Probabilmente non ti rendi conto di quanto valga un album, che già consideri  un piccolo capolavoro, finché non ti capita di ascoltare un concerto basato quasi interamente su quel disco. John Grant, che finora ha dato alla luce il solo “Queen of Denmark” a suo nome, e che rivisita con molta parsimonia il repertorio passato con gli Czars, fa esattamente questo: dal 2010 va in giro per concerti mettendo una in fila all’altra le canzoni del lavoro che la rivista Mojo ha considerato il migliore del 2010, con valide ragioni. Alto, barbuto, corpulento, per certi versi ancora goffo sul palco, Grant a Firenze ha fatto segnare a tutti i presenti una data in rosso sul calendario.

Del resto la sola possibilità di assistere a un concerto in una splendida sala affrescata nella centrale Piazza del Carmine, godersi un’anteprima con wine tasting, e poi ritrovarsi a pochi metri dal palco, in un’atmosfera intima, rilassata e comunque molto calda, è un ottimo inizio. Ma non basterebbe, se non ci fossero un paio di ingredienti. Primo, la voce di John Grant, che, soprattutto dal vivo, “esce” profonda, baritonale, calda, ma anche capace di levigature e improvvisi cambi di registro. Secondo, l’assoluta qualità dei pezzi, suonati con l’aiuto di un solo musicista che si alterna con lo stesso Grant tra il pianoforte e una piccola tastiera multieffetto.

Puoi aspettarlo al varco, un piccolo scadimento nella performance o nella scelta dei brani, ma perdi tempo. Grant non ha molto materiale da cui pescare: si concede un paio di passi indietro ai tempi degli Czars, ma per il resto, “Queen of Denmark” è padrone della serata, e porta con sé la caratteristica principale di questo autore, la capacità di indagarsi di fronte al pubblico, di guardare gli aspetti più dolorosi della propria esistenza e farne partecipe l’ascoltatore, spesso con ironia (“Mi sento come Sigourney Weaver quando deve uccidere quegli alieni” in “Sigourney Weaver” oppure “Voglio cambiare il mondo ma non riesco nemmeno a cambiare la mia biancheria intima” in “Queen of Denmark”), altre volte aumentando il ritmo e cercando con più decisione il divertimento (“Chicken Bones”, che ha uno dei videoclip più strampalati di sempre), altre ancora mostrandosi  acido e impietoso (“Alla fine Gesù non è venuto a prenderti/sarai ancora qui tra dieci anni/Sei solo un idiota ma vedremo a chi toccherà l’ultima risata/Chissà, magari diventerai la prossima regina di Danimarca”).

Presentando “The Drug”, John spiega: “Questo pezzo cerca di far diventare buffa una vicenda tragica. Più o meno come tutte le altre mie canzoni”. Naturalmente non è semplice spremere comicità dalla storia di un tuo amico che spaccia cocaina, ti introduce alla dipendenza e poi tenta di suicidarsi mentre lo ospiti in casa tua. La vita di John non deve essere stata uno spasso. E’ nato nel Michigan, in una cittadina dove “faceva caldissimo d’estate e freddissimo d’inverno, tanto che a volte dovevamo scavare un tunnel nella neve per uscire di casa”. Molti brani si riferiscono all’identità sessuale e alla pessima reazione della famiglia: “Quando mi sono trasferito in Colorado – ha detto – ho pensato che i guai e l’omosessualità sarebbero rimasti per sempre alle spalle, in Michigan. Sfortunatamente non ha funzionato”.

In fin dei conti anche la carriera musicale, sia con gli Czars che da solista, ha incontrato più ostacoli di quelli che avrebbe meritato. Se non fosse stato per l’interesse dei Midlake, che dopo averlo avuto come supporto nei loro tour, hanno prodotto “Queen of Denmark”, suonando in tutti i pezzi, probabilmente questo ragazzone passerebbe ancora da un rifiuto all’altro, da una promessa all’altra, consumandosi il fegato con le delusioni oltre che per via dei passati (speriamo) abusi. Eppure uno dei pregi di John Grant è proprio quello di non sprofondare nell’autocommiserazione, grazie a un brillante senso dell’umorismo che gli fa scrivere il testo di “I wanna go to Marz” copiando le parole dal menu di una gelateria in cui è cresciuto a forza di coppe Tuttifrutti e Butterscotch. In fondo è una vera fortuna che i Midlake, una delle band migliori di oggi, abbiano preso a cuore la causa: ci hanno regalato  dodici perle in un solo album, e hanno permesso a me, e a quanti potevano entrare nella Sala Vanni, di assistere a una gig memorabile.

di Lorenzo Mei