Questo articolo ricalca quasi integralmente l’intervento da me fatto al termine della conferenza della Prof. Mariella Carlotti dal titolo “Il lavoro e l’ideale” sul gruppo scultoreo di Giotto sul basamento del campanile della cattedrale di Firenze. L’intera conferenza è visibile qui.

Aggiungo qui una breve introduzione al testo per renderlo comprensibile anche a chi non ha ancora avuto l’occasione di sentire la conferenza o magari non la avrà mai.

L’intervento si divideva in tre parti.

Nella prima feci l’elenco di ciò che, in quello che è il più importante ciclo medioevale dedicato al lavoro, mi aveva emozionato e provai a riassumere il senso del lavoro raccontato da Giotto.

Nella seconda parte invece provai a guardare al lavoro nel mondo odierno per cogliere similitudini e differenze tra adesso e allora ed a proporre la mia idea che la crisi economica che stiamo vivendo abbia tra le sue cause la perdita della centralità del lavoro che è perdita del suo significato.

Dedicai infine la terza parte del mio intervento a condividere alcuni pensieri sul senso del termine “crisi” e sulle implicazioni della crisi sulle nostre vite.

Per gli appassionati di infografica, in calce l’illustrazione relativa al mio intervento.

IL LAVORO, L’IDEALE E LA CRISI

Vorrei iniziare questo mio intervento raccontandovi le due perle che porto a casa con me questa sera.

La prima è la circostanza che questo magnifico ciclo scultorio è “di Giotto”, ma non solo “di Giotto”. Nonostante la “maestà” che noi oggi riconosciamo a Giotto, in quest’opera ci sono ingegno e mani anche di altri. E’ dunque un’opera che deriva dalla cooperazione. Mi pare importante ricordarlo oggi che si parla sempre più e sempre solo di competizione.

La seconda perla è la scoperta che c’è stato un mondo, e dunque può tornare a esserci, nel quale la politica era considerata come attuazione della musica nella Storia. Credo che questo sia un richiamo fortissimo al fatto che oggi il mondo necessiti di più politica e non di meno politica come spesso è detto.

A mio parere il lavoro che Giotto ci racconta, ha alcune caratteristiche fondanti che lo definiscono.

Il Lavoro è strumento per creare nuove e più umane condizioni di vita.

Il senso storico del lavoro risiede nella promessa di togliere l’uomo dalla precarietà, dall’angoscia dell’insicurezza, dalla brutalità della lotta per la sopravvivenza. È culturalmente decisivo ricordarlo oggi considerato che noi europei siamo figli di un ben preciso ideale di Uomo che si riflette in un ben preciso senso del Lavoro.

Il Lavoro è servizio alla società e al bene comune.

Il lavoro disegna una rete di corresponsabilità nella quale i talenti di ognuno creano frutti, ma non solo per se stessi. Non a caso dopo la II guerra mondiale che è l’abominio, il baratro del bene comune come valore, la nostra Costituzione indica nel lavoro il fondamento della Repubblica Italiana. Per costruire qualcosa di condiviso ci viene ricordato che occorre partire dal lavoro.

Il Lavoro è servizio rivolto a qualcuno e non solo realizzazione di qualcosa.

È dunque atto d’amore e non mera fatica per la sopravvivenza. E solo come atto d’amore che il lavoro può essere fondamento di ciò che è condiviso. Nel lavoro deve potersi esprimere la nostra cura, responsabilità e libertà.

La mia generazione è cresciuta con la certezza che la democrazia fosse il sistema politico che garantiva le migliori condizioni di sviluppo del sistema economico. Oggi dobbiamo prendere atto che non è più così!

Esistono infatti Paesi non democratici nei quali il sistema economico cresce di più. Ciò è innegabile, ma lo è semplicemente perché si è ribaltato il rapporto tra società ed economia. Se l’economia è sistema che vive dentro la società, la democrazia è ancora il sistema politico economicamente più efficace.

Però la globalizzazione che vediamo all’opera oggi pone la società al servizio dell’economia il che è assurdo anche considerando l’etimologia della parola “economia” che significa “legge/regola di funzionamento della casa”. La regola di funzionamento della casa non può essere preminente sulla casa stessa!

A ben guardare però la globalizzazione pone la società al servizio non dell’economia, bensì di un unico aspetto e di un unico scenario della stessa. Un aspetto che si chiama “profitto”; uno scenario che è quello dell’individualismo. Questo meccanismo di isolamento e assolutizzazione di un unico aspetto di un qualcosa che nella realtà è più ampio, complesso e variegato, nella storia dell’umanità ha un nome e questo nome è “idolatria”. La globalizzazione che vediamo in atto oggi è dunque idolatria.

Come è il lavoro nella società globalizzata di oggi? Se davvero abbiamo il coraggio di guardarlo senza farci abbagliare dalle varie ideologie, ci accorgiamo che il lavoro ha perso il suo valore etico e conseguentemente molto del suo valore economico. Chi vince oggi nella competizione globale è spesso chi riesce a degradare maggiormente il lavoro e dunque le persone.

