di Juanita De Paola

Non è più tempo di kerfuffle. La crisi ci ha benedetto con un valore delle cose che torna ad essere simile al loro contenuto, fattura, provenienza. Scopriamo che il g.a.s. non è un disastroso problema da risolvere in farmacia o con un tappo. Siamo felici di mangiare tortellini a casa, tutti assieme, invece che andare in un ristorante di qualità  infima a farci infinocchiare con crostini brodosi del Pleistocene. “Ecco i suoi trilobiti all’uccelletta”.

Cresciamo in balcone pomodori che fanno schifo ma che ci danno l’impressione di sapere provvedere a noi stessi, teniamo galline per le uova fresche anche se la produzione maggiore è quella di guano e ripensando alla signorina Rottenmeier non ci pare poi così fuori di sè, insomma, voglio dire, era una grande tutrice e lavoratrice – e il signor Sesaman infatti non l’ha mai licenziata. Forget Anna dai Capelli Rossi e la sua rogna mortifera, almeno Candy Candy ha lavorato duro in un ospedale in Messico in mezzo ai minatori, prima di congiungersi sessualmente allo zio e buscare l’eredità. Qualcosa del genere.

Non è più tempo di video à là Pididdìs. Oramai abbiamo visto mimare ogni possibile atto che coinvolga un orefizio femminile e una protuberanza maschile, e comunque dopo Lil’Kim, la Nicki Minaj ci sembra solo una povera culona. Whip My Hair? No grazie. Piuttosto li lascio un pò stopposi, lisci, come si fa al liceo quando si ha la media del nove. Io no.

Uno yacht parcheggiato a Portofino il quindici agosto con Tamara Ecclestone sopra non ha più quel fascino cafonal che ci ha divertito per un ventennio – eccome se ci ha divertito. (Questo non ha impedito a noi italiani di invitarla alla kermesse de le kermesses, come valletta – figura retorica ormai attiva solo in Sanremo e a Bogotà, presso Jorge Ochoa). Mi posso immaginare il brain storming per scegliere proprio lei, Aò, guarda che bella figa, ma ghi è? Mbò, nun lo so pperò è famosa in Inghilterra, daje, è a fija de coso, cor parrucchino, d’aa formula uno. C’ha anche un reality, chiamiamo lei dai. Qualcuno vada a salvare la Rai, li chiudono nei bunker a lustri e non sanno cosa succede fuori.

 

Forse saremo salvati quest’anno, forse la musica neomelodica sparirà e pure quei gorgheggi che perdoniamo solo al talento (maiuscolo) di Giorgia, dimenticheremo quel giro letale di Re Maggiore che si fa alla chitarra, alla pianola e anche sul flauto alle medie. Forse appariranno i re magi con una bella Takamine e tutti i vocoder bruceranno. Forse i creativi di San Remo saranno finalmente staccati dal respiratore che assieme al coma farmacologico li fa rimanere in vita: chiameranno qualcuno che la musica la conosce, faranno selezioni nelle trattorie in collina dove la gente suona a venti euro più gotto. Nessun presentatore dirà alla Bellucci “però”, come dire, sei ancora una bella figa anche se ormai hai superato i tredici anni. Giudizio insindacabile dell’orchestra, noi popolo bue saremo desautorati.

Sognamo il futuro e per vivere il presente ci appoggiamo ad un passato glorioso, quello di cui non ci vergognamo, quello solido: ma quali giovani al comando, datece li vecchi che la sanno lunga. Abolite – vi scongiuro – le pensioni, non ci lasciate soli con i bamboccioni che subentrano e conoscono i numeri perchè l’hanno imparati alla Luiss: poesia, genio, idee, questo ci serve. Per tutto il resto c’è Accenture – mandateli lì. Idraulici predatori sessuali, muratori infoiati alle sei del mattino: dove sono finiti? C’è qualcuno che beve il caffè con l’acquavite al mattino? Ormai noi siamo morti, una generazione a perdere di plastica irreciclabile: l’io emozionale ha tracimato nell’io seghe mentali, abbiamo fatto corto circuito. Lasciateci qui, siamo carne morta buona per qualche causa Eco-Friendly. Lasciate con noi anche quelli che difendono i giovani, isti di ogni sorta: essi sono stupidi, vogliono solo andare in discoteca e copulare – lo so, sono stata giovane anche io. Lasciate qui al macero anche le femministe nude al vaticano, che quei seni siano immessi in reggiseni di peltro – già che ci siamo.

