Rabbino ortodosso e professore universitario, David Hartman è senza dubbio una delle voci più interessanti del pensiero ebraico contemporaneo. Fondatore dello Shalom Hartman Institute di Gerusalemme, che dirige dal 1975, Hartman si dedica allo studio delle fonti dell’ebraismo classico per offrire una morale nuova e un nuovo confronto dell’ebraismo con la modernità.

Sub specie humanitatis. Elogio della diversità religiosa raccoglie vari scritti dell’autore e rappresenta l’unica traduzione italiana dei suoi testi.

Pur appartenendo alla cosiddetta “nuova teologia ortodossa”, Hartman giudica ineludibile il confronto con la modernità. E la modernità è celebrazione del finito, dell’umano che usa criticamente la propria intelligenza, intesa come dono di Dio. È proprio la tradizione ebraica ad insegnare questa grande libertà di interpretazione, anche del testo biblico, e tale libertà non è sminuita dal fatto che a volte la si voglia attaccare in nome dell’ebraismo stesso.

Vivere nella storia non può significare trovare tutto il senso di ciò che vi accade, ma si è pienamente umani solo se si ricerca questo senso.

“Per Hartman è possibile una vita pienamente spirituale e religiosa che non sia basata su certezze assolute e dogmatismi. Egli valorizza per questo le stesse condizioni della moderna società secolare e democratica, pluralista e liberale, poiché esse rappresentano un’opportunità senza precedenti per insegnare e apprendere l’umiltà religiosa. Si può allora appartenere a una tradizione religiosa e parimenti alla modernità” (dalla Presentazione di Raniero Fontana).

L’ebraismo insegna che posizioni contrarie possono essere ugualmente valide e che la rivelazione non è sempre “pura e semplice”, ma può essere grezza e complessa. Il pensiero di Hartman si può riassumere in una battuta: “ «Fatti un cuore dalle molte stanze» (t. Sotah 7,12). Diventa una persona in cui differenti opinioni possano coabitare nel più profondo della tua anima. Diventa una persona religiosa capace di vivere con l’ambiguità, che può provare convincimento religioso e passione, senza il bisogno di semplicità e certezza assoluta”.

Il rifiuto della “semplicità ad ogni costo” diventa capacità di accettare i limiti dell’umano: “Noi non dobbiamo trascendere la finitudine umana allo scopo di sentirci degni. Noi non dobbiamo andare oltre il concreto e il temporale allo scopo di vivere una vita autentica”.

La vita autenticamente religiosa – e Dio stesso dopo il diluvio universale – non chiede di abdicare alla propria umana concretezza in favore di un ideale: “Grandi aspettative possono trasformarsi in un grande odio se non sono fondate in un apprezzamento dei limiti umani (…). Se si ama troppo il sogno, si può distruggere la realtà a causa sua”.

E l’accettazione dei limiti umani viene indicata da Hartman come l’unica via percorribile anche in Israele, luogo in cui la presenza del diverso si impone come ineliminabile: “La presenza della diversità nella società israeliana in termini di dignità dell’«altro», sia «l’altro» il cristiano, il musulmano o il palestinese, ci rende coscienti del fatto che nessuna persona o comunità esaurisce tutte le possibilità spirituali”.

Claudia Milani

David Hartman,
Sub specie humanitatis. Elogio della diversità religiosa,
Aliberti Editore, Reggio Emilia 2004