Con questo articolo inauguriamo la rubrica “Uomini normali” nella quale desideriamo riscoprire alcune personalità e la loro testimonianza di vita. Gli “Uomini normali” sono esseri umani, comprendono perciò sia maschi che femmine. In momenti nei quali forse troviamo in noi stessi una propensione a cogliere della vita e del mondo  i “cattivi esempi”, crediamo sia importante riscoprire persone che hanno vissuto vite responsabili lasciando segni che oggi possiamo cogliere e fare nostri. 

Dom Hélder Camara


Dire in poche righe di Hélder Camara è una impresa semplicemente impossibile. Troppo enorme ed ancora oggi ampiamente incompresa fu la sua figura per essere riassunta in uno scritto.

Don Hélder è stato uno dei protagonisti dell’epoca più recente della storia della Chiesa, quella iniziata con il Concilio Vaticano II. Brasiliano, arcivescovo di Recife, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Brasiliana, ripetutamente candidato al premio Nobel per la pace, Hélder Camara è stato testimone di una Chiesa per i poveri e con i poveri.

Nominato vescovo per prima cosa vendette l’episcopio (la residenza del vescovo)  trasferendosi in una stanzetta attigua alla chiesa che fu la sua casa fino alla sua morte, l’anello, la croce pettorale d’oro devolvendo il ricavato di queste vendite alle innumerevoli opere di giustizia a favore degli ultimi di cui fu promotore ed attivo protagonista.

Soprannominato il “vescovo delle favelas”, fu un uomo enormemente scomodo per il potere costituito che cercò in tutti i modi di piegarlo. Forse troppo noto perché si potesse assassinarlo come venne fatto a San Salvador con Monsignor Romero,  fu comunque oggetto di continuate minacce ed intimidazioni. Molti suoi collaboratori furono aggrediti, torturati, assassinati e mai mancarono scritte minacciose e scariche di mitra ad ornare i muri della sua povera abitazione.

Il suo vicario per Olinda, dom Marcelo Carvalheira, fu imprigionato a lungo in un carcere nel quale testimoniò che in cui ogni giorno udiva le urla dei torturati; un suo segretario fu assassinato e letteralmente fatto a pezzi e molti laici che collaboravano con lui furono sequestrati e scomparvero o tornarono a casa annientati da orrende sevizie.

Fu ispiratore e  fertilizzante in ambiti di vita dei più svariti. Ispirò la musica de “La sinfonia dei due mondi”  musicata dallo svizzero Pierre Kaelin ed il balletto: “Robot: con chi danzerai tu?”  messo in scena dal coreografo francese Maurice Béjart.

Morì serenamente nel 1999. Così come per Monsignor Romero non è in corso attualmente per lui alcuna causa di beatificazione.

Nel 1974 Oriana Fallaci gli fece una lunga intervista. Per quanti sentono ancora la “scottatura” della sua esperienza e per quanti invece lo conosceranno per la prima volta leggendola, ne riportiamo di seguito un ampio stralcio.

ORIANA FALLACI. Corre voce, don Helder, che Paolo VI la chiami “il mio arcivescovo rosso”. E in realtà lei non dev’essere un uomo comodo per il Vaticano. Deve fare paura a parecchia gente là dentro. Vogliamo parlarne un poco?

HELDER CAMARA. Guardi, il Papa sa benissimo ciò che fo e ciò che dico. Quando denuncio le torture in Brasile, il Papa lo sa. Quando mi batto per i poveri e pei detenuti politici, il Papa lo sa. Quando viaggio all’estero per sollecitare giustizia, il Papa lo sa. Le mie opinioni egli le conosce da tempo perché ci conosciamo da tempo. Per l’esattezza, dal 1950, quando era segretario di stato. Non gli nascondo nulla, non gli ho mai nascosto nulla. E, se il Papa ritenesse che fo male a fare quello che fo, se mi dicesse di smetterla, smetterei. Perché sono un servo della chiesa e conosco il valore del sacrificio. Però il Papa non me lo dice e se mi chiama “il suo arcivescovo rosso” lo fa scherzosamente, affettuosamente, non certo come lo fanno qui in Brasile dove chiunque non sia reazionario viene definito comunista o al servizio dei comunisti. L’accusa non mi tocca. Se fossi un agitatore, un comunista, non potrei entrare negli Stati Uniti e riceverci le lauree honoris causa dalle università americane. Dopo tale premessa, tuttavia, devo chiarire che con le mie idee e i miei discorsi io non impegno l’autorità del Papa: ciò che dico o fo è mia esclusiva responsabilità personale. Il che non mi trasforma in eroe: non sono mica il solo a parlare. Le torture in Brasile, ad esempio, sono state denunciate anzitutto e soprattutto dalla commissione pontificia la quale impegna l’autorità del Papa. Il Papa stesso le ha condannate, e la sua condanna conta più di quella d’un povero prete che non fa paura a nessuno in Vaticano.