Il lavoro è oggi dominato dal “mercato” inteso come il modello organizzativo dell’economia dove profitto e individualismo stabiliscono le regole che sono la flessibilità esistenziale e quella etica.

Il lavoro è oggi strutturalmente precario. E questa precarietà trova la sua fonte nella subordinazione del lavoro ai “capricci” del mercato. Il lavoro – precario da un lato – dall’altro invade – spesso con la nostra attiva partecipazione – ogni spazio e ogni tempo della nostra vita. E sempre più spesso tale occupazione avviene anche a scapito dello smantellamento di ogni confine etica e morale.

A questa definizione di lavoro nel mercato globalizzato corrisponde un ambito sociale nel quale chi “sta in basso” chiedendo protezione riconosce implicitamente di dover dipendere dalla disponibilità di chi “stando in alto” pretende in cambio fedeltà e dedizione. Il punto critico di questo scambio è che né la discrezionalità dall’alto, né la dedizione e fedeltà dal basso sono istanze che appartengono all’ambito della democrazia.

Vorrei a questo punto fare qualche considerazione sul rapporto che esiste tra la crisi e l’idea di lavoro con la quale conviviamo.

La domanda che mi pongo è se questa idea di lavoro oggi abbia rapporti con la crisi economica in atto.

A mio parere quella che oggi chiamiamo “crisi” è principalmente la perdita del ruolo dominante che il mondo Occidentale ha avuto nel tempo. Una perdita di cui beneficiano Paesi nuovi che spesso non si riconoscono nell’idea di Uomo e dunque di Lavoro che è culturalmente costitutiva dell’Europa. Mi pare però chiaro che questo modello economico che assolutizza il profitto, l’individualismo, la competizione tra gli uomini, generi anche conseguenze sociali inaccettabili e ingestibili da sistemi democratici.

Concludo provando a condividere qualche pensiero sul senso del termine “crisi” e sulle implicazioni operative della crisi nelle nostre vite.

Che cosa chiamiamo crisi e che cosa siamo chiamati a fare di fronte ad essa?

Chiamiamo crisi una situazione esistenziale che scuote spesso radicalmente la nostra vita. Dunque un evento della vita che ci accade senza esserne gli attori.

Come reagiamo alla crisi? Stefano Bittasi, biblista gesuita, scrive: “La reazione alla crisi è talvolta un blocco nella costruzione della nostra vita. Il presente perde la sua apertura positiva al futuro per rinchiudersi unicamente in una proiezione negativa sul passato. … Sembra che ogni opportunità buona appartenga definitivamente a un passato oramai svanito”.

Il ricordo del bello che fu si fa in noi rancore verso il presente, rabbia nei confronti della vita, degli altri, di Dio. Una rabbia cui consegue una paralisi operativa, una sorta di buco nero che assorbe ogni capacità di pensiero positivo e di felicità.

Una staticità che imputiamo alla crisi stessa quasi ne fosse conseguenza obbligata. È chiaro però che non esiste alcuna automaticità di questo tipo. L’evidenza esperienziale che abbiamo infatti ci mostra come di fronte al medesimo evento tragico certuni abbiano reazioni attive di “risurrezione”, mentre altri vi sia abbandonino passivamente.

Che cosa porta nella nostra vita una crisi? Certamente ogni crisi che ci investe porta cambiamenti e con essi spesso fatica e dolore. Credo però anche che le risorse che davanti alla crisi riusciamo ad attivare portino nella vita di ciascuno di noi anche libertà. Senza crisi siamo esposti al rischio di rimanere invischiati nelle nostre comodità, fedeli ai nostri piccoli idoli, schiavi invece che uomini e donne libere. Vedo dunque nella crisi una fonte, spesso dolorosa, spesso violenta, ma una fonte di cambiamento, di evoluzione, di libertà.

E poiché essere veramente “Umani” non è restare ciò che nasciamo, ma diventare ciò che siamo in potenza, credo che senza crisi sia più difficile per ognuno di noi attivare un processo evolutivo e dunque essere veramente noi stessi.

Affrontare una crisi è un processo che implica il passaggio da una situazione di equilibrio a un’altra. Un passaggio che non avviene automaticamente, ma necessita che vengano attivate energie e risorse. Se in principio ci opporremo al cambiamento, occorre a un certo punto prendere atto della nuova realtà che ci è data e non potendola più modificare farne una base realistica da cui ripartire a vivere. Uscire dalla crisi richiede di interrompere il giudizio di comparazione con un passato che non c’è più, per fare della nuova realtà che sperimentiamo la piattaforma su cui appoggiare i piedi per riprendere il percorso della nostra vita.

Distaccarsi dal vecchio… Pervenire al nuovo… Ricomporre un nuovo equilibrio…

Questo processo è possibile a ogni uomo. Ogni uomo di fede è però chiamato a dare testimonianza a questa possibilità sempre aperta, sempre libera. Per chi crede nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, la Storia è escatologica e non protologica e dunque il suo compimento sta al termine e non all’inizio. E come ci ha insegnato Gesù Cristo incarnato per tutti gli uomini e tutte le donne di qualsiasi razza, colore, religione, abilità e talento il Bello deve ancora venire.

Marco E. Tirelli