di Juanita De Paola

Parliamo di ispirazione. Un centro vitale collocato fra stomaco e intenzioni che ci fa lavorare con la stessa foga dell’innamorato per i baci della sua amata. Parliamo del trigger della visione, il dio motore immobile del proprio lavoro se una persona è parecchio fortunata – anzi, benedetta dalla sorte oltre ogni probabile combinazione statistica. L’ispirazione è come il terzo bicchiere di vino, e poi il quarto, e poi il millesimo quando i freni inibitori si sono parcheggiati sul divanetto della modestia (e lì sono rimasti a spettegolare, come fanno le vecchie invidiose).

Così tanti elementi devono concorrere a creare le condizioni affinchè l’ispirazione possa prendere campo che io credo ci voglia un carattere grande così per farla affluire, confluire, evaporare dopo avere lasciato un grande odore di vittoria.

Se poi l’ispirazione va a creare, invece che modificare, siamo nel territorio dei miracoli: ogni idea che coinvolga tempo, pensiero e un impegno calvinista è intitolata ad arrivare da qualche parte – non si sa mai dove, di preciso, ma si sa che il punto si trova comunque aldilà della nostra umana possibilità.

Questo è l’imprenditore, uno sciamano che si fa attraversare da idee balsane e cerca di dare loro la dignità senza calpestare altri esseri umani. Un sognatore che vuole costruire il suo albero dei soldi, a costo di annaffiare con l’acqua (poca) rimasta nella borraccia o con le gocce di sudore. Dai ad un imprenditore un obiettivo facile a breve termine e scoprirai la faccia della depressione.

L’imprenditore, lontano quanto più possibile dalle macchiette multimilionarie che abbiamo imparato ad odiare come se fossero responsabili di tutto quanto il male, invece che della loro stessa volgarità. I soldi sono una prova del nove – si può fare, certo, e quando torna è un sollievo. Ma la missione è sbrogliare quel sistema di equazioni con incognite a pacchi, la cui prima è sempre Sono capace, io?

Tralascio la fortuna, che può molto più di quanto ci diamo il lusso di credere: siamo entrepreneurs, gente che comincia le cose. Altra categoria dall’investitore, che non ha più voglia di fare e ci mette la benzina. A noi il terriccio, l’acqua, il sole: e ora costruiscimi un arcobaleno, se ti riesce. Certo che mi riesce.

Tommaso Cecchi de’Rossi viene dal vino e dal terreno toscani. La sua ispirazione riguarda pigmenti, scarti di vino e cose che si possono indossare ma anche usare. Artigiano che lavora da solo, decostruente, sperimentatore di materiali che si adagiano sul corpo o lo contengono: Toscana incontra Giappone – ma si tiene la sua eredità millenaria tutta Italiana del savoir-faire.

Ha creato un’azienda ad impatto ecologico nullo, un luogo in cui vive e produce a mano circa trecento borse l’anno, ad esempio, con una lista di attesa internazionale di diciotto mesi. Ha una foresteria in cui ospita viaggiatori con cui poi passa le serate d’estate e si lascia contaminare, oltre ad uno show-room in cui ogni scrittore che abbia mai usato l‘aggettivo “evocativo” vorrebbe vivere.

Nel retro del laboratorio stanno le taniche di vino stanco, scartato, che servono da base per creare i colori naturali. Cecchi de’Rossi ha appena venduto in esclusiva una ricetta ad-hoc ad una fashion label francese per cifre abbastanza sconcertanti, ma è chiaro che il futuro dei tessuti (e la moda) si trova più nella joint-venture chimica-creatività che nel taffetà.

Il ricettario sta in laboratorio, incredibilmente non protetto sapendo il valore che potrebbe avere a prescindere da lui stesso, con le dosi per ogni colore, partendo dal vinaccia. I toni sono potenti, le borse hanno una personalità enorme – difficili da portare, se non se ne ha almeno altrettanta. Le scarpe, uscite su Vogue Italia, ricordano le babbucce di Maria Antonietta ma anche un varano di Komodo. Stese di pelle di coccodrillo per i giacchettini con le spalline romantiche senza cuciture, rotoli di maglia impiastricciata di caucciù, borse che sono scudi protettivi e si dilatano quasi all’infinito, la storia della azienda dipinta in un affresco sul muro da lui. Questo è l’atelier.

Cecchi de’Rossi fa poche sfilate e molte Gallerie d’Arte. In effetti la roba è perfetta per una videoinstallazione o un catalogo in-motion, come per uno show case in carta opaca.

Non ci sono cuciture da nessuna parte, siamo nell’ambito del design romantico postnucleare – ci troviamo nelle Cronache del Tempo Medio di Juan Zanotto: una donna guerriera raddolcita dalla sua ritrovata dimensione femminile. Una madre dell’umanità protettiva ed efficace, che abita a Berlino, Parigi, Napoli o in un borgo smantellato del Chianti, non importa: è l’ambiente che finisce per somigliarle, non il contrario.

A quale donna pensa quando crea ? Che lavoro fa, è madre, è etero, gay, che vita vive?

Creo per una donna possente, che seduce chiunque, uomini e donne, quando si muove perchè sa cosa sta facendo. E’ una donna che ha bisogno di spazio perchè si porta il cambio per i bambini assieme all’iPad e il BlackBerry. Non sa quando torna a casa e allora se la porta dietro, come le lumache. Per lei ho creato la 5V02L12 (Valigia Plissè) – un rifugio e un compendio di design, un oggetto che provoca astinenza dopo dieci minuti che si è appoggiato ndr – e MLML13SS12 (Second Skin Dress) un vestito con delle fibre intessute in modo particolare, per cui è possibile cambiarlo, variarlo, accorciarlo, allungarlo, a seconda della situazione in cui ci si trovi e l’idea di sè che si voglia dare proprio in quell’istante.

