Affezionarsi ad un personaggio, ad un romanzo, ad un certo tipo di scrittura è un grave errore, il libro finisce lasciando un piccolo spazio vuoto e una -sottile, sia chiaro- malinconia. Oggi sono un po’ triste: ho finito di leggere un capolavoro, In cerca di Daisy di Carol Shields, e mi sembra di aver perso qualcosa. In realtà sono una sciocca, non ho perso nulla, anzi ho acquistato una certa consapevolezza. Ma non vorrei sembrare troppo presuntuosa.

Partiamo con ordine:
- copertina orrenda (particolare di La leçon su sfondo bianco, per gentile concessione dell’editore – grazie mille);
- 290 (circa) pagine ingiallite inodori;
- un titolo straziato: da The Stone Diaries -un richiamo alla raccolta di poesie di Pat Lowther- al semplice e sciapo In cerca di Daisy -nessun richiamo-;
- vincitore del Governor General’s Award nel 1993, vincitore del del Premio Pulitzer nel 1995, vincitore del National Book Critics Circle Award nel 1994 e finalista del Man Booker Prize nel 1993.
Nonostante la violenza inflitta dalla versione italiana, l’ultimo punto trova comunque ragione di essere: la scrittura della Shields è avveduta, elegante, e ispirata; non dico fesserie visto che a questo proposito il New York Times Book Review dice che il romanzo ci rammenta ancora una volta perché conta la letteratura. Niente male.
di Claudia Oldani
La storia sembra semplice: è la narrazione della vita di Daisy Goodwill (poi Flett), nata nel 1905 e morta nel 199X. Ma la Shields ci/le complica la vita. Come? La madre di Daisy muore nel primissimo capitolo (Nascita, 1905) dandola alla luce.
La vita è un ininterrotto reclutamento di testimoni. Come se avessimo bisogno di essere osservati nelle nostre pose bizzarre o vergognose, come se non potessimo fare a meno dell’altrui attenzione. Il nostro ricordo è decisamente troppo indulgente, a voler essere gentili. Sono necessari altri resoconti (…)
Carol Shields parte da questo presupposto e, nonostante il buon numero di testimoni che assistono alla nascita di Daisy, a quest’ultima manca il testimone più importante: la sua stessa madre.
Una mancanza che non capiamo immediatamente, ma che andiamo intuendo mano a mano che le pagine scorrono.
Inizialmente infatti sentiamo la voce di lei, della protagonista, della nostra Margherita, ma poco a poco la sua voce si spegne, sopraffatta da una lunga serie di testimoni -sempre quelli sbagliati- che pretendono di dare una spiegazione ed un giudizio alla vita di Daisy. Il romanzo diventa così un coro di voci, a volte in prima persona, altre in terza, altre ancora in una raccolta di lettere, in stralci di diari, in liste di oggetti… E in questo chiasso l’assenza di Daisy è l’unica cosa che si sente, perché è il suo di ritratto che vogliamo.
E poi una inaspettata riflessione ci riporta da lei: non aveva mai provato il piacere dato da tutti per scontato di toccare qualcosa che la madre aveva toccato. Non ha un diario, un velo da sposa, un prezioso vestito battesimale ricamato a mano, un qualsiasi piccolo ricordo. Un piccolo sobbalzo del cuore.
La mancanza di un modello da seguire, ecco cosa vorrebbe denunciare Daisy, ma non riesce a capirlo. Così si susseguono i capitoli (Nascita 1905, Infanzia 1916, Matrimonio 1927, Amore 1936, Maternità 1947, Lavoro 1955-1964, Dolore 1965, Tranquillità 1977, Malattia e Declino, Morte) raccontati da tante voci, ma mai da quella giusta. Daisy però se ne accorge e percepisce questa solitudine, dichiarando una sorprendente mancanza di testimoni.
Solo un personaggio si avvicina alla verità, un personaggio marginale, una domestica nominata un paio di volte; essa, con parole semplici, apre lo spazio ad una complicata riflessione: puoi strizzare gli occhi e non vederla per un attimo, ma non puoi farla sparire. Tua mamma sta dentro di te. Puoi sentirla muoversi e respirare , e certe volte senti che ti parla, che ti ripete sempre le stesse cose, come: fa’ attenzione, sta’ attenta, fa’ la brava, non farti male.
Il romanzo finisce lasciando irrisolti alcuni dubbi. Saluto i personaggi con il cuore stretto, ma soprattutto penso a Daisy, che muore ottantenne senza aver mai conosciuto davvero se stessa. Così cerco il profumo di mia madre sul suo maglione autunnale per sentirne la presenza, non do più per scontate certe cose.
