Alla fine di ogni mio percorso, è per me buona abitudine tirare le somme dell’esperienza appena compiuta, bella o brutta che sia stata. Finalmente vedo la fine della mia carriera universitaria -fine incerta, perché, si sa, potrei cambiare idea all’improvviso- e voglio tirare le somme anche in questo caso, anzi soprattutto in questo caso.

 

Allora, partiamo con ordine: ho studiato lingue e letterature straniere e no, non ho nessuna intenzione di intraprendere il mestiere della traduttrice (come peraltro crede la maggior parte delle amiche di mia nonna). In questi anni di studio ho amato i corsi di letteratura, come è ovvio, e amato meno i corsi di lingua. Ho amato infilare il naso in polverosi e pesantissimi dizionari monolingue, ho odiato trasportarli per Milano in borse sempre più provate, al massimo della loro portata. Ho amato soprattutto leggere i miei scrittori preferiti nella loro lingua, senza intermediari. Ho odiato più di chiunque altro l’imbecille di turno che, dopo aver saputo l’indirizzo dei miei studi, aveva un improvviso cambio di personalità e di cultura, e intavolava una conversazione in un’altra lingua, né mia né sua, giusto per provarmi che anche lui sapeva un altro idioma. Ad un architetto non sarebbe mai successo, continuo a pensare. Tutto sommato ho in realtà ben poco di cui lamentarmi.

 

Riflettendoci, il punto cardine dei miei studi sono sempre stati loro, i miei amati libri. E così, al posto della classica lista dei pro e dei contro, ho fatto una lista di solo cinque titoli che meglio rappresentassero la mia avventura universitaria. Solo cinque, perché, purtroppo, un limite me lo sono dovuto dare. Ecco allora una piccola classifica, anche se di classifica non vuole avere nulla, solo segnare un percorso in maniera differente:

 

L’Aleph, di Jorge Luis Borges (nella versione del 1974); una breve raccolta di racconti che ha segnato il destino della letteratura contemporanea, e il mio. Dopo aver letto questi racconti, qualsiasi altro scrittore mi sembrava essere passato tra le pagine di Borges molto prima di me.

Sogno di una notte di mezza estate, di William Shakespeare; il testo teatrale, che risale al 1595 circa, rappresenta, con una spaventosa puntualità contemporanea, l’ossessione amorosa che molto mi ha ricordato l’adolescenza. Evidentemente certi sentimenti sono universali.

Operazione massacro, di Rodolfo Walsh; un romanzo, o meglio una cronaca, che mi ha fatto scoprire una realtà terribile e un modo diverso di scrivere il giallo. Uno dei libri che ho amato di più e che non rileggerò mai.

Una stanza tutta per sé, di Virginia Woolf; un saggio incisivo ed efficace che mi ha in effetti spalancato gli occhi su una spaventosa verità e che, a distanza di tempo, mi fa ancora tanto riflettere: certe cose non cambieranno mai?

Cristo si è fermato ad Eboli, di Carlo Levi; a volte, per leggere un libro, ci vuole una piccola spinta, esattamente come in questo caso. La spinta è stata appunto un esame. Un romanzo dalla bellezza inaspettata. O almeno per me, visto che lo ho evitato per anni. Quanto tempo sprecato.

 

E’ un caso singolare che il mio primo esame e il mio ultimo al corso di lingue fossero due esami di letteratura italiana. Ho voluto cogliere questo fatto come una raccomandazione: esplorare diverse culture è bellissimo, ma è fondamentale non dimenticarsi da dove si viene.

 

Non studiando traduzione, mi rimarrà per sempre questo dubbio: ma perché la senape diventa sempre mostarda?

 

 

di Claudia Oldani