Mi sono chiesto a lungo se scrivere di questo concerto, appena visto nel teatro tenda della mia cittadina. Alla fine ho deciso per il sì. Se lo faccio, però, non voglio millantare e devo dire tutta la verità, quindi confesso: non sono mai stato un fan degli Elii. Fermi, non fraintendete. Quando dico fan intendo in senso letterale: non ho tutti i loro dischi a casa, non so a memoria i testi delle loro canzoni, non scrivo sui forum dedicati al gruppo, e so poco della loro biografia. Per questo in teatro mi sentivo in minoranza, un conoscente invitato a una serata tra amici intimi. Ma a questo punto chiarisco e rivendico: mi piacciono, li ho sempre apprezzati, considerandoli bravissimi. E non da oggi, se è vero che ho sentito le prime canzoni (credo fossero “Cara ti amo” e “John Holmes”) su una cassetta infilata in un walkman, sotto il sole di Fiascherino, La Spezia, poco dopo la metà degli anni Ottanta. Non perché sia particolarmente precoce nello scovare talenti: sono solo un po’ vecchietto. Poi il mio percorso di ascoltatore non si è mai soffermato a lungo sui loro album, forse per caso, forse perché ho sempre trascurato la musica italiana (credo con qualche buona ragione), e soprattutto non ero mai stato a un loro concerto, pur avendone “sfiorati” diversi.
Fatto questo outing, devo dire che non è facile raccontare una serata come quella di venerdì scorso. In teoria non è successo nulla che non mi aspettassi, in pratica non mi è mancato un certo stupore. Tanto per cominciare, sono rimasto a lungo in dubbio se rischiare l’infarto dal ridere di fronte ai testi e alle coreografie di Mangoni oppure drizzare le orecchie per apprezzare la ricerca della perfezione di una band composta da musicisti come, credo, in Italia ce ne sono pochi. Anche questa, del resto, non era una sorpresa, solo che, come sempre, quando passi dal sapere qualcosa a constatarlo dal vivo, ti scappa una bocca mezza spalancata.
Insomma, il concerto era a metà strada tra spettacolo di cabaret e dimostrazione di bravura tecnica. Il fatto straordinario è che, negli anni, Elio e le Storie Tese sono riusciti nella difficile impresa di impedire che le gag oscurassero la parte musicale. Ormai nessuno si riferisce più a loro etichettandoli come “rock demenziale”, come succedeva vent’anni fa. Certo, probabilmente proprio grazie ai testi e alle capacità comiche sono arrivati a un pubblico vasto, che però è molto affezionato alla sostanza musicale. Una sostanza che non è per niente semplice, nella maggior parte dei casi. Lo ha spiegato lo stesso Elio, banalizzando un po’, nel pomeriggio, quando ha ricevuto un premio nella vicina Monsummano Terme: “Invece di fare canzoni strofa+ritornello, abbiamo pensato di farle strofa+strofa+ritornello”. In realtà quello che più apprezzo della loro musica è proprio la struttura dei pezzi, in cui spesso si fa fatica a trovare il “ritornello” o comunque lo si dimentica a metà esecuzione per via dei numerosi cambi di tempo, di tonalità, di melodia. Piaccia o non piaccia, questa è una musica “scritta” , che non tutti possono suonare in scioltezza. Anche a livello di generi c’è poco da classificare: si va dal rock al funky, dal reggae al prog, dal soul alla disco. Il primo richiamo che mi viene in mente, pescando tra i miei scaffali, è Frank Zappa, e credo di non scoprire nulla. Cercare “agganci” nostrani è altrettanto facile, visto che c’è un pezzo dichiaratamente dedicato agli Area come fonte d’ispirazione. L’idea è: abbiamo scritto una canzone simile a quelle degli Area ma più facile da suonare, così possiamo farlo anche noi. Il che è in buona parte un gioco, perché, come appena detto, anche le partiture degli EelST sono precluse a molti. Ad ogni modo, viste le mille parodie e citazioni, oltre alla capacità di svariare nel mare magnum della musica, quello dei riferimenti qui è un giochino impossibile, o infinito.
Proprio “Come gli Area” è uno dei momenti topici di una setlist piena di perle, che ripercorre l’intero arco temporale della vita del gruppo, pur limitandosi per ovvie ragioni (i molti “inserti” parlati e recitati) a una quindicina di episodi. Tanto per cominciare il titolo del tour è “Enlarge Your Penis” e prima di metà corsa arriva la canzone “Enlarge”. “Ci pareva che l’unico pezzo nel panorama della musica mondiale dedicato a internet, ‘vu vu vu mi piaci tu’ non avesse sufficientemente sviluppato il tema”. Poi un percorso a elastico fra dischi più recenti (“Shpalman”, “Plafone”, una stre-pi-to-sa “Parco Sempione”) e rivisitazioni del passato (“Cavo”, “Gomito a gomito con l’aborto”, “Cartoni animati giapponesi”, “La vendetta del fastasma formaggino”, “Pippero”, “Born to be Abramo”, “Abbecedario”). Inutile dire che la chiusura è stata affidata a “Tapparella”, poco dopo che Elio zittisse le continue richieste per quella canzone fingendo uno stizzito: “Purtroppo facciamo quello che vogliamo noi. Tra l’altro è tutto in playback, quindi ora ascolterete quello che è già programmato”.
A questo punto occhio allo spoiler: chi ha intenzione di andare a un concerto del tour si fermi qui se non vuole rovinarsi la sorpresa. Per chi c’è già andato, non ha intenzione di andarci, ha intenzione di andarci ma non resiste, non sa/non dice (cit.) : uscendo, la prima considerazione che viene in mente è “meno male che la prima gag della serata era solo uno scherzo”. Subito dopo il primo brano la band aveva salutato il pubblico con baci e inchini, come se fossimo al decimo bis. Solo una falsa direttiva, recapitata sul palco, dalla questura di Montecatini aveva imposto la prosecuzione del live, per ragioni di ordine pubblico. “Peccato – aveva replicato Elio - perché noi eravamo covinti di aver offerto uno spettacolo completo e artisticamente ineccepibile nella sua brevità. Ma siccome siete gente ancora legata al concetto di ‘pago tanto e voglio tanto’, andremo avanti”. E subito dopo, ai musicisti: “Dai, facciamo quella cagata che suoniamo sempre”.
Perfetto stile EelST. Non resta che dire: grazie, inesistente questore di Montecatini.
