Dopo la mia “svolta pop” con l’ascolto reiterato degli Shins, resiste la voglia di brio e divertimento in questo incerto avvio di primavera. Stavolta però non mi avventuro in lande da me poco frequentate, e vado sul sicuro con un album che conosco e amo dagli anni Ottanta, che ha suonato centinaia di volte nella tavernetta dei miei, all’epoca, e che da qualche tempo riascolto con pieno godimento grazie alla recente ripubblicazione in coppia con un l’Ep “Up Front”.

“Roman Gods” (1982) è il secondo Lp della band di Keith Streng e Peter Zaremba, che ha cominciato a suonare alla fine degli anni Settanta e, per quanto mi risulta, non ha ancora smesso.  Un paio d’anni fa lo avvistai in vinile in una delle tante fiere del disco che infesto, ma sul momento lo snobbai perché era una copia originale da una trentina di euro, e mi sembrava un esborso eccessivo. Ora mi mangio le mani e vorrei ritrovare quel 33 giri, che sfortunatamente non è rimasto lì ad aspettarmi paziente. Come pure i 30 euro.

 

 

L’attacco di “The Dreg” illustra già abbastanza bene l’anima dei Fleshtones: c’è l’energia assorbita dalla tempesta punk, ma anche molto di più e di diverso. Saltando da una traccia all’altra, si va dal surf  al rockabilly, e in certi momenti si torna indietro fino all’albeggiante rock & roll degli anni Cinquanta.  Inluenze e riferimenti che, spesso, emergono anche in uno stesso pezzo. La qualità e la forza delle canzoni, poi, non tradisce mai: riff azzeccati, coretti irresistibili e una ritmica che spinge, stoppa e cambia d’abito ai brani in corso d’opera.

I’ve gotta change my life” sembra un inno generazionale, il portentoso refrain in coro e la batteria incalzante ancora oggi mi fanno tippettare con i piedi ogni volta che lo sento. Il ping-pong tra la voce leader di Zaremba e le risposte corali animano “Stop foolin’ around“, poi c’è il brano  più radiofonico, “Hope Come Back”, che mi fa venire voglia di travestirmi da ventenne e imbucarmi alla prima festa disponibile per cantare  il ritornello “before it’s too late”, giusto prima di rendermi conto che sono già in ritardo, e non di mezz’ora. Mentre rifletto sulla mia antichità, nemmeno a farlo apposta, irrompe la furia di “The world has changed”, che lascia intravedere una fratellanza con i Cramps, che emerge più chiaramente con la successiva “R-I-G-H-T-S”. “Let’s see the sun” è un classico garage, anche questo con variazioni e intermezzi a interrempore una linea di basso che tirerebbe dritta come un treno.

Non c’è praticamente sosta in questo album: in “Shadow line” e nel rhytm & blues di “Chinese Kitchen” non va perso un briciolo d’ispirazione e prima dell’epilogo c’è tempo per una cavalcata, “Ride your pony”, appunto, tra fiati che pompano e il riverbero di una chitarra metallica. L’ultima sorpresa è la title-track, sguaiata jam multigenere, con le martellate di un basso funky e le urla che sfumano in chiusura.

Avvertenze per l’uso: questo disco è istigazione pura allo svago. Ascoltarlo in macchina mentre si va al lavoro, o con i libri aperti mentre si prepara un esame, è fortemente sconsigliato.

La versione rimasterizzata del 2011 comprende, come già detto, l’intero Ep “Up Front” e una serie di bonus tracks, che rendono bene l’idea dell’impatto live della band del Queens.

di Lorenzo Mei