Francesco Cascino, Contemporary Art Consultant e Cooltural Projects Manager riflette sul presente attraverso le immagini degli artisti contemporanei. La realtà “reale” del mondo che evolve raccontata, per metafore e dispositivi formali, attraverso la realtà “virtuosa” della cultura.

Artista argentino innamorato e domiciliato in Italia, Gonzales vive a cavallo dei due mondi che si rifugiano l’uno nell’altro, da sempre. L’omaggio a Picasso questa volta non c’entra; l’opera surrealista del grande artista spagnolo è presa a spunto per denunciare la staticità di chi ama la storia dell’arte classica o, in questo caso, moderna e storicizzata. Il quadro è fatto tutto ed esclusivamente di pajettes, simbolo per eccellenza di moda e glamour, quindi vuotezza e caducità, status symbol privo di vera informazione culturale ed educativa. In sintesi Gonzales sta dicendo: se per mezzo mondo l’arte è solo quello che capite, allora non capite l’arte. L’arte segue il tempo, si evolve come si evolvono i mezzi e i linguaggi espressivi. Come si evolvono le auto, la moda stessa, il cibo, le case… Restare innamorati a vita di Picasso è un errore, per estremizzare il concetto, perché ormai è solo un brand, un marchio, un amore figlio di compesso di appartenenza al bel mondo. Ma non è più cultura contemporanea; è storia, insegna come eravamo, ma non come dovremmo o potremmo  essere oggi per rispondere al passare del tempo e viverlo pienamente mentre ci siamo.

Un artista argentino innamorato e domiciliato in Italia, che vive a cavallo dei due mondi che si rifugiano l’uno nell’altro, da sempre. L’omaggio a Picasso questa volta non c’entra; l’opera surrealista del grande artista spagnolo è presa a spunto per denunciare la staticità di chi ama la storia dell’arte classica o, in questo caso, moderna e storicizzata. Il quadro è fatto tutto ed esclusivamente di pajettes, simbolo per eccellenza di moda e glamour, quindi vuotezza e caducità, status symbol privo di vera informazione culturale ed educativa. In sintesi ci sta dicendo: se per mezzo mondo l’arte è solo quello che capite, allora non capite l’arte. L’arte segue il tempo, si evolve come si evolvono i mezzi e i linguaggi espressivi. Come si evolvono le auto, la moda stessa, il cibo, le case… Restare innamorati a vita di Picasso è un errore, per estremizzare il concetto, perché ormai è solo un brand, un marchio, un amore figlio di compesso di appartenenza al bel mondo. Ma non è più cultura contemporanea; è storia, insegna come eravamo, ma non come dovremmo o potremmo essere oggi per rispondere al passare del tempo e viverlo pienamente mentre ci siamo.

Davide Bramante nasce e vive in Sicilia, terra di grandi esoterismi sacrali, di calma e riflessione, di osservazione contemplativa della natura e del lento scorrere del tempo. Lui stesso ha scelto di vivere in Sicilia pur avendo mercati internazionali che lo amano e lo presentano nelle migliori gallerie. Perché la fretta è una cattiva consigliera, e lascia indietro emozioni e valori. Le sovrapposizioni dei sui molteplici scatti, mai digitali, frutto di grande perizia e competenza tecnica della fotografia ai massimi livelli (elemento strategico!), gli servono per esprimere un concetto fortemente educativo per chi convive con le sue foto tutti i giorni: le immagini del nostro mondo mediatico e della nostra quotidianità, si sovrappongono e non ci lasciano il tempo necessario per capire, vivere, respirarne l’essenza, coglierne l’anima. Pericolosissimo. E’ come dover fotografare per conservare il ricordo, è come non vivere. L’affollamento di informazioni, visive o uditive, non lascia spazio alla digestione, all’interiorizzazione, al possesso dell’attimo fuggente. Le sue foto sono straordinariamente belle quanto straordinariamente struggenti, nostalgiche, intelligenti e pungenti. Chi rifiuta di pensare, non avrà mai la consapevolezza del proprio tempo.

