Questo articolo, quarto della rubrica “La Bibbia, strumento per la realtà”, è stato pubblicato a firma di Jean-Pierre Sonnet SJ su Aggiornamenti sociali, rivista di gesuiti che da oltre sessant’anni affronta gli snodi cruciali della vita sociale, politica ed ecclesiale articolando fede cristiana e giustizia. Offre strumenti per orientarsi in un mondo in continuo cambiamento, con un approccio interdisciplinare e nel dialogo tra azione e riflessione sociale. È frutto del lavoro di una équipe redazionale composta da gesuiti e laici delle sedi di Milano e di Palermo e di un ampio gruppo di collaboratori qualificati. Aggiornamenti Sociali fa parte della rete delle riviste e dei Centri di ricerca e azione sociale dei gesuiti in Europa (Eurojess), e della Federazione «Jesuit Social Network-Italia Onlus»

“La Bibbia, strumento per la realtà” è una rubrica che si prefigge due obiettivi. Scopriteli leggendo qui.


Ci sono nella Bibbia gesti e azioni che custodiscono un valore simbolico così profondo da intrecciarsi in modo inestricabile con il tessuto del racconto, quasi come se, senza quell’azione, la storia non potrebbe avere il medesimo andamento. Si pensi, ad esempio, all’azione di attingere acqua a un pozzo negli incontri che portano a un fidanzamento, o a quella di guidare un gregge nei racconti di chiamata di futuri leader. A causa della distanza storica e culturale che ci separa dai testi biblici, diventa importante una sorta di “traduzione” del valore simbolico dei gesti, per riuscire a comprendere il pieno significato della storia narrata. Così, probabilmente, la storia raccontata nel libro di Rut non potrebbe svolgersi senza il gesto della spigolatura. Conosciamo la vicenda. A causa della carestia che affligge la terra di Israele un uomo sceglie di lasciare Betlemme ed emigra a est, oltre il Giordano, nelle piane di Moab. Alla morte dell’uomo seguono quelle improvvise dei suoi due figli, che hanno sposato donne moabite. Una di esse, Rut, decide di seguire la suocera Noemi nel suo ritorno a Betlemme: il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio (Rut 1, 16). Al loro arrivo le due donne si ritrovano in una precaria situazione di vita: non solo sono entrambe vedove, senza cioè nessun uomo capace di provvedere al loro sostentamento, ma la più giovane è straniera e per di più moabita. Il popolo di Moab, infatti, è uno dei maggiori nemici storici di Israele: l’Ammonita e il Moabita non entreranno nella comunità del Signore; nessuno dei loro discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nella comunità del Signore. Non vi entreranno mai, perché non vi vennero incontro con il pane e con l’acqua nel vostro cammino, quando uscivate dall’Egitto (Deuteronomio 23, 4-5). Rut prende l’iniziativa e propone di fare come fanno i poveri nella stagione della mietitura dell’orzo: Lasciami andare in campagna – disse alla suocera – a spigolare dietro qualcuno nelle cui grazie riuscirò a entrare. E andò e si mise a spigolare nella campagna dietro ai mietitori (Rut 2, 2-3). In questo modo, provvidenzialmente, Rut arriverà sulle terre di Booz, agli occhi del quale troverà grazia. Tutto si “annoderà” tra quest’uomo e la donna, tra il figlio di Israele e la straniera, grazie al gesto dello spigolare, antico quanto lo sono le società agricole. Questa pratica è simbolica di un legame sociale che il resto della storia sviluppa narrativamente e contiene stimoli che possono ispirarci ancora oggi. Nel 2000 è uscito in Francia il documentario della regista Agnès Varda, intitolato Les Glaneurs et la Glaneuse (Gli spigolatori e la spigolatrice). Si incontra tutta un’umanità che esce a spigolare nei campi o a racimolare nei frutteti dopo la raccolta. Ma anche tutti coloro che raccolgono verdura o frutta fuori calibro buttate via dalle aziende all’ingrosso, o quanti recuperano il cibo nei cassonetti alle porte dei supermercati e dei forni o sulle piazze dei mercati prima dei servizi di pulizia. A un certo punto del film, un avvocato in toga ed ermellino, in piedi in un campo di pomodori, commenta il Codice di diritto penale francese (R-26.10), che autorizza spigolatura e racimolatura «dopo il sorgere del sole e prima del suo tramonto», naturalmente dopo che «sia avvenuto il normale raccolto». Interessante per noi notare come il diritto italiano faccia espressamente divieto di spigolare, pendendo la sua mens sul versante della tutela della proprietà. A partire dall’Unità d’Italia le leggi regie non sono dissimili dal Codice penale vigente, che, all’interno del Titolo XIII (Dei delitti contro il patrimonio), all’art. 626 stabilisce: «Si applica la reclusione fino a un anno ovvero la multa fino a 206 euro, e il delitto è punibile a querela della persona offesa […] se il fatto consiste nello spigolare, rastrellare o raspollare nei fondi altrui, non ancora spogliati interamente del raccolto».

