazio aperto – concepiti come parte strettamente integrante ai servizi urbanisticamente identificabili – ha contribuito a determinare il disegno compositivo del quartiere. Vi è infatti una stretta relazione tra la scelta di diminuire la densità degli edifici dalla strada al parco e alcuni accorgimenti architettonici di dettaglio.

La torre residenziale su Via Civitavecchia è pensata in termini urbani come una sorta di meccanismo paesaggistico. Il disegno della pianta, articolato sulle geometrie del parco, introduce dalla strada la varietà spaziale del quartiere e, contemporaneamente, segnala la discontinuità della città.

Seguendo lo stesso concetto, la facciata presenta un sistema di bucature che ospitano elementi di verde verticale integrati agli spazi collettivi dell’edificio.

Questo accorgimento sposa una tendenza contemporanea che vede il verde come elemento integrato agli edifici sia per motivi paesaggistici sia tecnico energetici, ma assume in questo caso un forte significato simbolico nella capacità di rappresentare un’anticipazione della materia verde del parco. La natura verde e porosa dell’edificio diventa, per chi lo osserva da Via Civitavercchia e dalla fermata metropolitana di Crescenzago, la porta del parco e il segno del suo rinnovamento.

La “Casa dell’Acqua”

Nell’elenco dei servizi richiesti dal bando figuravano tre ordini diversi di pertinenze, con servizi per le abitazioni, per il quartiere e per la città. L’ipotesi di progetto iniziale ha interpretato alle diverse scale (urbanistica, architettonica e distributiva interna) le richieste in modo tale da rendere possibile l’integrazione delle funzioni con il progetto, che è un fatto abbastanza ovvio, ma anche proponendo una sorta di reinterpretazione tematica dei concetti strettamente quantitativi della normativa. Così, in stretta relazione con il disegno dello spazio aperto e dell’accessibilità, è emersa la necessità di definire nuove categorie di servizi. A fianco delle scuole – nel quartiere è previsto un asilo – l’edificio che concentra le funzioni di servizio alla città è la “Casa dell’Acqua”.

Si tratta di un edificio difficile da classificare in termini urbanistici. è una sorta di centro benessere con vasche idromassaggio, saune, piscine, idroterapia, bagno turco che parte dal concetto dell’hammam interpretato dal punto di vista contemporaneo. Dal concorso alla fase di progetto esecutivo il nome dell’edificio è mutato da hammam a Casa dell’Acqua. La trasformazione, da una parte, rispecchia il funzionamento dell’edificio, che ha precisato nell’iter i suoi caratteri “occidentali”, ma, dall’altra, rivela anche una difficoltà di carattere normativo urbanistico . L’hammam infatti non esiste nelle categorie urbanistiche e per questo la Casa dell’Acqua ha richiesto un percorso complicato per essere classificato, mediando le caratteristiche di una palestra e quelle di una piscina.

L’esperimento normativo corrisponde a un innovativo modello gestionale. Questo edificio è infatti destinato a un’utenza mista, che integra funzioni di servizio in senso stretto a un modello economico capace di sostenere i costi di gestione della struttura.

La casa dell’acqua potrebbe funzionare, ad esempio, fino alle ore 17 a servizio del quartiere, con accessi riservati ad anziani e bambini e aprirsi poi, negli orari successivi, al pubblico della città. L’edificio della Casa dell’Acqua funziona allora sia come servizio al quartiere, sia come polo attrattore di popolazioni più ampie, in collegamento con il sistema Crescenzago – Parco Lambro. Nella parte più pregevole del quartiere, quella esposta sul parco, l’edificio servizi diventa un bar e ristorante e rappresenta la sintesi

e il punto d’incontro tra la realtà locale e gli utenti di tutta la città.

Il bar affacciato sul parco, all’estremità orientale dl quartiere si propone come il centro dell’attrazione urbana. In pratica il progetto introduce il nuovo concetto di “turismo urbano”, che descrive l’opportunità di usare parti di città per attività legate alla categoria del tempo libero.

Dentro le case: servizi per la residenza

Se la Casa dell’Acqua, gli spazi aperti e gli accessi al parco interpretano il livello dei servizi al quartiere e alla città, l’altro livello richiesto, quello dei servizi alla residenza, è rappresentato nel progetto da un fitto tessuto di aree comuni, locali di servizio e spazi di flessibilità. Anche qui la scelta di distribuire le funzioni in modo diffuso all’interno del quartiere si relaziona strettamente con le scelte progettuali, diventando elemento di disegno.

Le richieste del bando riguardavano fondamentalmente due temi.

I giardini sul tetto

La prima richiesta era quella di avere delle aree comuni all’interno delle case sia che rispondessero ad alcune funzioni che sono normalmente richieste, come portinerie, locali biciclette e sale riunione, sia che disegnassero uno strato di spazi di relazione non necessariamente specializzati. La strategia di insediamento di questi spazi è evidente nella sezione degli edifici residenziali. I servizi non sono infatti concentrati al piede degli edifici ma si distribuiscono ai vari piani fino alla copertura piana che è il luogo interamente dedicato a usi collettivi. Il diagramma del bando che rappresentava i servizi alla residenza come granelli sparsi nel quartiere è reinterpretato attraverso un analogo disegno in sezione. La relazione formale con la composizione architettonica degli edifici è evidente. Le case sono composte come dei blocchi di alloggi sovrapposti traforati da ampie logge a doppia e tripla altezza, e i buchi che trapuntano la facciata sono i luoghi che ospitano i locali comuni e il verde.

