“Non cambieremo mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa bisogna costruire un nuovo modello che renda la realtà obsoleta. Noi dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere” è così che l’arch. Dante Benini, unendo in una unica citazione Richard Buckminster Fuller e il Mahatma Gandhi, interpreta la necessità per l’uomo di essere protagonista del proprio tempo e di vivere la contemporaneità e le sfide che la vita offre con responsabilità.

La contemporaneità è quella caratteristica che ci unisce e radica l’azione dell’Uomo nel tempo presente. Ogni momento storico ha una sua contemporaneità. Qual è la contemporaneità del momento storico in cui viviamo e come si inserisce nella sua esperienza di architettura?

Credo che la contemporaneità nell’architettura moderna e post-moderna sia sintetizzabile nel “mettere l’Uomo al centro”. Winston Churchill diceva “Noi disegniamo i nostri edifici e immediatamente dopo i nostri edifici disegnano noi”. Ecco io credo che questa sia una frase straordinaria, perché ci mette in condizione di capire che tipo di influenza comportamentale può avere l’educare attraverso gli spazi. Noi ci scandalizziamo per gli animali allevati in batteria e non ci meravigliamo per degli spazi “batterie” per uomini da lavoro. Stiamo riscoprendo che nell’architettura abbiamo due grandi ricchezze: lo spazio e la luce. E quando dico spazio non intendo dimensione. Lo spazio è l’illusione che se ne da. Il mestiere dell’architetto è quello di enfatizzarlo e far sognare. Io trovo che fare sognare all’uomo di vivere e non solo di lavorare sia un dovere per chi fa il nostro mestiere. Solo cosi possiamo giustificare che questo sia un lavoro reale.

Vuoi dire che l’architettura contemporanea deve avere una forte attenzione verso i luoghi di lavoro?

Certo! L’Uomo nella nostra società trascorre la maggior parte della giornata negli uffici: ecco perché questi spazi acquistano per noi architetti un valore straordinario. In passato era molto diverso. Il “luogo tipo” della vita di ciascuno di noi era la propria abitazione. Il luogo di lavoro era un accessorio. Oggi non è più così. Intanto con l’avvento dell’informatica e delle tecnologie legate alla telefonia cellulare l’ambito lavorativo travasa nella vita privata e la vita privata nel lavoro. Non esiste più una separazione netta di luoghi tra attività lavorative e non. Il risultato è che passiamo sempre più tempo sul luogo di lavoro o lavorando in luoghi prima dedicati ad altre attività.

Poi c’è da considerare che le aziende oggi pensano alla propria sede in termini di strumento di marketing. Essa serve per mostrare al mondo la propria identità e a rafforzare il senso di appartenenza all’organizzazione. Ed infatti assistiamo ad un fenomeno nuovo che è quello di portare la famiglia a vedere dove si lavora.

Mi sembra un evento interessante. Solo che poi quando torno a casa e vedo l’edilizia mediocre dove vivo forse desidero di più. C’è forse un’inversione della direttrice su cui viaggia la bellezza? Intendo nei tempi antichi il bello stava fuori della propria casa. Le cattedrali ne sono un esempio eclatante. Poi nei tempi moderni abbiamo incominciato a privatizzare la bellezza. La nostra casa è sempre più curata, mentre il fuori lo è sempre meno. Forse nell’epoca della post-modernità lo stimolo verso la bellezza viene anche dal luogo di lavoro?

Molto forte. E questo fenomeno può essere la tomba nella quale seppellire l’edilizia residenziale volgare degli ultimi 50 anni. Inoltre il concetto di bellezza ha oggi un significato nuovo che si affianca a quello dell’appartenenza ad una categoria estetica. “Bellezza” è oggi anche sinonimo di benessere, dove il “benessere” è una sorta di bellezza sociale. Dove c’è questo nuovo tipo di bellezza c’è meno aggressività. Da quando io ho fatto in Via Valtellina – era il 2000 – nessuno ha mai dovuto cancellare “Susy ti amo” o “Forza Inter” da quel muro bianco, da quella lavagna che ho realizzato. Vuol dire che la bellezza diventa immediatamente una proprietà comune. Quello che viene imbrattato è sempre percepito come “una recinzione”, mai uno spazio aperto che ti viene dedicato. Poi “i nostri edifici disegnano noi” vuol dire chi sporca è messo nelle condizioni di essere notato, ripreso e per questo di provare imbarazzo.