L'artista nasce e vive in Sicilia, terra di grandi esoterismi sacrali, di calma e riflessione, di osservazione contemplativa della natura e del lento scorrere del tempo. Lui stesso ha scelto di vivere in Sicilia pur avendo mercati internazionali che lo amano e lo presentano nelle migliori gallerie. Perché la fretta è una cattiva consigliera, e lascia indietro emozioni e valori. Le sovrapposizioni dei sui molteplici scatti, mai digitali, frutto di grande perizia e competenza tecnica della fotografia ai massimi livelli (elemento strategico!), gli servono per esprimere un concetto fortemente educativo per chi convive con le sue foto tutti i giorni: le immagini del nostro mondo mediatico e della nostra quotidianità, si sovrappongono e non ci lasciano il tempo necessario per capire, vivere, respirarne l’essenza, coglierne l’anima. Pericolosissimo. E’ come dover fotografare per conservare il ricordo, è come non vivere. L’affollamento di informazioni, visive o uditive, non lascia spazio alla digestione, all’interiorizzazione, al possesso dell’attimo fuggente. Le sue foto sono straordinariamente belle quanto straordinariamente struggenti, nostalgiche, intelligenti e pungenti. Chi rifiuta di pensare, non avrà mai la consapevolezza del proprio tempo.

Silenzio, parla la storia. Gregory Crewdson vive a Boston, docente di fotografia contemporanea a Yale, ha ristrutturato una chiesa sconsacrata e ci vive dentro. Poi un giorno vede Roma, sente il pericolo della decadenza, capisce che gli italiani amano il loro passato in maniera eccessiva, e questo li rallenta dalla ricerca del futuro o, almeno, del presente, e chiede di fotografare i set cinematografici abbandonati di CineCittà che vedete nell’opera. La sottile metafora dell’Italia. Sembrano ruderi della Roma antica, invece sono ruderi di scenografie usate mille volte per rappresentare la Roma antica nei vecchi film storici. Ma il silenzio che potete “sentire” nella sua magnifica foto è voluto, è la prova che la storia ha smesso di parlarci. O, meglio, ha smesso di parlarci di noi, parla solo di come eravamo. Il paradosso rappresentato in forma metaforica è un avvertimento prezioso: il cinema è finzione, l’architettura è funzione del pensiero, e il pensiero non può che andare al passo con i tempi.

Silenzio, parla la storia. Quest'artista di Boston, docente di fotografia contemporanea a Yale, ha ristrutturato una chiesa sconsacrata e ci vive dentro. Poi un giorno vede Roma, sente il pericolo della decadenza, capisce che gli italiani amano il loro passato in maniera eccessiva, e questo li rallenta dalla ricerca del futuro o, almeno, del presente, e chiede di fotografare i set cinematografici abbandonati di CineCittà che vedete nell’opera. La sottile metafora dell’Italia. Sembrano ruderi della Roma antica, invece sono ruderi di scenografie usate mille volte per rappresentare la Roma antica nei vecchi film storici. Ma il silenzio che potete “sentire” nella sua magnifica foto è voluto, è la prova che la storia ha smesso di parlarci. O, meglio, ha smesso di parlarci di noi, parla solo di come eravamo. Il paradosso rappresentato in forma metaforica è un avvertimento prezioso: il cinema è finzione, l’architettura è funzione del pensiero, e il pensiero non può che andare al passo con i tempi.

Giovane artista turca, usa la fotografia come mezzo espressivo ma il suo obiettivo, è il caso di dirlo, è raccontare le ansie e i desideri delle giovani donne medio orientali, le loro paure, le aspettative per il futuro mentre sono ancora gravate del pesante passato. Donne come le altre, che il mondo dei media qualifica a seconda della provenienza geografica e religiosa, come se le persone fossero diverse nella loro essenza. Naturalmente le persone sono diverse dal punto di vista culturale, ma la comunicazione le trasforma in donne dell’est, in donne dell’ovest, in donne “diverse” da chi guarda la notizia. Questa donna, in particolare, guarda il mare come il suo nuovo orizzonte, di fronte al quale è nuda, sola, senza qualifiche, senza aggettivi che ne cambierebbero la natura di essere umano. Una ricerca intelligente che ci spinge a riflettere sulle manipolazioni, volute o involontarie, che la comunicazione di massa ci restituisce dopo aver filtrato la realtà. Allora il paradosso dell’arte contemporanea ci informa su un dato spiazzante: la fotografia di una donna vera, per quanto sia una foto costruita con un soggetto messo lì per “recitare” una parte, ci racconta la verità. Una donna è una donna, e come tutte le donne del mondo, di fronte al mare, all’infinito, al mistero della vita e della terra, ha le stesse inquietanti domande. E questo le rende uguali a tutte le donne del mondo. Uguali a noi stessi.