Non c’è più una bella canzone. I musicisti c’hanno il correttore. Le pop-star non sanno più morire di cirrosi o overdose, come la mai troppo lodata Amy. Nessuno si ricambia il sangue in Svizzera. Nessuno porta le groupies nei video – ma quali groupies, sono tutte sessantenni e non c’è stato il ricambio. Il brand viene prima della band. Li vai a vedere dal vivo e sembrano tutti froci di dodici anni con l’ipertricosi – e io non ce l’ho con i froci, purchè non mi vengano proposti come sex symbol etero. Ma sex cosa? Fijo mio, a sedici anni ti posso insegnare a farti la barba, perlamordiddio, mi sono rasa le gambe così tante volte che ormai lo so fare al buio, a testa in giù, ubriaca. C’è più rockstar nello specchio quando mi passo il filo interdentale fra gengive sanguinolente che in tutta la vita di Justin Bloody Biebier.

Troviamo rifugio nella musica: Led Zeppelin, it’s been a long time since we rocked and rolled. We feel like Slipping away, specialmente di domenica sera. I want you, Night n’Day, You Sexy Mother Fucker. E tutta quella roba lì – ognuno sceglie la sua, ma insomma è tutta robba bbona. Niente Boublè, con la faccia a volume dei Quindici: aridatece Sinatra, la collusione e Our Way. Aridatece li vizi, maledetti moralizzatori: tenetele voi le bambine prodigio di icsfactor, i nani intonati e le popstar dodicenni botulinizzate e vergini. L’armageddon è vicino nella musica, e di certo non per colpa dei Maya.

A me, personalmente, mi prende il basso – lo strumento. Se una canzone c’ha il basso che suona grasso e pieno, mi viene voglia di campare fino a cent’anni dissoluta e felice sotto una palma. Il bassista è quello che guardo sul palco, mentre la linea del basso è quella che mi tunz-tunza nel ventre, che mi fa muovere i piedini anche se non mi piace ballare davanti ad altri che non siano mia figlia.

Mi piace un basso presente e decisivo. Mi piace il bassista che spinge col bacino impercettibilmente e muove le mascelle in levare, invece che in battere. Mi piace il tuuuuuù della discesa dal mi al mi bassissimo, che ti fa prudere i piedi sotto.

La prima parte dell’intervista a Andrew Levy dei Brand New Heavies l’ho fatta in un pub di Londra e l’ho spesa a non fare la domanda ma è vero che siete stati scoperti da Hugh di Playboy, quello delle conigliette? La seconda parte l’ho fatta a cavallo di capodanno. La terza a casa sua, con sua moglie Melissa – incinta, dove ho sostato, come ogni buon ospite farebbe, fino alle luci del mattino. Il preambolo di tutto è avvenuto alla Soho House, dove ho ordinato un tea per via della salivazione che mi va via quando sono emozionata, quindi lì niente domande. In compenso ho scoperto che si intende, e parecchio di Arte – sono Italiana all’estero, sinceramente me l’aspetto poco.

Il punto è che gli Incognito, seppure eccezionali, non c’hanno mai avuto il hmf. Il hmf è quella smorfia che fai di lato alla bocca, alzando il labbro superiore e mordendoti quello inferiore, tirando il muscolo addominale sotto lo sterno e chiudendo gli occhi. Tu ascolti una canzone dei Brand New Heavies e ti esce un hmf, perchè sai che in sala prove si sono divertiti come bestie. Nessuno è stato lì a pensare a come interrompere virtuosamente la sequenza in mi bemolle minore aumentato nona, scala anche detta “a spregio”, piuttosto si sono messi lì a sentire se c’era il hmf.

Brand New Heavies: 14 albums, di cui 8 in studio e 6 raccolte – 27 anni di attività. Questo mi interessa: la consistenza. Nessuna lite. Nessun colpo di testa. Acid Jazz Funckeggiante, piuttosto, che fa rimescolare le (mie) vene e quelle di una base di fans che tuttoggi li segue con piede ballerino. Il mestiere di musicista – no scandalo con Paris Hilton, no video sexy. Non ce n’è bisogno. Basta kerfuffle.

 

Dimmi come si resiste nel business musicale per più di ventanni senza uscire di senno, con un patrimonio economico e dei figli che non desiderino suicidarsi o partecipare ad un reality.

(Ride).

Riformulo.

Ok.

Si dice in giro che tu sia un business man, una persona che ha saputo crearsi un reddito con la musica e tutto attorno. Dicono che tu sia estremamente quadrato, hai capito cosa intendo, e vorrei sapere cosa diresti ad un ragazzo, o una ragazza, che abbia un sogno musicale in tasca nel 2012: come arrivare in fondo, come farne un lavoro, cosa fare per aprire quella porta che provoca, è innegabile, un salto di qualità eccezionale nella vita di una persona normale.

Se lo puoi fare per nemmeno un euro, se lo puoi fare per nulla e per almeno dieci anni, se lo puoi fare senza mai arrivare e lo stesso non volere fare altro, arrivi. E non firmare mai contratti per quindici giorni.

