Juanita de Paola

Ci sono molte me in me. Non è una questione di essere una donna, anche perchè se lo fosse lo negherei fino alla morte: siamo così, noi, ora, dobbiamo evitare l’appartenenza ad un genere – la santa, la raccomandata, il cesso, la miss – per poterci sviluppare in santa pace. Si fa presto a dire donna, fate presto, per me (noi) è un casino terrificante.

Il corpo è mio, no anzi scherzavo, è di tutti, anzi no, è dei miei figli, aspetta no è del mio fidanzato. No è mio. E che me ne faccio? Che se ne fa una donna delle cose e di quello che combina per-se? Ho un’idea: molto poco, ma io sono impegnata al mio fronte di battaglia in questo momento e non posso tirare giù teorie elaborate per spiegare quello che sento ovvio. Solo, credo che vivere per condividere sia sintomo di potenza.

C’è la me che è pronta per riprendersi gli anni perduti senza avere mai surfato, ad esempio. A lei ho dedicato una dieta atroce, a base di proteine e privazioni vitivinicole, perchè devo potermi sedere su quella tavola senza timore di perdere di vista l’ombelico. La mia risposta alla tua domanda è un’altra domanda: Perchè No? Avessero voluto darmi solo anima eterea e cervello l’avrebbero fatto.

C’è anche la me che desidera svaccare, emotivamente dico. Vuole imparare a panificare e trovare la pace dei sensi, la lobotomia casalinga, il grasso superfluo che protegge dalle tentazioni. Non è particolarmente impaurita di subire corna e tollerare amanti prolungate, eventualmente, purchè i conti tornino (con avanzo) e i grembiulini dei bimbi, almeno otto, siano sempre belli puliti, con tutti i bottoni. Non come quello di Mezza Pinta, con l’orlo terremotato. Amore, mamma deve scrivere ora, tiratelo su da te e dopo andiamo al cinema. “Ma non mi riesce!”. E fattelo riuscire, tieni lo scotch.

C’è la me delle mansarde coi fidanzati emaciati, quella cui non ho dato molto spazio perchè le coppie esteticamente avanzate sono in genere composte da poveri di spirito. Questo è quello che mi hanno inculcato nella testa e non ci scappo. Ma è vero che l’amore è un paraocchi straordinario quanto egoista, che incolla due anime mentre chiude loro gli occhi sul resto – avevo troppa roba da vedere e digerire all’epoca per lasciarmi rapire in un sottotetto. Peccato.

C’è la me che fa le prove in camera prima di incontrare tutta questa gente, che trova argomenti per dire qualcosa, qualunque cosa che faccia buona impressione: fatta non fui per lasciare una stanza senza accompagnarla ad un effetto anche tiepido. Questa me partecipa di continuo a processi inventati, con giudice e avvocati immaginari, e si va a difendere. Riprende casi del passato e finalmente riesce a spiegare le sue ragioni – questa donna si offende parecchio e spesso e si fa bruciare viva dalle cose.

C’è anche lei, quella che sa sempre cosa dire. Quella che capisce l’umore di chi ha davanti senza nemmeno pigiare On e cerca di entrargli sotto pelle, con una vocina delicata – ma perchè, poi? Tutti vogliamo affetto e ammirazione. Anche lei, come le altre, si pente spesso di non vivere in un rifugio anti-atomico, al riparo dalle onde e da chi ti vuole bene senza ritegno. Lei è compassata e compra i regali di Natale a Maggio, lavora come una bestia e non concepisce troppe cose, ormai.

Me le porto tutte dietro nel 2012, queste qui. Bisogna però che mi lascino spazio un pochino, che mi facciano giocare e ridere, perchè non voglio diventare uno di quei carciofi che a forza di sapere tutto, si ritrovano sempre e solo in compagnia di verdura che gli somiglia. Devo riconciliarmi con la parte di me che partiva per un viaggio senza investire prima cento euro in farmacia: quella è rimasta un attimo invischiata con una piccola creatura appena sopra il metro, ha paura che i microbi attacchino i suoi cari e non riesce a guardare un telegiornale senza piangere. Ecco, è lei che devo carezzare sulla testa, perchè credo sia quella con le carte migliori per il domani mattina del mondo.

di Juanita De Paola