Pubblichiamo con piacere l’articolo di Padre Silvano Fausti SJ, presente sull’ultimo numero di Popoli, nel quale si parla del vero ”Potere” della Chiesa e di ogni cristiano, guardando alla parola evangelica di Atti 1,15-26. Parole rivoluzionarie confrontate con l’esperienza cristiana che viviamo nella quotidianetà, ma che al contempo ci riporta alla fonte unica – la parola evangelica – capace di riformare ciò che è deformato.

«Pietro si alzò in mezzo ai fratelli… e disse: “Era necessario che si adempisse la scrittura… riguardo a Giuda”» (Atti 1,15-26)

Il modo di agire della Chiesa primitiva è fondante e normativo. Con il tempo, la tradizione subisce tradimenti. Si torna all’origine per ri-formare ciò che si è de-formato. La riforma non avviene mai per un decreto dall’alto, ma per un umile moto dal basso, ispirato dalla Parola tramandata nei Vangeli. Questi ultimi – norma della tradizione e non viceversa – sempre ci aprono a una duplice conversione: al passato e al presente, alla storia di Gesù e a come viverla oggi.
La comunità dopo l’ascensione resta unita. I primi 120 membri (ovvero, le 12 tribù x 10 = la comunità) sono aggregati non dalla «differenza» di un capo che domina, ma dall’adesione al Figlio che li fa tutti fratelli. Riuniti nel Cenacolo preparano il cuore perseverando nella preghiera. Ma preparano anche il corpo. Giuda ha tradito: manca un apostolo. Bisogna integrare il numero dei patriarchi, le 12 colonne del nuovo tempio, che saranno «testimoni della risurrezione». E questo sarà fatto democraticamente da tutti, su proposta di Pietro. Il testo tocca due punti fondamentali, sempre attuali: l’esercizio dell’autorità e la comprensione del mistero del male.
Pietro, autorità riconosciuta, non è come i potenti di questo mondo. Non sta solo, fuori dal gregge dei comuni mortali. Sta «in mezzo ai fratelli»: loro con dignità pari alla sua e lui con responsabilità di fratello maggiore. Suo unico potere è un dovere. Quello del suo Maestro e Signore, il cui comando è: «Lavatevi i piedi gli uni gli altri come io li lavai a voi». È traduzione «pedestre» della nuova legge: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 13,14.34). «Chi vuol essere il primo tra voi, sarà il servo di tutti», come il Figlio dell’uomo (Mc10,44), che sta in mezzo a noi come colui che serve (Lc 22,27).
Altra autorità nella Chiesa è causa di idolatrie, defezioni e divisioni. Niente vesti pompose o posti d’onore. Nessuno si chiami Padre, Maestro o Guida. Noi siamo tutti fratelli, discepoli del Figlio. Discepolo è chi da lui «impara» (discere) a essere figlio e fratello di tutti. Il proliferare di colorati titoli e rispettive bardature sono buffe storpiature. Si obietterà che sono simboli. Ma l’uomo vive dei simboli che ha in testa. La favola del Re nudo ci aiuti a ridere delle nostre stravaganze con un po’ di buon senso. L’incenso del potere dà vertigini e confonde fantasia con realtà. Fin qui poco male: è solo un po’ di carnevale. Il brutto è che il potere violenta la realtà per imporsi come verità. Se contempliamo il nostro Re coronato di spine, forse cessa il nostro stupido gioco, di cui Lui e i poveri cristi pagano il conto salato. L’uomo non agisce male per cattiveria, ma per incoscienza (Lc 23,34). Crede che le sue smanie di potere lo rendano come Dio. La falsa immagine di lui, di sé e degli altri – quella suggerita da satana in Genesi 3,1ss. – fa usare ogni mezzo per dominare invece che per servire. Questa è la radice dei nostri mali!
E qui veniamo al secondo tema: il male. Il traditore non è «il» mostro. Giuda è «uno dei 12», «uno di voi», dice Gesù. Rappresenta noi che, come lui, vogliamo – ovviamente per amor suo… – un Cristo ricco e potente che metta tutti sotto i suoi piedi. Grazie a Giuda, il Figlio dell’uomo finisce in croce. E lì ci guarisce dalla falsa immagine di Dio e di uomo, caricandosi il male dei nostri deliri di avere, dominare e apparire. Per questo attraverso Giuda si compiono le Scritture. E il suo posto lo prende un altro. È il posto che prende qualunque altro – compreso io – perché mi converta guardando e toccando le ferite del «mio Signore e mio Dio» (Gv20,27s).