Cioè?

Cioè ti danno un contratto, tu lo leggi, lo lasci lì per quindici giorni. Poi lo riprendi, lo rileggi e decidi cosa fare. Enjoy Yourself, prima di tutto. Pensa. Qual è il tuo piano? Devi coordinare il business man in te e farlo ragionare con il musicista, e le due figure, credimi, si danno un sacco di noia.

(Qui è quando sto zitta per vedere se parte a ruota libera. Parte a ruota libera.)

La disciplina è tutto. Ad esempio: io ho moltissimo tempo libero, per me, governo il mio tempo. E’ importante crearsi una routine, esserle fedele. La rockstar thing, la scapigliatura, l’ho fatta all’inizio e va fatta: groupies, concerti a ritmi bestiali, parties dopo i concerti. Tutto alle spalle, dopo un pò, se non vuoi essere una sensazione, un burattino nelle mani di produttori che comunque cambiano di semestre in semestre. L’importante è non perdere la disciplina, anche nei momenti più concitati: sei un musicista, quello è il tuo mestiere, e tu gli devi rimanere fedele.

Non chiedo di Jason Kay, futuro fondatore e leader della band Jamiroquai, scartato proprio dai Brand New Heavies nel 1990 ad un’audizione. Non chiedo di Siedah. Non mi interessano i retroscena, anche se ho sempre comprato gli lp per ascoltare il lato b prima ancora del resto: voglio sapere che differenza c’è fra me e Melissa, la moglie di Andrew, voglio capire quanto sia diversa la nostra vita e darmi subito un’autovalutazione – sono ancora in tempo a cambiare tutto, eventualmente.

 

Melissa.

Sì, Melissa. (La abbraccia, si vede che sono nell’acme della gioia). Aspettiamo un bambino. Non sappiamo cosa sarà. Io sono cresciuto con donne, amo le donne, se dovesse venire femmina so già che soffrirei come un pazzo al distacco. Forse spero che sia maschio. Non abbiamo nomi, vogliamo guardarlo, guardarla, e decidere – come si fa con l’ispirazione di una canzone: non sai cos’è finchè non la scrivi, non la suoni. Sono contento di averla incontrata dopo che la pazzia era passata, di averla potuta tenere con me, di vederla ogni giorno. E’ il mio motore, la mia ispirazione.

Com’è un tuo giorno tipico?

Mi alzo alle sei e mezzo, scendo in cucina, preparo uno smoothie con 51 ingredienti per Melissa – che è vegetariana e ha firmato un contratto per scrivere un libro sull’alimentazione, su come cambi completamente l’umore, la pelle e la qualità della vita di una persona. Facciamo colazione assieme. Lei va al lavoro, io vado ad allenarmi in palestra. Nel primo pomeriggio inzio a suonare e smetto quando ho finito. Tardi. Ceniamo assieme. Potrei suonare da qualche parte, anche, se c’è una data.

Facciamo una vita normale, solo che invece di incontrare quello dell’assicurazione ci incontriamo con un produttore e segnamo date sull’agenda, programmiamo cose.

Com’è un tuo giorno tipico?

I ragazzi, capisci, ci conoscevamo prima di costituire il gruppo, eravamo amici – e lo siamo ancora. Siamo sempre i soliti tre.

 

Cosa hai fatto, che ne so, il 10 di Marzo del 2011, ad esempio?

(Rimane basito e si gira verso Melissa: Le avevi detto del 10 di Marzo? No, non me l’aveva detto e ho sparato a caso) E’ incredibile che tu lo chieda… è la data in cui siamo venuti assieme ad abitare qui, a Londra, dieci anni prima volevo dire. Comunque. Dicevo. Oh man, incredibile. E’ un giorno importante.

Fine della prima parte, happy new year, è capodanno, proseguiamo a casa loro, dove ci piazziamo sul divano e guardiamo i video di YouTube assieme. Gli chiedo di fare una selezione di video dei Brand New Heavies per il tempo che stiamo assieme.

Sono sul divano di casa di Andrew Levy dei Brand New Heavies, sto ascoltando le canzoni che adoro ad un volume fuori misura ma soprattutto dentro un impianto Bose che vale come tutte le mie partecipazioni nella mia società  – probabilmente di più. Andrew suonicchia il basso, qui davanti, e la bottiglia di champagne aperta mi sorride. Che fine. Che inizio. Due ore di musica in filodiffusione molecolare, un sacco di hmf.

 

Cosa succede domani?

Facciamo le valigie e partiamo per Marrakesh. Abbiamo il prossimo album in uscita e sto producendo vari progetti. Sono felice.

Oh dimmelo a me.

http://www.thebrandnewheavies.net/