L’inglese è in crisi nera. Mi chiama in orari poco composti per lamentarsi con quella voce a me intollerabile, da vecchia che chiama i gatti degli altri nel proprio giardino: dalle quattro alle nove, quando lavoro, oppure dalle undici di sera in poi, quando dormo cullata dai documentari sugli animali che lascio accesi tutta la notte, perchè la voce dei doppiatori mi sembra una carezza amorevole sulla testa.

juanitadepaola

La mia mamma mi carezza sempre sull’attaccatura dei capelli, con la mano un pò ruvida.

Non mi chiama al mattino, quando dorme. Daltronde nello show-biz si va a letto alle quattro, ci si alza a mezzogiorno, si fa il brunch, si infila il cellulare all’orecchio, il BlackBerry, e lo si stacca verso l’ora di aperitivo. Ho contatto le calorie presunte che una persona nel mondo dello spettacolo assume durante una giornata: sedici. Che sarebbe l’oliva nel Martini.

Non mi chiama nemmeno all’ora di pranzo, perchè quello è il momento in cui carbura di più – il mattino presto ha l’oro in bocca.

Statisticamente mi telefona alle quattro, lagnandosi di quello che non l’ha contattato in tempo per l’intervista e lui si è dovuto inventare tutto, e oltretutto il beota dopo si lamenta pure. Oppure impreca perchè Tizia si è fatta trovare sbronza, di notte, a piedi nudi, fuori dalla casa di Caio e ora hai presente quante chiamate devo fare alla redazione affinchè non mi pubblichi le foto? Proprio ora che siamo sotto lancio del libro. Non chiedo mai i titoli delle pubblicazioni, o chi è, perchè certe ironie del fato non mi divertono per niente.

Io l’inglese lo amo. E penso che sia un genio. E credo che la sua umana incapacità di prendere decisioni razionali, posate, oserei dire intelligenti, sia parte del fascino che esercita su di me. Forse mi garba solo perchè è matto, imprevedibile, e più di tutto gli interessa che sua figlia sia la reincarnazione di Grace Kelly. Perchè quando ero ottantacinque chili mi portava i top di licra bianca, aderenti, sperando davvero che me li mettessi. Mi chiama Liz, come Liz Taylor – sei sputata, mi dice. Uguale. E io penso che abbia un ritardo mentale ma ogni tanto mi trucco come lei.

Non credo che sarei stata capace di resistere per dieci giorni di fila con chiunque altro, perchè gli uomini mi annoiano e di molto, mentre lui è quasi una donna pazza, un bambino con la voce grossa, un uomo scaleno.

Detto questo se vado all’inferno, la mia punizione eterna sarà rispondere alle sue telefonate. Se sarò stata parecchio crudele, saranno intensificate le chiamate in cui percepisco che abbia alzato il gomito, quando ripete dieci volte di fila la stessa cosa e i finali di parole si impastano in quel ghigno maledetto che detesto, quello con gli occhi strabuzzati di fuori e i denti cattivi. Dio com’è bello pestarlo quando ha quella faccia a cretino.

Comunque.

Oggi ha una conferenza stampa, per spiegare, promuovere, e da ieri non si parla con la sua assistita numero venti, umorale e may I say, stupida come la pupù di maiale (si dice in inglese, è proprio un detto). Per questo mi ha chiamato e io gli ho detto che lei è fenomenale, che invece le cose vanno viste da una prospettiva diversa, più ampia, che lei, senza di lui, sarebbe persa e questa sensazione le provoca risentimento. Ma lui è un professionista, e queste cose le deve capire, non interiorizzare.

C’è sempre una fase in cui l’assistito si rivolta verso il suo fac-totum, perchè gli ricorda di quando era uno sfigato come noialtri, specialmente se l’ha portato al successo. E’ una sindrome che ha anche un nome preciso che non ricordo, forse sindrome di Urano, o qualcosa del genere.

L’Inglese deglutisce e mi dice che ho ragione, che sì, che lei è eccezionale. Ma ora devo scappare, bacia la mia principessa e ricordati di ritirarmi le giacche alla lavanderia.

Le giacche sono almeno dodici.

Questo sono io. Quella che alle quattro inclina il collo sulla spalla per tenere il cellulare mentre parcheggio davanti alla scuola della piccina, salto fuori dalla macchina, mi porto dietro la valigetta 24 ore – perchè se me la rubano con tutti gli iPad, iPhone, Portatili, mi impicco. Mi taglio la testa e poi la giro affinchè veda il mio corpo smembrato per l’eternità. Non me lo posso nemmeno immaginare, ho i brividi.

Poi corro dentro la scuola e saluto, e mi infilo il cellulare in tasca tanto lui parla ma io sto zitta e non se ne accorge. Metto il cappottino alla bimba e saluto le sue adorate maestre, che io gli farei una statua a quelle. Le tiro un pizzicotto, affinchè saluti la bidella forte e chiaro, “ti deve sentire” le dico sempre. E lei lo fa. Poi corre fuori e ogni giorno le urlo di non andare in strada.

Poi rientriamo in macchina e mi ricordo che l’inglese è lì appeso, riprendo la macchinetta e lui sta parlando da minuti, ore, vite intere – non si è accorto di niente. Io sono quella che ora corre a comprare il cono gelato per “lei”, la magnifica presenza, il vettore attraverso il quale vedere il mondo come un campo giochi e un’opportunità, lei che mi ricorda che avrei dovuto averne sedici di figli, ma che cazzo ho fatto in tutto questo tempo invece di farmi ingravidare lo sa Iddio.

Mi sento un motore, ecco cosa sono, un due fasi senza limite orario. Una pietra della fortuna. Una macchina che si produce la benzina e gode mentre va a giro, perchè ci sono proprio dei panorami tutto attorno e portare la gente è meglio che stare in garage.

Dico all’inglese che non ho la minima intenzione di andare a vivere assieme, non nello stesso appartamento, perchè questa macchina ama anche ore intere di nulla, di vuoto pensivo. Che quando lo vado a prendere all’aeroporto mi sento felice come una bambina, e poi andiamo io e lui in osteria col vino cattivo a parlare fitto fitto fino alle quattro del mattino. E ci baciamo ancora. E il giorno dopo ho sempre malditesta ma la pelle che mi splende.

Ho paura che se lo vedessi ogni ora sarebbe l’aeroporto di nuovo il mio posto preferito – quando me ne vado in Antartide.

Vedremo.

Se mi lascia non ne cerco più: troppo lavoro. E troppo telefono.