Vorrei incominciare dal senso del design. Che relazione instaura il design con la nostra vita?

Il design, così come lo vedo io, è un fatto di antropologia più che di formalismo dell’oggetto. E’ pertanto collegato al senso umano del vivere, alla relazione con l’altro, con le cose e con i luoghi. Noi ci rapportiamo alle cose, nel senso che la persona stabilisce dei giochi profondi di sintonia o di repulsione con gli oggetti. Gli oggetti di cui ci circondiamo dunque ci rispecchiano. Infatti se ognuno di noi analizza ciò che gli sta attorno fa il ritratto di se stesso.

Il design deve stupire o deve servire?

Esistono molti “design”. C’è quello che deve servire, c’è quello che può stupire; c’è quello che è gentile e poetico e quello che è invece strettamente funzionale. Dipende dal tipo di oggetti. Certamente vige questo fatto antropologico: siccome noi abbiamo un’anima ed un sentire spirituale, se anche gli oggetti che ci circondano lo esprimono è un bene.

Parliamo un po’ dei grandi maestri del design italiano. I loro prodotti sono ancora dappertutto e ci stanno benissimo. Che cosa racconta di quella stagione?

Quando nel primo dopoguerra è stato inventato il design italiano c’erano 6 o 8 architetti, perché erano architetti non designer, che lavoravano con degli artigiani che stavano diventando dei piccoli industriali. Fu una connessione unica tra la capacità di pensare e quella di fare. Un caso straordinario di simbiosi. Il loro design era basato fondamentalmente su un senso dell’estetica, un po’ con la mentalità rinascimentale. Fuori da questi picchi c’era il kitsch che oggi invece è sempre più marginalizzato.

Come mai?

Perché c’è una enorme diffusione del design. Anche se meno eclatanti dei maestri, c’è una schiera di designer minori che sanno fare molto bene il loro mestiere. Il design è diventato un fatto diffuso. Le scuole di tutto il mondo generano ogni anno un numero impressionante di designer. Pensi che solo a Milano sono forse 5/6000. Pertanto la qualità media di estetica è migliorata. Oggi andando in giro per i negozi si trovano dei bei mobili e dei begli oggetti spesso disegnati da giovani di cui non sappiamo nulla.

La parola stessa “designer” viene utilizzata, non sempre a proposito, in riferimento a campi di attività nuovi. E’ una conseguenza della diffusione delle scuole i cui studenti quando finiscono gli studi trovano lavoro anche fuori dagli studi professionali.

Il design è nato in Italia, ma da tempo si è internazionalizzato. Che ruolo gioca oggi l’Italia nel mondo del design?

E’ vero che il design si è divenuto internazionale ed è vero che a fianco delle eccellenze italiane spiccano oggi molti designer bravi e famosi stranieri. Anche loro però possono essere bravi, possono realizzare le loro potenzialità perché lavorano con delle virtuose aziende italiane.

Che fase sta attraversando il design nel mondo?

Oggi nel design viviamo una fase di grande trasformazione tecnologica che ha portato alla ribalta materiali sintetici sofisticatissimi capaci di trasformare la tipologia e l’aspetto degli oggetti. E’ una fase interessante nella quale però vedo anche dei pericoli che sono quelli insiti nella tecnologia. Così come avviene nelle grandi architetture che talvolta, eccedendo in tecnologia, falsano gli obiettivi dei progetti. Non dobbiamo dimenticare che l’obiettivo dell’uomo non è la tecnologia, bensì l’uomo stesso.

C’è poi questo fiorire del design della virtualità che è tipico della Silicon Valley o delle nazioni dell’estremo oriente. Noi non siamo capaci di disegnare telefonini e simili, così come là invece non sanno disegnare un bel mobile.

Il design di oggi deve inoltre confrontarsi con le subentrate esigenze ecologiche e dei risparmi energetici che ormai sono diventati obblighi legislativi .

Come il design è contemporaneo? In che modo può dunque proiettare noi ed il nostro tempo verso futuro?

Nella storia del design ci sono stati dei momenti drastici come quando il Bauhaus ha azzerato gli stili o quando con le avanguardie sono stati fatti dei tagli radicali rispetto al passato. E’ la modernità che guarda sempre avanti per fare ogni cosa diversa da come era stata fatta prima.

Oggi siamo in una epoca post-moderna. La post-modernità lavora invece in circolo. Quindi magari nel circolo io mi trovo davanti a qualcosa del passato che oggi può funzionare benissimo e allora come progettista posso fruirne.

Lei ha detto che nell’epoca odierna arte e architettura non si sintetizzano, ma si assemblano.

E’ vero. Le grandi cattedrali ad esempio erano costruzioni dove si svolgeva la sintesi delle arti. Scultura, pittura e architettura diventavano in una maniera armonica dei sistemi chiusi e magici. Oggi invece, data l’estrema eterogeneità delle componenti in gioco, non si riesce più ad accostare le cose fra di loro in maniera armonica, ma lo si fa per assemblaggio. L’assemblaggio è un metodo di composizione estetica interessante, però indica un momento delle civiltà frammentato, dove non esistono delle sintesi.

Credo che sia sotto gli occhi di tutti la bruttezza di ciò che stato costruito a partire dal dopoguerra fino ad oggi. Lei prima ricordava che i grandi maestri del design italiano erano tutti architetti. Come mai chi ha inventato il design più bello del mondo poi non è riuscito a replicarsi nell’architettura?

L’architettura moderna che ci circonda è brutta per via di fatti politici e urbanistici; fatti che sovrastano il progetto di un edificio. A parità di problematiche in Olanda una città si può dire che è bella, mentre in Italia no. Si tratta di un fatto che trascende il singolo edificio per abbracciare anche il modo in cui viene concepito il governo del territorio. La bruttezza dell’architettura è un segno evidente del fallimento di tutti i piani regolatori e va considerato l’effetto causato della speculazione edilizia. Dello straordinario rapporto di simbiosi tra il designer e l’azienda produttrice che ha generato il design italiano e lo ha portato ai vertici mondiali, certo non c’è traccia in quello tra l’architetto e il costruttore.

Marco E. Tirelli