Oscar de León è un adolescente dominicano trapiantato in New Jersey con una famiglia ingombrante. Inoltre Oscar non è affatto attraente fisicamente, il che è un grave problema per un ragazzo dominicano, che invece dovrebbe fare strage di cuori tra le ragazze. Come se non bastasse, Oscar è appassionato di fumetti, di letteratura fantasy e di fantascienza, e non riesce a comunicare senza passare attraverso uno di questi canali, risultando sempre bizzarro a chi lo ascolta. Il nostro Oscar è quindi un nerd obeso costantemente in cerca dell’amore, costantemente rifiutato e deriso.

Ho letto La breve favolosa vita di Oscar Wao (premio Pulitzer 2006), romanzo d’esordio di Junot Díaz, tutto d’un fiato, un po’ sul tram, un po’ a letto prima di andare a dormire, ma soprattutto durante le lunghe attese che mi toccano ogni giorno -la mia vita potrebbe essere riassunta con le parole in attesa-. Non sono riuscita a staccare gli occhi dal libro per quattro intense giornate; solo l’inquietante tremolio della palpebra destra è riuscito a frenarmi. Ma per poco, perché Oscar è adorabile e detestabile allo stesso tempo. La novità del romanzo è proprio questa: il personaggio principale è disegnato talmente bene da risultare reale, e il lettore a tratti simpatizza per lui, a tratti prova insofferenza.

In realtà tutta la famiglia di Oscar e la sua storia sono i veri protagonisti del romanzo, che quindi spazia tra diverse generazioni, in un ampio lasso di tempo. Il filo che lega i diversi personaggi è la maledizione, il cosiddetto fukú, che affligge l’intera famiglia di Oscar. L’unico anatema per sconfiggere il fukú è uno zafa, e la trama si incentra sulla ricerca di esso.

Díaz ha una scrittura frizzante, divertente e innovativa: nel suo romanzo mischia infatti la storia personale della famiglia de León, chiaramente di fantasia, ad alcuni elementi reali, come la feroce dittatura di Trujillo, spiegata brevemente ma con una certa precisione nelle note a piè pagina. La lettura quindi non è semplice: la trama subisce continue interruzioni e divagazioni, che vanno dalla storia al fantasy, dalla saggistica al fumetto, tutte sapientemente e pazientemente illustrate in un ricco glossario alla fine del libro. Inoltre il linguaggio non risparmia forme dialettali dominicane, ed è quindi necessaria una sommaria conoscenza dello spagnolo per destreggiarsi tra i vari dialoghi (alla fine del libro c’è comunque un piccolo vocabolario). Ma la narrazione non risulta mai frammentaria, ed è bensì compatta, piacevole e scorrevole, grazie anche alla forte dose di ironia. E il lettore è sempre coinvolto e attento.

Il romanzo è quindi di difficile collocazione: vi sono moltissimi elementi di fantasia e moltissimi di storia. Non da meno il tema dell’integrazione: Oscar è un immigrato negli States che deve convivere con due diverse realtà, la sua cultura di origine e la cultura del paese in cui vive. Díaz attinge molti spunti dalla sua storia personale (nato a Santo Domingo, arriva in New Jersey all’età di sei anni) e quindi riesce a dare uno spaccato molto puntuale di questa esperienza, senza scadere in facili pregiudizi, sui quali invece spesso ironizza. In questo senso ricorda l’opera di Zadie Smith Denti bianchi.

Interessante scoprire poi che la narrazione, inizialmente in terza persona, è in realtà condotta da un altro personaggio marginale della storia, Yunior; personaggio che tra l’altro compare in diversi racconti di Díaz, oltre che in questo romanzo.

L’opera, decisamente eterogenea e ben giostrata, offre una lettura piacevole ed intelligente, spesso divertente, particolarmente accattivante. E non si può lasciare il libro fino alla fine: sarà vero che nessun dominicano muore vergine?

di Claudia Oldani