OF. Un povero prete che è un principe della Chiesa, che è uno degli uomini più rispettati e ammirati del mondo. Un povero prete cui pensano di dare il Premio Nobel per la pace. Un povero prete che quando parla delle torture riesce a riempire l’intero Palazzo dello Sport a Parigi e a svegliare la coscienza di milioni di persone in ogni paese. Vogliamo parlare di questo, Don Helder?

HC. Be’, andò così. Ero a Parigi e mi si chiese di raccontare la verità. Risposi: certo, il dovere di un religioso è anche informare, specie a proposito di un paese come il Brasile dove la stampa è controllata o asservita al governo. Incominciai ricordando che avrei parlato di un crimine assai familiare ai francesi che se n’erano resi colpevoli durante la guerra d’Algeria: la tortura. Aggiunsi che tali infamie avvenivano anche per la debolezza di noi cristiani, troppo abituati a inchinarci dinanzi al potere e alle istituzioni oppure a tacere. Spiegai che non avrei raccontato nulla di nuovo perché non era più un segreto che ai detenuti politici si infliggessero sofferenze disumane, da Medio Evo: documenti irrefutabili erano già stati pubblicati ovunque. Poi descrissi metodi di tortura: dalle scariche elettriche al pau de arara. E narrai episodi che io stesso avevo controllato. Ad esempio, il caso di uno studente al quale erano state fatte cose tanto orribili che s’era buttato dalla finestra della sede della Polizia. Luis De Ledeiros è il suo nome. E la storia, nelle sue linee essenziali, è questa qui. Non appena informato che Luis De Ledeiros era in ospedale, mi precipitai da lui insieme a uno dei miei consiglieri. E riuscii a vederlo. A parte il tentativo di suicidio, era in condizioni spaventose: tra l’altro gli avevano strappato quattro unghie e schiacciato i testicoli. Il medico che lo curava confermò e mi disse: vada dal governatore, che è medico, gli dica di venire qui a esaminare i corpi dei torturati. Era ciò che cercavo: avere in mano, finalmente, una testimonianza diretta. Subito mi recai al palazzo del governatore, col mio vescovo ausiliario, e feci denuncia. Quindi inviai la denuncia a tutte le parrocchie, tutti i vescovi, e alla conferenza dei vescovi.

OF: Don Helder, non c’è parola sfruttata come la parola giustizia. Non c’è utopia come la parola giustizia. Cosa intende lei per giustizia?

HC: Giustizia non significa imporre a tutti una identica quantità di beni in un identico modo. Ciò sarebbe atroce. Sarebbe come se tutti avessero lo stesso volto e lo stesso corpo e la stessa voce e lo stesso cervello. Io credo al diritto d’avere visi differenti e corpi differenti e voci differenti e cervelli differenti: Dio può permettersi il rischio d’essere giudicato ingiusto. Ma Dio non è ingiusto e vuole che non vi siano privilegiati e oppressi, vuole che ciascuno riceva l’essenziale per vivere: restando diverso. Allora cosa intendo io per giustizia? Intendo  una migliore distribuzione dei beni, sia su scala nazionale che internazionale. C’è un colonialismo interno e un colonialismo esterno. Per dimostrare quest’ultimo basta ricordarsi che l’ottanta per cento delle risorse di questo pianeta sono nelle mani del venti per cento dei paesi, cioè nelle mani delle superpotenze o delle nazioni al servizio delle superpotenze. Tanto per dare due piccoli esempi basti dire che negli ultimi quindici anni gli Stati Uniti hanno guadagnato sull’America Latina ben undici miliardi di dollari, è una cifra fornita dall’ufficio statistiche dell’università di Detroit; basti dire che per un trattore canadese la Giamaica deve pagare l’equivalente di 3200 tonnellate di zucchero… Per dimostrare il colonialismo interno, invece, basta occuparsi del Brasile. Al nord del Brasile vi sono zone che definire sottosviluppate sarebbe generoso. Altre zone che ricordano la preistoria: in esse gli uomini vivono come al tempo delle caverne e sono felici di mangiare ciò che trovano nella spazzatura. E a questa gente io che gli racconto? Che devono soffrire per andare in Paradiso? L’eternità incomincia qui sulla terra, non in Paradiso.

