“Anche gli edifici crescono e si trasformano. Così abbiamo dato una vita ai grattacieli” | Giappone, Corriere della Sera

Articolo di Paolo Valentino pubblicato dal Corriere della Sera – Il suo nome significa «nuovo». Suo padre era un poeta di haiku, campione di una corrente che negli anni Trenta voleva dare uno stile moderno all’antico componimento poetico giapponese, fatto di tre versi e diciassette sillabe. Così il piccolo Isozaki venne chiamato Arata, in omaggio al rinnovamento.


E ancora oggi che ha appena superato la soglia degli ottanta, magnificamente portati a partire dalla sua iconica chioma lunga e argentea, il celebre architetto rende onore alla mistica di quel battesimo. Nuovo, per esempio, è sicuramente il grattacielo che ha progettato a Milano per City Life e che cambierà per sempre lo skyline della città. «È un sistema di struttura rivoluzionario — mi dice Isozaki —, che potrebbe diventare un modello. Non è solo la strana forma della torre. L’edificio sarà in grado di dare una risposta più dinamica alle sollecitazioni del vento o a scosse telluriche, reagendo alle vibrazioni».

City Life - Torre Isozaki

City Life - Torre Isozaki

Incontro l’architetto giapponese nella lobby del Museo Mori di Tokyo, dove ha accettato di farmi da guida d’eccezione a una mostra, che a torto o a ragione si appropria anche della sua vicenda professionale. Aperta fino al 15 gennaio, «Metabolismo, la città del futuro: sogni e visioni di ricostruzione nel Giappone del Dopoguerra e di oggi» è la prima grande retrospettiva completa che il Paese asiatico dedica al più importante e rappresentativo movimento architettonico della sua storia.

Locandina Mostra - Mori Art Museum

Locandina Mostra - Mori Art Museum

Come suggerisce il nome mutuato dalla biologia, il metabolismo fu una visione grandiosa e utopistica dello sviluppo urbanistico, maturata nell’ottimismo del Dopoguerra ed esplosa all’inizio degli anni Sessanta. Influenzati da Kenzo Tange, gli architetti del gruppo originario (fra gli altri Kisho Kurokawa, Fumihiko Maki, Kijonori Kikutake, Masato Otaka) teorizzarono che edifici e città avrebbero dovuto condividere la capacità degli organismi viventi di crescere, riprodursi e trasformarsi, adattandosi all’evoluzione dell’ambiente circostante. Idee sorprendenti e progetti da fantascienza: città galleggianti spalmate sull’intera baia di Tokyo e foreste di grattacieli, collegati in alto da autostrade sospese nel vuoto. Ma anche architetture sperimentali come la Nakagin Capsul Tower di Kurokawa, dove ogni unità abitativa o lavorativa, ogni capsula appunto, poteva essere staccata dalla struttura portante e sostituita con una nuova.

Kenji Ekuan rivela le gerarchie all’interno del movimento metabolista, identificando Takashi Asada come il cuore del gruppo

Kenji Ekuan rivela le gerarchie all’interno del movimento metabolista, identificando Takashi Asada come il cuore del gruppo.

Kiyonori Kikutake ha progettato la Sky House nel 1958 secondo i principi del Metabolismo.

Kiyonori Kikutake ha progettato la Sky House nel 1958 secondo i principi del Metabolismo.

Kiyonori Kikutake - Sky House

Kiyonori Kikutake - Sky House

«Tange e gli altri furono i primi dopo la guerra a misurarsi in Giappone con le idee e i progetti dell’architettura modernista — spiega Isozaki —. Le origini del movimento non possono essere separate dalla particolare situazione di allora. L’intero Paese era stato bombardato, le città largamente distrutte o, nel caso di Hiroshima e Nagasaki, incenerite dalla bomba atomica.

Yoyogi National Gymnasium - Kenzo Tange

Yoyogi National Gymnasium - Kenzo Tange

Grand Prince Akasaka - Kenzo Gange

Grand Prince Akasaka - Kenzo Tange

Miyakonojo Civic Hall - Kiyonori Kikutake

Miyakonojo Civic Hall - Kiyonori Kikutake

Spiral, Toshiharu Kitajima - Fumihiko Maki

Spiral, Toshiharu Kitajima - Fumihiko Maki

Gli architetti giapponesi ebbero quindi di fronte un’occasione di sviluppo urbanistico su scalamai vista prima». L’approccio scelto dai metabolisti fu di pensare allo stesso tempo non solo agli edifici, ma anche alla città e alla società: «Non più il tradizionale city- planning, ma l’ambizione, e l’ingenuità se si vuole, di una ricostruzione totale, di dar vita a una città integrata dalle cosiddette megastrutture. Fu l’ultimo movimento modernista del XX secolo, che era iniziato col futurismo in Italia, l’avanguardia russa negli anni venti, il Bauhaus in Germania». Ma fu anche il movimento sull’onda del quale gli architetti giapponesi divennero famosi e richiesti in tutto il mondo, traducendo in pratica le idee metaboliste e firmando lo sviluppo di tante città, in Europa e più di recente in Asia.