 

Mietere e spigolare

Questa non piccola differenza di trattamento giuridico dell’azione dello spigolare suggerisce una riflessione sul fondamento e i limiti del diritto di proprietà, e in particolare se il bisogno di altri costituisca una fonte di obblighi per chi possiede legittimamente il proprio. Nella Bibbia, la proprietà non è, come recitano notissime massime ius utendi et abutendi (diritto di usare e consumare/abusare), né ius excludendi omnes alios (diritto di escludere chiunque altro dalla fruizione del bene posseduto), ma è in rapporto a quella che oggi chiamiamo destinazione universale dei beni (cfr a riguardo la scheda alle pp. 164-168 di questo fascicolo). All’interno dei grandi codici legali biblici, l’attenzione non si focalizza soltanto sulla garanzia per i poveri della possibilità di spigolare e di racimolare, fissandone le relative condizioni, ma si concentra anche sull’atteggiamento dei proprietari terrieri e sulla mentalità con cui va equilibrato l’esercizio della proprietà con il riguardo verso i più poveri. La legge biblica mette in guardia il proprietario contro ogni forma di accanimento nella mietitura, della raccolta o della vendemmia. Non mieterete fino ai margini del campo … non tornare a ripassare i rami: in testi legali si fa attenzione al modo in cui si raccoglie! In realtà, risparmiando spighe e grappoli per coloro che verranno a spigolare e racimolare –stranieri, orfani, vedove –, il proprietario del campo e della vigna fa memoria della situazione di bisogno vissuta dai suoi padri (ricordati che sei stato schiavo nella terra d’Egitto) e si comporta coerentemente. In un altro testo legale, il Deuteronomio adotta il punto di vista di colui che si appresta a entrare nella vigna o nel campo del prossimo. La liberalità della prescrizione è stupefacente, tanto più che si fa riferimento non tanto al semplice passare del viandante, quanto al vero e proprio raccogliere: Se entri nella vigna del tuo prossimo, potrai mangiare uva secondo il tuo appetito, a sazietà, ma non potrai metterne in alcun tuo recipiente. Se passi tra la messe del tuo prossimo, potrai coglierne spighe con la mano, ma non potrai mettere la falce nella messe del tuo prossimo (23, 25-26). Il criterio è la fame: colui che passa si potrà servire secondo il [suo] appetito, più precisamente ancora, potrà mangiare a sazietà. Eppure i diritti del proprietario non sembrano venir meno, dato che la misura è garantita dal limite pratico: non avere in mano né recipiente né falce. Il legislatore biblico allora, sia che parli al proprietario che miete o raccoglie, sia che parli a colui che attraversa terre coltivate altrui, detta senz’altro dei limiti, ma innanzi tutto sembra accordare pieno diritto a colui che ha fame.

Levitico 19, 9-10

9 Quando mieterete la messe della vostra terra, non mieterete

fino ai margini del campo, né raccoglierete ciò che

resta da spigolare della messe; 10 quanto alla tua vigna,

non coglierai i racimoli e non raccoglierai gli acini caduti:

li lascerai per il povero e per il forestiero. Io sono Yhwh,

vostro Dio.

 

Deuteronomio 24, 20-22

20 Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornare a ripassare i

rami. Sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. 21

Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a

racimolare. Sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova.

22 Ricordati che sei stato schiavo nella terra d’Egitto;

perciò ti comando di fare questo.

Povertà e spigolatura

Dalla legislazione relativa allo spigolare (in tutte le sue forme agricole) ci si apre così alla riflessione più profonda che lega i bisogni dei più poveri alla responsabilità sociale dell’uso dei beni da parte di chi invece, all’interno del popolo, è benestante.Interessante a questo proposito Deuteronomio 15, 4-11 (cfr riquadro) che si apre con non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi. Una società, come l’Israele biblico, che vive la benedizione divina, di cui la terra e i suoi frutti sono il segno tangibile, non può escludere nessuno dei propri membri dal suo godimento. Eppure la presenza della povertà è un dato che va affrontato con un atteggiamento pragmatico. Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso: la forma assume la connotazione della legge casuistica, del problema sociale da affrontare. Al termine l’indicazione si apre al di là di ogni misura legale da prendere: Poiché i bisognosi non mancheranno mai nella terra, allora io ti do questo comando e ti dico: «Apri generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso nella tua terra». Ecco perché, in questa prospettiva, il diritto alla spigolatura può essere visto come una misura da prendere se c’ è in mezzo a te un fratello che è bisognoso. Accettare che, terminato il raccolto, ciò che rimane sul campo (l’eccedenza) possa “di diritto” essere preso dai più bisognosi risponde esattamente a una visione della proprietà privata subordinata a un “bene comune” più comprensivo. Ciò che vale-va nell’antichità, vale anche nel mondo di oggi. Occorre adattare quel diritto a tutti i nostri contesti di produzione e distribuzione, considerando recuperi e riciclaggi alimentari come forme contemporanee di spigolatura, anzi i circuiti produttivi delle nostre società consumistiche producono strutturalmente eccedenze in misura sconosciuta all’antichità, che, invece di essere smaltite, potrebbero essere utilizzate. Che sia riconosciuta legalmente o no, la spigolatura – nella sua forma classica o nelle varianti contemporanee a cui abbiamo accennato – trova sempre giustificazione morale, indipendentemente dal fatto che il diritto positivo la riconosca o meno. È chiaro che un’argomentazione sulla questione della fondazione dei diritti travalica questa breve riflessione. Si può tuttavia sottolineare che, se il positivismo giuridico li vede sempre come dettati dalla legge, la Bibbia, la teologia e la dottrina sociale della Chiesa li concepiscono come portato della dignità intrinseca di ogni essere umano, che trascenderà sempre, nei suoi bisogni fondamentali, qualunque diritto di proprietà.

