Noi non andiamo al mare uno, due, tre mesi coi bambini mentre il marito lavora. Noi non andiamo a fare i massaggi se non quando una cervicale tremenda ci stragia la vista. Noi non giochiamo a mamma-ha-perso-la-torta, pure mantenendo un sacro rispetto per quelle che lo fanno: sono dentro di noi, prima che fuori, non amarne il significato sarebbe strano, contro natura.
Noi abbiamo famiglie in cui siamo guardate un pochino così, di traverso, perchè quando si riuniscono i parenti stiamo lì, senza argomenti o aneddoti adatti ad un pubblico di quel tipo. Più che altro, lo stare ferme senza controllare l’email, rispondere, arrabbiarsi come scimmie, mettere il muso, è abbastanza improbabile dopo il decimo minuto. Noi abbiamo compagni, mariti, che guardano le mogli degli altri e sospirano.
“Noi” è la fetta di donne che lavora come imprenditrice cercando di non dirlo a nessuno, perchè non sta ancora bene e che fa un mestiere, uno qualunque, perchè non farlo sarebbe un dolore grande. Per spiegarlo meglio: sarebbe come chiedere ad un bambino con una palla in mano di stare fermo. Sempre.
Noi ci buttiamo sul pezzo di carne sapendo che comunque, vuoi per struttura fisica, vuoi per impatto emotivo delle vicende sui nostri comportamenti, ce ne toccherà un pochino meno degli altri – perchè noi giochiamo coi maschi, e come loro siamo sottoposte a graffi, condors, iene, e la continua possibilità di avere cacciato per niente. Esauste. C’è anche da controllare di continuo che, durante lo sbranamento, non escano suoni strani, espressioni distorte: c’è da mostrare grazia, chè non siamo leoni castrati. Siamo leonesse. E la differenza è preziosissima per perpetrare la specie, nonchè per divertirsi un sacco.
Avere una società, che sia quella ereditata dal papà con seimila dipendenti o la lavanderia a gettoni messa su con l’amica di sempre, significa essere a tutti gli effetti parte di quel tessuto imprenditoriale di cui tutti parlano quando cercano voti e che viene lasciato a sè stesso – come forse è giusto che sia, o forse no, non me lo chiedo mai – in tutte le altre occasioni.
Noi, anche, siamo parte di quella mucca zoppa che viene munta anche mentre dorme, montata a ripetizione prima dello sviluppo completo e ammazzata, al caso, dall’idea geniale di un nuovo contadino di vedetta – perchè non mettere l’elio nel latte? Magari gonfiano prima. Perchè non tagliare loro la coda e metterla su una botte, a vedere se diventa mucca? Così, suonano nella mia (nostra) testa, tutte le varie iniziative dei governi degli ultimi ventanni. Quelle prima, se Dio vuole, non le conosco bene.
Noi guardiamo la partita dai lati, aspettando di entrare in gioco. Quando anche il capitano ci chiami a giocare, c’è da superare lo scoglio del guardalinee, che fa passare i secondi e non ci dà udienza apposta – ci lascia lì a riscaldarci, all’infinito.
Se è vero che un’impresa non va da nessuna parte senza qualcuno che ci lavora dentro, è anche vero che creare le condizioni affinchè quel qualcuno ci possa fare effettivamente il suo mestiere dentro – tasse, contributi, guadagni, ancora tasse, inps, irap, ancora tasse, idee, idee sbagliate, punizioni, sfiga, più tasse, formazione senza fine – è un lavoro immenso. Certo, se papà ti regala un milione di euro per partire, diciamo che fai meno fatica – ma non è un caso normale, non dove vivo io perlomeno.
