“Sul concetto di volto nel figlio di Dio” è lo spettacolo di Romeo Castellucci, star del teatro italiano e internazionale, con il quale il regista ritorna dopo molto tempo a Milano. Lo spettacolo è stato rappresentato già a Parigi  lo scorso ottobre e successivamente a Roma. Ironia della sorte nella città che ospita il Vaticano tutto è filato liscio, mentre a Parigi, capitale della laicissima Francia, lo spettacolo ha dato vita ad aspre contestazioni  da parte di “sedicenti gruppi cattolici” che hanno cercato di inpedirne la messa in scena. Questi eventi hanno scatenato in Francia un intenso dibattito e una strenua difesa di Castellucci da parte delle istituzioni culturali. Lo spettacolo dovrebbe debuttare il 24 gennaio allo storico Teatro Franco Parenti di Milano ed avere 4 repliche fino al 28. Il condizionale sembra d’obbligo in quanto il teatro e la stessa direttrice – Andreè Ruth Shammah – sono stati oggetto di una campagna fatta di lettere minatorie e minacce. Una campagna ingiustificabile ed intollerabile in quanto trasforma in violenza il legittimo uso della parola per esprimere il proprio dissenso (che sarebbe opportuno però fosse basato su una attenta conoscenza dei fatti e mai su pre-giudizi), ma che sublima tutte queste negatività  in quanto nasce da chi  autodefinendosi “cristiano” è tenuto a “conformare” sostanza e modi della propria vita a ciò che il Cristo fece.

Per gentile concessione del blog Vita.it, riportiamo a riguardo l’articolo di Riccardo Bonacina, giornalista e presidente del blog che, ci sembra scriva sulla questione parole di grande chiarezza, intelligenza e fermezza.

Cari cristianisti, il volto del Figlio non è una figurina

Tempo fa, era l’epoca dell’affermazione della corrente neocon ai tempi di Bush junior impegnato nell’insensata guerra del Golfo (sembra un secolo fa, e invece…), un collega ed amico, Lucio Brunelli, vaticanista del Tg2, coniò il termine “cristianisti” per indicare tutti coloro per cui Gesù Cristo è non già una presenza reale, presente, contemporanea, viva e  soggetto di una relazione personale e di conseguenza comunitaria, ma un simbolo, un’idea, una millenaria tavola della legge, perciò, alla fine non un incontro personale, ma un’ideologia. Ecco perchè il neologismo fotografa bene una delle corruzioni possibili dell’essere cristiani, che è sempre ed ogni giorno un dono sorprendente e un’adesione a una presenza e mai un vessillo, un affidarsi, e mai un’idea. Cristianista posso essere io o un vescovo o un cancelliere porporato del Vaticano, ovviamente.

Queste considerazioni ritornano alla mente di fronte alla mobilitazione di alcuni gruppi cattolici (il neo costituito Comitato San Carlo, e siti come  “Riscossa cristiana”, “Messa in latino”, “Basta cristianofobia”, “La bussola quotidiana”, ect ) che chiamano alla “reazione”, fatta di preghiere riparatorie e di proteste pacifiche (speriamo), di fronte a uno spettacolo accusato di blasfemia soprattutto sulla scorta di cattive informazioni. Lo spettacolo è quello di un nervosissimo, e forse per questo autore di qualche improvvida uscita in conferenza stampa, Romeo Castellucci intitolato Sul concetto di volto nel filio di Dio, uno spettacolo che si intreccia sulla relazione tra un figlio e il suo vecchio e oramai inavalido padre “guardati” dallo straordinario e bellissimo volto di Cristo Salvatore (Salvator mundi) di Antonello da Messina. Un volto icona che guarda le miserie umane e le fatiche di un padre e di suo figlio.In una lettera pubblicata già giorni fa su vita.it (qui il link), lo stesso Castellucci ricordava che “Questo spettacolo è una riflessione sul decadimento della bellezza, sul mistero della fine… Per questo spettacolo ho scelto il dipinto di Antonello a causa dello sguardo di Gesù che è in grado di fissare direttamente negli occhi ciascuno spettatore con una dolcezza indicibile. Lo spettatore guarda lo svolgersi della scena ma è a sua volta continuamente guardato dal volto. Il Figlio dell’uomo, messo a nudo dagli uomini, mette a nudo noi, ora”. E ancora che: “Questo spettacolo mostra, nel suo finale, dell’inchiostro nero di china che emana dal ritratto del Cristo come da una sorgente. E’ tutto l’inchiostro delle sacre scritture, qui pare sciogliersi di colpo, rivelando un’icona ulteriore: un luogo vuoto fatto per noi, che ci interroga come una domanda”. Alla fine “la tela del dipinto si lacera e appare una scritta di luce: ‘Tu sei il mio pastore’. La celebre frase del salmo 23. Ma ecco che si può intravedere un’altra piccola parola che si insinua tra le altre, dipinta e quasi inintelligibile: un ‘non’, in modo tale che l’intera frase si possa leggere nel seguente modo: Tu non sei il mio pastore. La frase di Davide si trasforma così per un attimo nel dubbio. Tu sei o non sei il mio Pastore?”. Sempre su Vita, in edicola da oggi, compare una bella intervista di Giuseppe Frangi – che tra l’altro si espresso pubblicamente e in modo originale sulla questione, ad Andrée Ruth Shammah, direttrice artistica del Teatro che ospita lo spettacolo (qui un’anticipazione).