(…)

OF: Don Helder, a quella giustizia alcuni intendono giungere con la violenza. Cosa pensa della violenza quale strumento di lotta?

HC: La rispetto. Ma qui c’è un ragionamento da fare. Quando si parla di violenza non si deve dimenticare che la violenza numero uno, la violenza madre di tutte le violenze, nasce dalle ingiustizie. Si chiama ingiustizia. Così i giovani, che tentano di interpretare gli oppressi, reagiscono alla violenza numero uno con la violenza numero due, cioè la violenza corrente, e questa provoca la violenza numero tre, cioè la violenza fascista. È una spirale. Io, come religioso, non posso e non devo accettare nessuna di queste tre violenze, però la violenza numero due posso comprenderla: appunto perché so che ad essa si giunge attraverso le provocazioni. Io detesto chi resta passivo, chi tace, e amo solo chi si batte, chi osa. I giovani che in Brasile reagiscono alla violenza con la violenza sono idealisti che ammiro. Purtroppo la loro violenza non conduce a nulla e così devo aggiungere: se vi mettete a giocare con le armi, gli oppressori vi schiacceranno. Pensare di affrontarli sul loro piano è pura follia.

(…)

OF: Nella storia del mondo hanno vinto sempre coloro che osavano l’inosabile. E i giovani…

HC: Se lei sapesse come io capisco i giovani! Anch’io da giovane ero impaziente: al seminario ero un tale contestatore che non riuscivo a diventare figlio di Maria. Chiacchieravo nelle ore dedicate al silenzio, scrivevo poesie sebbene fosse proibito, polemizzavo coi miei superiori. E le nuove generazioni di oggi, mi riempiono di ammirazione, perché son cento volte più disobbedienti di quanto lo fossi io, cento volte più coraggiose di quanto lo fossi io. Negli Stati Uniti, in Europa, ovunque. Non so nulla dei giovani russi, ma sono certo che anche loro tentano qualcosa. Sì, lo so che pei giovani d’oggi è tutto più facile, perché hanno più informazioni, più comunicazioni, hanno la strada che la mia generazione ha lastricato per loro. Ma la usano così bene quella strada! V’è in loro una tale sete di giustizia, di rivolta, un tale senso di responsabilità. Sono esigenti verso i loro genitori, i loro professori, se stessi. Voltano le spalle alla religione, perché si sono accorti che la religione ha tradito. E sono sinceri quando incontrano la sincerità, la sensibilità. Tempo fa vennero a trovarmi alcuni giovani marxisti, e, con una certa arroganza, dissero di aver deciso di accettarmi. Senti senti, risposi io, supponiamo allora che io non accetti voi. Ne derivò una discussione accesa, anzi dura, ma finì in un abbraccio. I giovani d’oggi non solo li amo, li invidio: giacché hanno la fortuna di vivere la loro giovinezza insieme alla giovinezza del mondo. Ma lei non può impedirmi d’essere vecchio, e quindi d’essere saggio, non impaziente.

OF: D’accordo. Allora, Don Helder, le chiedo: quali sono le soluzioni che la sua saggezza ha trovato per cancellare l’ingiustizia?

HC: Chiunque abbia la soluzione in tasca è uno scemo presuntuoso. Io non ho soluzioni. Ho solo opinioni, suggerimenti, che si riassumono in due parole: violenza pacifica. Cioè non la violenza scelta dai giovani con le armi in mano, ma la violenza, se vuole, già predicata da Ghandi e da Martin Luter King. La violenza di Cristo. La chiamo violenza perché non si contenta di piccole riforme, revisionismi, ma esige una rivoluzione completa delle strutture attuali: una società rifatta da capo. Su basi socialiste e senza spreco di sangue. Non basta lottare pei poveri, morire pei poveri: bisogna dare ai poveri la conoscenza dei loro diritti, e della loro miseria. Bisogna che le masse avvertano l’urgenza di liberarsi e non  d’essere liberate da pochi idealisti che affrontano la tortura come i cristiani affrontavano i leoni nel Colosseo. Farsi mangiare dai leoni serve a ben poco se le masse restano sedute a guardare lo spettacolo. Ma come facciamo a rizzarli in piedi, replicherà lei, questo è un gioco di specchi! Be’, io sarò un utopista, un ingenuo, ma dico: è possibile “coscientizzare” le masse e, forse, è possibile aprire un dialogo con gli oppressori. Non esiste uomo che sia completamente cattivo, perfino nella più infame delle creature si trovano elementi validi: e se riuscissimo in qualche modo a fare un discorso coi militari più intelligenti? Se riuscissimo addirittura a indurli a una revisione della loro filosofia politica? Essendo stato un integralista, un fascista, io conosco il meccanismo del loro ragionamento: potrebbe anche darsi che riuscissimo a convincerli che quel meccanismo è sbagliato, che torturando e uccidendo non si ammazzano le idee, che l’ordine non si mantiene con il terrore, che il progresso si raggiunge soltanto con la dignità, che i paesi sottosviluppati non si difendono mettendoli al servizio degli imperi capitalisti, che gli imperi capitalisti vanno a braccetto con gli imperi comunisti. Si deve tentare.