Giovane artista turca, usa la fotografia come mezzo espressivo ma il suo obiettivo, è il caso di dirlo, è raccontare le ansie e i desideri delle giovani donne medio orientali, le loro paure, le aspettative per il futuro mentre sono ancora gravate del pesante passato. Donne come le altre, che il mondo dei media qualifica a seconda della provenienza geografica e religiosa, come se le persone fossero diverse nella loro essenza. Naturalmente le persone sono diverse dal punto di vista culturale, ma la comunicazione le trasforma in donne dell’est, in donne dell’ovest, in donne “diverse” da chi guarda la notizia. Questa donna, in particolare, guarda il mare come il suo nuovo orizzonte, di fronte al quale è nuda, sola, senza qualifiche, senza aggettivi che ne cambierebbero la natura di essere umano. Una ricerca intelligente che ci spinge a riflettere sulle manipolazioni, volute o involontarie, che la comunicazione di massa ci restituisce dopo aver filtrato la realtà. Allora il paradosso dell’arte contemporanea ci informa su un dato spiazzante: la fotografia di una donna vera, per quanto sia una foto costruita con un soggetto messo lì per “recitare” una parte, ci racconta la verità. Una donna è una donna, e come tutte le donne del mondo, di fronte al mare, all’infinito, al mistero della vita e della terra, ha le stesse inquietanti domande. E questo le rende uguali a tutte le donne del mondo. Uguali a noi stessi.

Importante è sempre sottolineare la provenienza degli artisti. Perché questo identifica il modo di vedere le cose; la provenienza ne innerva la cultura e, conseguentemente, la ricerca artistica ed espressiva. Cidda, fotografo romano, racconta il disincanto, le promesse non mantenute dagli eroi della nostra adolescenza, finiti tutti a tavola, come finiscono tutte le cose romane, dopo anni di battaglie e di slogan, di dimostrazioni di forza e onnipotenza, di eroismo, appunto, e di abnegazione. Sono tutti traditori, sono tutti Giuda, per quanto Cidda non creda affatto alla leggenda di Giuda; semplicemente lo usa da spunto, come tutto si usa in arte quando si ha bisogno di esplorare un concetto. Si ricorre ai luoghi comuni, a volte per confutarli, a volte per esprimere un concetto e renderlo comprensibile ai più o solo per avere una base di partenza concettuale sulla quale costruire l’idea e l’opera. L’Ultima Cena non è che un’icona presa in prestito dall’immaginario collettivo e dalla storia che lo ha originato, per chiedersi che fine ha fatto Batman, l’unico, l’irripetibile, l’originale. Gli occhi dell’adolescente, che Cidda suggerisce di usare mentre ricorre alla Fantasy, ci aiutano meglio a capire che le icone sono solo illusioni, e che la vera forza è nelle idee. E nella difesa etica ed estetica che se ne fa nella vita reale.

Importante è sempre sottolineare la provenienza degli artisti. Perché questo identifica il modo di vedere le cose; la provenienza ne innerva la cultura e, conseguentemente, la ricerca artistica ed espressiva. In questo caso, il fotografo romano, racconta il disincanto, le promesse non mantenute dagli eroi della nostra adolescenza, finiti tutti a tavola, come finiscono tutte le cose romane, dopo anni di battaglie e di slogan, di dimostrazioni di forza e onnipotenza, di eroismo, appunto, e di abnegazione. Sono tutti traditori, sono tutti Giuda, per quanto l'artista non creda affatto alla leggenda di Giuda; semplicemente lo usa da spunto, come tutto si usa in arte quando si ha bisogno di esplorare un concetto. Si ricorre ai luoghi comuni, a volte per confutarli, a volte per esprimere un concetto e renderlo comprensibile ai più o solo per avere una base di partenza concettuale sulla quale costruire l’idea e l’opera. L’Ultima Cena non è che un’icona presa in prestito dall’immaginario collettivo e dalla storia che lo ha originato, per chiedersi che fine ha fatto Batman, l’unico, l’irripetibile, l’originale. Gli occhi dell’adolescente, che ci suggerisce di usare mentre ricorre alla Fantasy, ci aiutano meglio a capire che le icone sono solo illusioni, e che la vera forza è nelle idee. E nella difesa etica ed estetica che se ne fa nella vita reale.