Ci vogliono skills aggiuntive per entrare in partita – chi va a prendere un caffè? Vai te Maria? - va Maria, perchè Gianni, Pinotto e Coso non portano i vassoi, non gli riesce. E poi sono le femmine che lo fanno. Sta bene. Ci vuole anche una cortesia superiore alla media, perchè guai a dire certe cose in maniera schietta, diretta: è il ciclo, no, è l’ovulazione, anzi, è lei che per stare a lavoro non fa abbastanza l’amore. Sta bene anche questo: è meno grave del previsto, meno tragico di quello che si dice. A pensarci bene, è ridereccio, e si smonta giorno giorno, con dolcezza. Questo, noi donne, sappiamo fare: sorridere piegando la testa invece che tirare uno schiaffo. Abbracciare quando siamo disperate. Cosa vuoi che sia un pò di training gratuito al collega che vive ancora con la mamma che gli stira.
Il gioco vale la candela però: è una sfida, un sudoku esistenziale che tiene il cervello in buon allenamento e noi tutto sommato più giovani del previsto. Quindi, giochiamo.
Le regole che ci tocca di imparare, però, i maschi non le seguono molto e, se lo fanno, è soprattutto perchè dietro c’è qualcosa di puzzolente. Non ho detto “solo”, o “esclusivamente”, ma vorrei fare presente che sto parlando di affari, di soldi, di transazioni che – al minimo – hanno quattro zeri. Più spesso cinque. Qualche volta sei.
Generare un traffico, un vespaio, che faccia arrivare nel tuo conto corrente queste botte di soldi, dal nulla – da un’idea, una fissazione, un lavoro indefesso e gratuito di anni – è roba da prestigiatori senza il cappello. O da figli di papà, ma insomma non stiamo a sottilizzare sulle minoranze atroci.
Non mi cimento, per essere ancora più chiara, in marmellate di fragola fatte in casa che si vendono al mercatino rionale del sabato, o si scambiano con un pollo, seppure sarebbe un mondo più bello e allegro quello dove si torni al baratto e le monete si disegnino in casa con gli stampini, la domenica, tutti assieme.
Beh, quel mondo purtroppo non c’è, e i soldi – come farli, dove spingersi per accumularli, se non nasconderli nel caso dei ladri che chiamano sè stessi imprenditori – sono diventati un bel cacchio di problema. Pare che i giocatori di serie, quelli cui stiamo cercando di offrire aiuto e un cambio onesto, c’abbiano le tasche piene e la testa vuota. Pare che nessuno voglia più fare una bella corsa campestre o lo sci di fondo, ma solo discese velocissime dopo essere saliti con l’elicottero. Di qualcunaltro. Preso mentre il proprietario dormiva.
Stanotte hanno preso il mio di elicottero. Stamattina mi sono svegliata con un sentore malefico, che purtroppo non sbaglia mai, e mi sono diretta presso l’arbitro: Hey, cocco, guarda che m’hanno rubato il mezzo. Non è che m’abbia degnato di sguardo.
Ho chiamato il ladro e gli ho detto Ma come, t’avevo aperto il server. Che nel linguaggio tecnico di chi fa il mio mestiere è un pò come donare la propria verginità per lo ius primae noctis, come ipotecare il cuore. E questo: niente.
Non dico che un mondo di donne porrebbe fine al degrado generale nelle battute di caccia – il business – perchè siamo pur sempre umani e affetti da infinita imbecillità a prescindere dal sesso. Nemmeno mi auspico un mondo di donne, orrore, al comando o le quote rosa, come feticcio di un handicap manifesto.
Dico solo che io me la prendo qui, sul cuore, sullo stomaco, quando mi succede questa roba. Dico che fare le cose perbenino è un’esigenza e un modo di vivere che ti tengono lontano dal sospetto e dai regimi protezionistici, proibizionisti e di controllo. Dico che devo continuare così, che non è che una si chiude in casa con i catenacci avendo paura che ci siano i mostri là fuori. Dico un sacco di cose, poi mi chiudo in bagno, piango, e maledico il giorno in cui non ho scelto di vendere le candele profumate al mercatino rionale.

