Riportiamo un ampio stralcio dell’articolo di Umberto Ambrosoli apparso il 9 maggio 2011 su “Il Corriere della Sera” a seguito dell’intervento del Presidente della Repubblica in occasione della Giornata della Memoria dedicata quest’anno ai magistrati “vittime del terrorismo” ed alle “vittime del dovere”.

“Le parole che dal Quirinale vengono rivolte al Paese in occasione della Giornata della memoria delle vittime del terrorismo hanno il carattere di puntuale utilità. In questi tempi, forse più che in altri, è infatti diffusa la sensazione che la via della prevaricazione abbia esercitato il suo fascino su molti al punto di affermarsi come modello (…). «L’altro», tanto più quello che ha nel suo pensiero, nel suo credo o nel suo ideale, la ragione della diversità, non è identificato quale pari, ne è destinatario di rispetto: egli sembra esser divenuto solo persona verso la quale esercitare la propria forza, colui a scapito del quale affermarsi. Il modello è da molti percepito come dominante e chi, per natura o cultura, non vi aderisce sente disagio e preoccupazione: la storia dell’uomo è, infatti, una lenta fuga dalla prevaricazione (…). Di più: chi non vi aderisce si sente impotente minoranza e, spesso, cede alla rassegnazione, cioè rinuncia all’ impegno, ritenendo che le proprie forze e quelle dei pochi che la pensano come lui nulla possano rispetto alla moltitudine. La speranza di un cambiamento ha così la sostanza di un sogno, e una reazione possibile ed efficace si immagina interpretabile solo da qualcuno di straordinario cui non sappiamo dare volto, ma che certo non cerchiamo nello specchio. Ecco la puntuale utilità delle parole del presidente della Repubblica. Egli ci propone una duplice chiave di lettura importante per questa ricorrenza: concentriamo il pensiero verso la «quotidiana serenità e umanità» delle persone delle quali oggi celebreremo le scelte, e guardiamo a quegli uomini non come a delle vittime della prevaricazione, ma come a persone che con naturalezza seppero vivere appieno la propria responsabilità, senza cedere alla paura, senza mettere se stessi e, addirittura, la propria vita prima dei diritti di tutti. Negli anni del terrorismo il pensiero che il Paese fosse alla deriva era diffuso, la gravità del momento era colta con nitore, la consapevolezza dell’ esigenza di una reazione era viva. Chi, tuttavia, ha memoria del sentimento dell’epoca, o lo cerca nei media di allora, vede come la speranza della sconfitta della violenza eversiva faticava ad essere affidata alla fiducia nelle istituzioni. Di più: il pensiero stesso della possibilità concreta di una svolta a scapito della violenza eversiva faticava ad affermarsi. E invece la reazione ci fu: efficace e diffusa. Perché, infatti, in quelle stesse istituzioni nelle quali alcuni non credevano, in quella stessa società che tantissimi ritenevano da superare e, comunque, inadeguata alla gravità del momento, molti seppero vivere il senso della propria responsabilità. Tanti seppero cogliere l’ occasione della propria funzione o professione, del proprio servizio o lavoro per fare in modo che il Paese non cedesse alla spirale della violenza e il diritto si affermasse. Così a scelte di singole persone, in tutto e per tutto uguali a come ciascuno oggi può sempre essere, dobbiamo la testimonianza di «quanto profonde fossero nel nostro popolo le riserve di attaccamento alla libertà, alla legalità, ai principi della convivenza democratica». Oggi più di altri giorni incontreremo l’immagine di taluni di coloro che seppero vivere la propria responsabilità affermando libertà fino all’ultimo, anche da chi ne minacciava la vita. Quei volti di persone come noi ci stimolano e ci ricordano che la responsabilità del Paese è affidata alla quotidianità di ciascuno di noi, quale che sia l’ ambito nel quale operiamo. Oggi, più di altri giorni, se vogliamo riscoprire, rinnovare o inaugurare l’ impegno per Italia, possiamo partire dal riconoscimento del primato della legalità e dall’ esercizio del rispetto per chi, con idee diverse dalle nostre, può solo aiutare nell’ individuazione della soluzione migliore.”

Umberto Ambrosoli