Ricordo di aver letto che quando Chiamparino sindaco di Torino riconsegnò alla città il quartiere di San Salvario riqualificato dal degrado sociale, prima fece anche rifare i marciapiedi e le strade, le facciate degli edifici affinché tutto fosse in ottimo stato. E da allora è tutto rimasto così ed anzi vi si è creata una comunità molto attiva con addirittura una agenzia per lo sviluppo del quartiere. Dunque l’architettura può avere una funzione educativa?

Wright pensava addirittura che l’architettura fosse come una sorta di crociata a favore della civilizzazione dell’uomo, fuori dai conformismi e dalle mode e favore di un architettura democratica, come espressione della dignità e del valore dell’essere umano.

Il nostro grande mestiere è quello di vanificare il “not to get emotionally involved”. Siamo talmente impegnati nel nostro, che ci facciamo scivolare di dosso quello che appartenendoci ci potrebbe infondere qualità. Ecco il nostro mestiere è quello di cercare di andare a colpire quel “frammento rosa in fondo all’anima” come avrebbe detto Battisti. Il nostro mestiere è quello di cercare di capire qual è il frammento rosa nell’anima di tutti.

In quest’ottica che richiamavi con il caso di Torino, la casa è la base fondamentale della democrazia, l’abitazione a prezzo contenuto è il vero problema degli architetti del mondo.

Il social housing è una bella sfida per gli architetti di oggi?

Per me non c’è nulla di più affascinante che di tentare di infondere qualità all’ambiente dove vivono gli uomini. Alla casa è legata al diritto di vivere e sognare che ogni uomo ha. Ecco perché diviene parte della sua dignità.

Io trovo che l’impegno nella progettazione di una casa sociale valga per un professionista un ideale e provo profonda ammirazione per chi vi si dedica. Ne provo molto meno quando la casa sociale è trattata in modo superficiale, con un gesto di volgare edilizia perché tanto è sociale.

Edilizia sociale non significa, superficialità nei contenuti e nelle forme. Ritengo più esatto il termine architettura democratica: abitazioni a prezzo contenuto, qualitativamente valide per permettere un benessere fruibile. Le tecnologie peraltro ci permetterebbero di realizzare moderni e funzionali edifici a basso costo. Progettare gli edifici sociali significa valorizzare quello che gli individui hanno in comune e non le diversità.

Mi sembra però che si parli tanto è vero di edilizia sociale, ma si faccia poco. Non credo la si ritenga una priorità quale invece è.

Come far convivere nello stesso spazio architettura contemporanea a fianco del classico, tradizionale, passato architettonico?

Bruno Zevi diceva: “Gli architetti dovrebbero studiare i classici per poi prenderne giustamente le distanze”. Questo non significa ovviamente che le due espressioni artistiche non possano convivere perfettamente.

Vivere il nuovo insieme al vecchio è semplicemente una modalità di convivenza umana, di rispetto reciproco. Il nuovo non deve mai prevaricare; il nuovo deve essere rappresentativo di quello che sei e di come vuoi esserlo. Lo storico deve essere amato perché là sono le nostre radici che sono imprescindibili, la nostra unica certezza.

Del mondo passato possiamo provare orgoglio, ma la nostra appartenenza può essere solo al mondo nuovo. Se non è così diventiamo spettatori della nostra vita come diceva Michelucci: “non crediamo nel nostro tempo e non lo amiamo. Abbiamo smarrito la coscienza di essere noi stessi a tesserne la trama. Ci sentiamo spettatori più che protagonisti”.

L’ultima battuta sulla contemporaneità con la quale mi lasci…

E’ contemporanea l’esigenza di una rivoluzione non cruenta che deve partire dagli uomini, dalla loro volontà di ricercare, dalla loro cultura. L’uomo deve produrre ideali e riscoprire il sociale: essere protagonista e non spettatore di questo tempo.

Marco E. Tirelli