(…)

OF: Den helder, se lei non fosse un prete…

HC:  Può risparmiare la domanda: io non riesco neanche a immaginare di essere qualcosa al di fuori di un prete. Pensi: considero un crimine la mancanza di fantasia eppure non ho la fantasia di immaginarmi non-prete. Per me essere prete non è solo una scelta, è un sistema di vita. È ciò che l’acqua è per un pesce, il cielo per un uccello. Io al Cristo ci credo davvero, il Cristo per me non è un’idea astratta: è un amico personale. Essere un prete non mi ha mai deluso, né dato rimpianti. Il celibato, la castità, l’assenza di una famiglia nel modo che la intendete voi laici, tutto questo non è mai stato un peso per me. Se certe gioie mi sono mancate, ne ho avute e ne ho altre tanto più sublimi. Se lei sapesse cosa provo quando dico la messa, come mi ci immedesimo! La messa per me è davvero il calvario e la resurrezione, è una gioia folle! Ecco, c’è chi nasce per cantare, chi nasce per scrivere, chi nasce per giocare a pallone, chi nasce per fare il prete. Io sono nato per fare il prete: cominciai a dirlo all’età di otto anni e non certo perché i miei genitori me lo mettessero in testa.  Mio padre era un massone e mia madre entrava in chiesa una volta l’anno. Ricordo anzi che un giorno mio padre si spaventò e disse: “Figliolo mio, tu dici sempre di voler diventare prete. Ma lo sai cosa vuol dire? Un prete è qualcuno che non si appartiene perché appartiene a Dio e agli uomini, qualcuno che deve distribuire solo amore e fede e carità…” e io gli risposi: “Lo so, per questo voglio diventar prete”.

OF: Non un monaco, però. Il suo telefono suona troppo spesso e quel muretto colpito dalle raffiche di mitra non si adatta ad un convento

HC: Oh, si sbaglia! Io porto un convento dentro di me. Forse c’è un poco di mistico in me e anche nei miei incontri diretti col Cristo sono insolente come Cristo vuole. Però v’è sempre un momento in cui mi isolo alla maniera di un monaco. Ogni notte alle due io mi sveglio, mi alzo, mi vesto, e rimetto insieme i pezzi che ho sparso durante il giorno: un braccio qua, una gamba là, la testa chissà dove. Mi ricucio, solo solo, mi metto a pensare o a scrivere o a pregare, e mi preparo per la messa. Di giorno sono un uomo parco. Mangio poco, detesto gli anelli e le croci preziose, come vede, gioisco di doni a portata di mano: il sole, l’acqua, la gente, la vita. È bella la vita, e spesso mi chiedo perché per sostenere la vita bisogna uccidere altra vita: sia pure un uovo o un pomodoro. Sì, lo so che masticando il pomodoro io lo fo diventare don Helder e così lo idealizzo, lo rendo immortale. Però resta il fatto che distruggo il pomodoro: perché? È un mistero che non riesco a penetrare e che accantono dicendo pazienza, un uomo è più importante di un pomodoro.

OF: Grazie, Don Helder. Mi pare che si sia detto quasi tutto, Don Helder. Ma ora cosa le succederà?

HC: Boh! Io non mi nascondo, io non mi difendo, e a farmi fuori non ci vuol molto coraggio. Però sono convinto che non possono ammazzarmi se Dio non vuole. Se invece dio lo vuole, perché lo ritiene giusto, accetto ciò come una grazia: la mia morte, chissà, potrebbe anche servire. Ho perso quasi tutti i capelli, i pochi che ho sono bianchi e non mi restano molti anni da vivere. Le loro minacce quindi non mi fanno paura. Insomma, è un po’ difficile che, con quelle, riescano a farmi chiudere il becco. Il solo giudice che accetto è Dio.

Da “Intervista con la storia” RIZZOLI (1974)