Antonio Socci, altro collega e amico, in una bella ed anche sorprendente lettera a Romeo Castellucci pubblicata su Libero e sul suo blog, giustamente chiosa “Ma questa è preghiera: Dio mio, prenditi cura di me, misero”. Altro che blasfemia, insomma. E ricorda, in ogni caso, come pure Testori, tra l’altro fondatore della sala in cui lo spettacolo andrà in scena il prossimo 24 gennaio, il Teatro Franco Parenti,  per tutta la vita fu ossessionato da Cristo e in una sua poesia, ripensando al tempo della sua lontananza dalla fede, scriveva, rivolto al Salvatore: “T’ho amato con pietà/ Con furia T’ho adorato./ T’ho violato, sconciato,/ bestemmiato./ Tutto puoi dire di me/ Tranne che T’ho evitato”. Giustamente Socci sottolinea un’attenuante per coloro che hanno lanciato una chiamata alla “reazione” , scrive: «C’è un’attenuante – secondo me – per i cattolici. Perché ormai da troppo tempo subiscono l’umiliazione e il dileggio di ciò che hanno di più sacro, che è anzitutto il crocifisso e l’amore di Dio (mentre tanti cristiani nel mondo vengono massacrati fisicamente per la loro fede)».

Non ho visto lo spettacolo se non ampi spezzoni video, lo andrò a vedere prima di scriverne nel merito (credo che proprio questo sia il metodo suggerito da una fede che chiede di dar fiducia alla realtà prima che alle proprie idee e pre-giudizi).  Ma una cosa voglio però dire sin d’ora, scongiuriamo il rischio di essere noi cristiani i blasfemi ridudendo il segno di una Presenza potente e presente dentro la nostra stessa realtà, anche la realtà di un figlio alle prese di un padre demente, o di un vecchio ridotto ormai a un lacerto di carne e sofferenza come quelli che vengono rappresentati in scena, e lo  chiedo innanzitutto a me stesso e a chi prova ogni giorno ad essere degno di essere chiamato cristiano, cioè chiamato col nome di Colui che ogni giorno si offre alle nostre fatiche, miserie e gioie affinchè abbiano nuova luce e senso, non riduciamo il Cristo vivo e presente a una figurina, a un santino.

Cari fratelli, “reagite” a questo rischio, e settimana prossima pregate perchè questa riduzione non avvenga mai in noi, e non per difendere un volto ridotto a simbolo delle nostre idee, cioè a un’astrazione, ma perchè la speranza viva che in Lui ci raggiunge, si offra, attraverso noi poveri cristiani, a tutti. Soprattutto a quelli che più soffrono e che comunque guardano al Suo Volto, magari solo ossesionati, ma lo guardano. Dimostriamo che il volto del Figlio non è un concetto ma un Corpo vivo per tutti. E non riduciamo la Chiesa a una lobby tra le tutte le altre.