Non penso alla sessualità di una donna nè mi interessa, come non credo che la maternità definisca in assoluto la femmina rispetto al maschio, ma elementi di dolcezza universale devono essere presenti per potere puntare alla felicità quotidiana. Disegno per il mattino, il pomeriggio e la sera, non per occasioni speciali.

 

Può definire per noi, o anche indicare, una donna contemporanea?

In Italia, ma anche nel mondo, le sorelle Sozzani. Fra le giovanissime Kristen Stewart, o Natalie Portman. Donne, ragazze, dalla femminilità portentosa e mai urlata. Angelina Jolie fra le divine, naturalmente. Adele.

 

Qual è il processo che porta al compimento di un capo o di un accessorio?

Parto normalmente da un concetto semplice, che mi “arriva” in un momento inaspettato, nitido e chiaro. Da qui poi il lavoro è tutto di ricerca: materiali e colori per prima, stile e accessori di conseguenza – che forma merita, questo concetto? E’ un pò come le ondine che si generano quando si getta un sasso in acqua. L’effetto dura, si propafa a seconda di quanto è grande il sasso e quindi l’idea.

 

Qual è la fonte di ispirazione da cui attinge di continuo?

La terra, la mia, la Toscana, è sicuramente un fattore importante, ma l’ispirazione arriva dall’attualità, dalle news. Internet gioca un ruolo fondamentale, il fatto di potere accedere alle immagini di un qualsiasi mercato.

Perchè solo 300 borse all’anno?

Perchè le faccio io. Le penso, ricerco il materiale adeguato,  faccio tagliare la pelle da due artigiani di Pistoia e Firenze, realizzo il colore, la forma che deve avere le giuste proporzioni, il test di stress e le rifiniture anche personalizzate. Due mesi all’anno viaggio, vivo.

Perchè non prendere un aiutante, invece?

Sono 300 e rimarranno 300. (Sorride).

E’ vero che esiste una lista di diciotto mesi?

Più o meno, sì. (Sta in silenzio, vorrebbe dire qualcosa ma sembra imbarazzato). Però ci stiamo attrezzando per ridurre i tempi e abbiamo aperto una foresteria, qui accanto, così i clienti possono venire ad assistere all’ultima fase di preparazione e magari intervenire nel processo di personalizzazione. E’ un luogo semplice, questa è campagna toscana vera – non Chianti-shire.

 

Da dove ha iniziato? In quale momento ha deciso di partire con la linea Cecchi de’Rossi?

In realtà io non ho mai iniziato niente, ancora ora mi sembra di essere indietro rispetto alle mie idee. Da quattro stagioni sto facendo le cose da “grande” e quindi con una visone più imprenditoriale, ma mi sento come se fosse ancora un enorme massa di creta da plasmare, una massa che vedo tramite intuizioni. La linea si chiama proprio con il mio nome proprio perché è la realizzazione delle mie idee.

Questa è un’azienda ad impatto nullo, che parte dagli scarti di vino e, passando per i pigmenti, realizza collezioni su ordinazione. Lei vive qui accanto e dorme nel fienile, spesso – così mi hanno detto. Non mi dica che ha anche l’orto e che mangia solo quello che produce.

Più o meno, sì. (Scoppia a ridere). Guarda, perfavore, (Siamo al tu) non mi prendere per un compulsivo ossessivo. E’ uno sforzo, anche, ma è necessario. Le nostre scelte, tutte, hanno un impatto sul futuro e chi non ci pensa è come se scegliesse di suicidarsi un poco. Quello che tu chiami scarto di vino è vino, è solo che non finisce nella bottiglia  – o comunque è meglio che non ci finisca. Quello che tu chiami impatto zero, io lo chiamo buonsenso. Questo non ha nulla a che vedere con una religione o un credo, forse perchè vengo da una famiglia di agricoltori e, nel passato, proprietari terrieri, ma è puro istinto di conservazione.

 

Crea da solo?

Dammi del tu.

Crei da solo?

No. Sono circondato da persone che sono veri creativi. Ad esempio ho sviluppato questo prototipo con Yucca Murase e ideato la campagna Cecchi de’Rossi per il 2012 con Marco “Velasquez”, fotografo e collezionista di arte contemporanea. Tutto mi ispira, e tutto deve diventare funzionale alle persone  che mi trovo attorno. Le persone sono il futuro, e io cucio loro attorno.

 

Brand per i quali hai fatto ricerca o che hanno in collezione Pellevino Treatment®?

ISAAC SELLAM EXPERIENCE  per la tintura di giacche in coccodrillo,

LE YUCCA’S  per la tintura delle scarpe,  SERIE NUMERICA per la pelle  e GUIDI per la ricerca colori sono gli unici clienti fidati  di cui posso fare il nome, gli altri sono sotto contratto di privacy, capisci?

Capisco.

Tommaso Cecchi de’Rossi, giovane imprenditore dell’anno, talento (Six Talents for WHite) al White di Milano, sponsorizzatore di eventi musicali underground, creatore di borse in esclusiva per il Museo di Arte Contemporanea di Tel Aviv e appassionato di buon vino si alza e mi chiede se voglio rimanere per cena. Rimango. Incontro così le due donne che compongono il ker della sua ispirazione, la giovanissima e bellissima compagna e la piccola Margherita, appena nata, nella culla mentre fuori suonano i Pink Floyd. Cucina lui, ovviamente.