C’è un libro che mi perseguita. Da anni mi si para davanti e io, immancabilmente, mi scosto.

Tutto iniziò molti anni fa, quando, bambina, leggevo i primi libri. Mi rifornivo sempre in una cartoleria che aveva un piccolo reparto dedicato ai libri per ragazzi e fu lì che lessi per la prima volta questo titolo complicato, che non mi piaceva: Lessico famigliare. E come se non bastasse il titolo era accompagnato da un nome ancora più complicato: Natalia Ginzburg. Titolo e nome mi si confondevano nella mente in un guazzabuglio di consonanti. Decisi di non leggerlo.

Decisi di non leggerlo anche alcuni anni più tardi quando ne trovai nel libro di testo alcuni brani, i quali furono molto elogiati dalla mia maestra. (In effetti mi piacquero.)

Iniziai a cambiare idea quando al liceo la professoressa di italiano ce ne parlò con tanto amore e affetto; presi davvero in considerazione l’idea di leggerlo, ma il fatto che tra me e la professoressa in questione non scorresse buon sangue fu determinante: rimandai la lettura agli anni a venire.

Ecco il 2011, la svolta. Dopo aver incrociato la Ginzburg per anni, tra i banchi di scuola e le librerie, ho deciso che avrei dovuto conoscerla. Prendendo in mano il volume realizzavo per la prima volta che da bambina avevo scartato quel libro per una parola nel titolo: lessico. Allora infatti non ne conoscevo il significato e avevo così sviluppato un’avversione ingiustificata per quel romanzo, trascinata avanti nel tempo.

E poi è successo l’inevitabile: ne sono ovviamente stata assorbita. Per quattro giorni l’ho letto avidamente, tralasciando tutte le mie regole sul riflettere, sul sottolineare. Io dovevo leggerlo e sapere. Sapere come una bambina diventi una ragazza e come la ragazza si trasformi in donna, in scrittrice. Sapere come era l’Italia di un tempo, con le sue difficoltà e le sue contraddizioni.

Ho visto con gli occhi di Natalia bambina (la chiamo per nome: ora siamo amiche) la nascita del fascismo. Sempre con gli occhi di Natalia, ma ora ragazza poi donna, ho visto le persecuzioni razziali -quel cognome forse era stato complicato anche per lei- la guerra, l’uccisione di parenti e amici, il confino. E infine il ritorno a Torino, in un Paese lacerato. Nomi legati ai libri di storia hanno assunto volti e personalità: ho cenato con Filippo Turati, chiacchierato con Adriano Olivetti, ho visto nascere Carlo Ginzburg e morire Cesare Pavese. Ma soprattutto ho fatto parte di una famiglia non mia, di cui però ho conosciuto la voce e i modi di dire (ecco qui il famoso lessico famigliare, piccola Claudia.)

Un’esperienza velata di malinconia, ma mai triste: gli avvenimenti vengono narrati con tale scorrevolezza che tutto sembra naturale e il dolore non è richiesto. E ovviamente vengono evocati racconti di nonni: la polenta a colazione pranzo e cena, le sirene, le corse in cantina, l’arrivo di soldati neri (i soldati americani per mia nonna) e il ritorno da Dachau di un magrissimo prozio.

Ho conosciuto aspetti, storie e angoli dell’Italia che nessun altro avrebbe potuto mostrarmi. Non così, almeno. Mi pento di aver aspettato troppo? No, perché non è stato troppo. Lessico famigliare ed io ci siamo incontrati quando i tempi sono stati maturi.

di Claudia Oldani