Deuteronomio 15, 4-11

4 Del resto non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi; perché

il Signore certo ti benedirà nella terra che il Signore,

tuo Dio, ti dà in possesso ereditario […]

7 Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso

in una delle tue città nella terra che il Signore,

tuo Dio, ti dà, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la

mano davanti al tuo fratello bisognoso, 8 ma gli aprirai la

mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si

trova. […] 10 Dagli generosamente e, mentre gli doni, il tuo

cuore non si rattristi. Proprio per questo, infatti, il Signore,

tuo Dio, ti benedirà in ogni lavoro e in ogni cosa a cui avrai

messo mano. 11 Poiché i bisognosi non mancheranno mai

nella terra, allora io ti do questo comando e ti dico: «Apri

generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso

nella tua terra».

Memoria e dignità

Oggi può mancare la memoria della dignità dello spigolatore caratteristica della società agricola. Oltre alla figura biblica di Rut, le parole della Spigolatrice di Sapri (poesia composta da Luigi Mercantini nel 1857) o il dipinto di Jean-François Millet Le spigolatrici (1867) potrebbero ricordarci che gli spigolatori da sempre fanno parte del “ritratto di famiglia” della nostra umanità. Ieri come oggi e così domani, attraverso i tempi, uomini e donne sono potuti sopravvivere passando “dopo” altri, nei campi, nelle vigne, o nei mercati, lavorando tanto quanto i primi, se non di più, suscitando ammirazione. Così accade anche nel libro di Rut, dove l’ardore della moabita strappa un commento elogiativo: È venuta ed è rimasta in piedi da stamattina fino ad ora. Solo adesso si è un poco seduta all’ombra (Rut 2, 7; trad. dell’A.). Booz ne resterà conquistato e reagirà “aprendo generosamente la sua mano”, dicendo ai servi: Lasciatela spigolare anche fra i covoni e non fatele del male. Anzi fate cadere apposta per lei spighe dai mannelli; lasciatele lì, perché le raccolga, e non sgridatela (2, 16-17). Fu così che Rut, la straniera, poté passare dai margini del popolo addirittura al suo centro, diventando la bisnonna del re Davide: tutto è dipeso dall’aver preso, quel giorno, l’iniziativa di andare a spigolare. Se la possibilità di spigolare è legata alla generosità della natura e dell’umanità, c’è un altro ambito in cui siamo stimolati a raccogliere l’eccesso del dono: la lettura della Scrittura che si attua solo venendo dietro il lavoro di raccolta di altri. Nella Bibbia “venire dietro” non è affatto maledizione: Anch’ io, venuto per ultimo, mi sono tenuto desto, come uno racimola dietro i vendemmiatori: con la benedizione del Signore sono giunto per primo, e come ogni altro vendemmiatore ho riempito il tino (Siracide 33, 16-17). Così commenta il brano Erri De Luca (Ora prima, Qiqajon, Magnano, 1997, 20-21): «Ognuno di noi che sfoglia le Scritture sacre è l’ultimo venuto tra i lettori; ognuno di noi passa tra quelle righe come tra le vigne già spogliate, che non ci appartengono ma alle quali veniamo ammessi perché, da ultimi, siamo i più poveri. Eppure un resto di saggezza è ancora a portata di raccolto per chi percorre attento i passi che i vendemmiatori e le generazioni precedenti hanno percorso. Anche all’ultimo lettore è dato di trovare del frutto rimasto, in modo da poter aggiungere la sua nota in fondo all’infinito commento. Allora ci potremo accorgere, con lo stupore che è stato quello di Siracide, che il raccolto è stato abbondante e con lui potremo dire: “come il vendemmiatore anch’io che sono solo un lento racimolatore, ho riempito il tino”».

 

di Jean-Pierre Sonnet SJ

Docente di Sacra Scrittura nel Pontificio

Istituto Biblico di Roma

Redazione di Aggiornamenti Sociali