Altro luogo fortemente rilevante sia da un punto di vista funzionale, sia da un punto di vista espressivo, è il tetto abitato  delle stecche residenziali. Il progetto trae spunto, durante la fase di concorso, da alcuni complessi visti in Cina, nei quali gli abitanti usano le coperture piane per la ricreazione e, in particolare, per fare ginnastica tutti insieme a ore stabilite. La suggestione iniziale prevedeva un uso abbastanza indifferenziato, in pratica l’offerta di una potenzialità senza entrare nel dettaglio di funzioni precise, quasi che i tetti diventassero una prosecuzione dello spazio aperto della piazza al piede degli edifici e del parco.

Il fatto abbastanza sorprendente, almeno per noi progettisti, è stato il successo che la proposta ha ottenuto presso l’ufficio del Comune che soprintendeva alla realizzazione esecutiva dei quattro quartieri di “Abitare a Milano”. Durante gli incontri, infatti, la proposta di abitare i tetti delle case con spazi d’uso collettivi, originariamente limitata a due delle stecche residenziali, si è estesa a tutti gli edifici. L’interesse suscitato dalla proposta ha anche comportato una progressiva precisazione delle funzioni. Così i piani copertura di ogni singola stecca ospitano ora una sala comune per usi condominiali, ampie terrazze con elementi di seduta e giardini pensili e un ampio chiostro verde chiuso sui lati da pareti di rete metallica rivestite di verde rampicante che, come in una sorta di giardino segreto, può ospitare il gioco dei bambini nella più totale sicurezza.

Flessibilità

La seconda richiesta del bando riguardava la flessibilità delle residenze, cioè la possibilità di modificare o anche ampliare il taglio degli alloggi sia per adattarli alle differenti future esigenze demografiche, sia per permettere la permanenza di nuclei familiari che cambiano composizione. Il tema non è strettamente legato alla struttura dei servizi del quartiere, in quanto riguarda la composizione e la distribuzione degli alloggi privati, ma assume nel progetto un aspetto espressivo fortemente integrato. Lo spazio che permette la flessibilità interna degli alloggi é infatti lo stesso che ospita i servizi collettivi ai piani, cioè le logge scavate nei prospetti degli edifici. In questo modo le facciate diventano il diagramma delle funzioni più innovative e manifestano all’esterno la struttura sociale e relazionale del progetto.

Accorgimenti espressivi

Durante il processo che ha portato alla realizzazione del quartiere di Via Civitavecchia il desiderio di rendere espressivi i comportamenti collettivi all’interno del disegno dell’architettura ha accompagnato tutte le fasi del progetto, dalle scelte insediative descritte fino agli aspetti più materiali e di dettaglio della composizione.

Il concetto dello spazio collettivo come elemento di unione dell’intero quartiere, evidente a livello urbanistico, diventa un elemento di disegno molto preciso. La piazza prosegue idealmente attraverso il vano scala all’interno degli edifici attraversando gli spazi comuni delle logge fino all’ultimo piano che ospita sale comuni e giardini, e il materiale che riveste il percorso è lo stesso, nonostante le differenti esigenze tecniche, in modo da rimarcare anche da un punto di vista materico e sensoriale l’appartenenza pubblica del percorso e degli spazi attraversati.

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SCHEDA PROGETTO

Abitare a Milano /1, via Civitavecchia

Incarico pubblico dopo concorso internazionale

località: Milano , via Civitavecchia

anno: 2005

mq: 11.590 slp + 5.490 mq interrati

importo opere: 15.050.000,00 €

committente: Comune di Milano

L’affidamento dell’incarico è derivato dalla vittoria del concorso internazionale “Abitare a Milano/1” sull’area di via Civitavecchia. L’ipotesi di progetto è riconnettere il Parco Lambro con la città. L’idea urbana si specchia nel meccanismo planimetrico che disegna una parte di città che entra nel parco e, viceversa, fa avanzare il parco esistente nella città. Due sono le tipologie adottate per le residenze: la torre, edificio urbano per eccellenza, è un blocco disegnato di carattere quasi scultoreo. Le case Pcers, costruite come un sistema modulare di sei tipi di alloggi che si possono combinare. La combinazione degli alloggi non rimane però semplice espressione del meccanismo di aggregazione ma cerca – sia nella forma, sia nel colore – di individuare, un carattere architettonico compiuto riconducibile alla categoria del locale.

Progetto architettonico: Consalez Rossi architetti associati, Vudafieri Saverino partners, Francesca Peruzzotti, Andrea Starr Stabile

Collaboratori: Alberto Belli, Prisco Ferrara, Chiara Fiore, Elena Gelmetti, Enrico Scaramellini, Daria Trovato, Camilla Vecchi

Progetto strutture: ORPE srl, ing. Orlandini

Impianti meccanici: DIGIERRE3

Impianti elettrici: Radaelli associati

Impresa: Impresa Fantin Costruzioni, Impresa ICG

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Fotografie tratte dal progetto