Questo articolo è stato pubblicato su Aggiornamenti sociali, mensile di ricerca e d’intervento sociale, di ispirazione cristiana che affronta i problemi dell’attualità sociale, politica, economica e culturale proponendone una lettura critica e suggerendo orientamenti operativi. Aggiornamenti sociali è redatto da un gruppo di gesuiti e di laici, impegnati nei Centri Studi Sociali di Milano e di Palermo, con la collaborazione di esperti qualificati nelle varie discipline. Aggiornamenti Sociali fa parte della rete delle riviste sociali e dei Centri Studi Sociali dei gesuiti in Europa, e della Federazione «Jesuit Social Network – Italia».

”In passato si viveva nell’illusione della follia comunista, oggi si vive corrotti dalla promessa di una vita agiata, ma in realtà, ieri come oggi, si vive in un deserto”(p. 163). Sembra paradossale l’utilizzo dell’immagine del deserto, per un Paese in cui vivono oltre 1 miliardo e 300 mila persone, eppure essa è fra quelle che campeggiano con più forza nel pensiero di Liu Xiaobo. L’intellettuale cinese è in carcere dal 2009 con una pena di 11 anni da scontare per le coraggiose denunce formulate a più riprese contro le violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime di Pechino a dispetto egli impegni in segno contrario assunti (anche recentemente). Insignito del Premio Nobel 2010 per la pace, non ha ricevuto dal Governo cinese il permesso di ritirarlo. Non è allora difficile comprendere come per lui il deserto sia anzitutto quello etico, culturale e civile della Cina. Un paese dalla crescita vorticosa – certificata dalla galoppata del PIL ( Prodotto interno lordo) e dagli altri principali indicatori di sviluppo economico -, in cui anche il benessere della popolazione è andato migliorando sensibilmente a partire dagli anni Novanta del XIX secolo, senza che questo, però, abbia portato a garantire il godimento dei principali diritti democratici, a partire da quello della libertà di espressione. Un deserto che viene da lontano, soprattutto dalla ”Rivoluzione culturale” degli anni Settanta, quando ”gli unici contenuti a cui attingere per chi volesse scrivere erano l’odio, la violenza e il fanatismo, oppure la menzogna, l’arroganza e il ciniscmo” (p. 245). Veleni, questi, inoculati ancora oggi dalla macchina propagandistica del partito unico che, se ha ammainato almeno in parte la bandiera della violenza e della repressione sotto la spinta delle riforme di Deng Xiaoping e dell’apertura al libero mercato, continua invece a tenere bene alta quella del controllo sociale e della limitazione delle libertà individuali. Per capire il percorso imboccato dalla Cina dopo gli eventi di piazza Tian’anmen a Pechino nel giugno 1989 (la rivoluzione pacifica degli studenti, operai e intellettuali soffocata nel sangue), ai lettori italiani viene offerta una ”guida” dalla raccolta di scritti di Lui Kiabo, Monologhi del giorno del giudizio, che raccoglie i principali interventi tenuti dal critico letterario, scrittore e docente universitario cinese fra il 2004 e il 2009, prima dell’arresto per la partecipazione alla stesura di Charta 08, una sorta di manifesto di denuncia contro il regime di Pechino e a favore di riforme democratiche, ispirato al movimento Charta 77  promosso negli anni Settanta dai dissidenti cecoslovacchi contro il potere sovietico.

I testi sono stati organizzati attorno ad alcune tematiche: la peculiarità della politica interna cinese, il rapporto fra la Cina e il resto del mondo, l’evoluzione e le trasformazioni che stanno interessando la cultura e la società del Paese del Dragone. Sono quindi riportati alcuni documenti significativi della storia personale di Xiaobo (fra cui l’autodifesa al processo del 2009 e la relativa sentenza di condanna), mentre la sezione finale del libro ne antologizza le poesie scritte fra il 1991 e il 1998. Nei suoi scritti, con una serenità a tratta disarmante e nessuna concessione all’odio, nonostante le vessazioni e le ripetute condanne e incarcerazioni subite – ” spero di riuscire a contrapporre all’ostilità del regime la mia massima benevolenza e a dissolvere l’odio con l’amore” (p. 237), scrive -, Xiaobo traccia un profilo disincantato del proprio Paese, svelanto anzitutto l’inganno del benessere materiale, generato da una crescita economica intesa meramente come incremento del PIL, e del ”dio denaro”, ammantati dalla retorica nazionale dell’amor di patria. Una retorica, ad esempio, manifestatasi clamorosamente in tutta la sua potenza, ma anche con tutte le sue contraddizioni e il suo corollario di distorsioni e aberrazioni, in occasione delle Olimpiadi del 2008 (cfr pp. 84-95). L’A. non nega i miglioramenti e i passi in avanti compiuti negli ultimi anni dalla Cina, sia sotto il profilo economico e delle condizioni di vita della popolazione, sia sotto quello della coscienza civile, in virtù del confronto con l’Occidente, reo ineludibile anche dall’impatto di Internet, cui accedono ormai più di 100 milioni di cinesi e nei confronti del quale la censura di Stato non riesce più di tanto a incidere. La ”doppia tirannia della persecuzione fisica e della violenza spirituale che si esercitava nell’epoca maoista” (p. 19) – sccrive Xiaobo – non esiste più e oggi moralità e giustizia sono appannaggio della gente e non più del regime, dei cui pilastri originari sono rimasti in piedi solo la centralizzazione politica e la repressione. Tuttavia i tempo non sono ancora maturi per un’apertura del Paese alla democrazia: ” non si intravede nel breve periodo in Cina nessun schieramento politico in grado di cambiare il regime, nè uno statista illuminato come Michail Gorbaciov” (p. 16). E ciò nonstante la nascita di movimenti di difesa dei diritti individuali o di disobbedienza civile e le rivendicazioni dei diritti di proprietà sulla terra, emerse sempre più spesso in diverse località della Cina rurale, al pari delle reazioni di massa suscitate da gravi violenze recentemente perpetrate dalle autorità, come nei confronti delle rivendicazioni indipendentiste del Tibet e della rivolta etnica dello Xinjiang. Una denuncia amara e disillusa, cui l’A. affianca tuttavia parole di speranza, invitando a non dimenticare il martirio di alcuni suoi connazionali, che hanno lasciato fulgidi esempi di coraggio nella battaglia contro il totalitarismo comunista ( a partire dalla giornalista e scrittrice dissidente Lin Zhao, che scrisse il suo testamento col sangue nelle carceri di Shanghai, dove fu rinchiusa e uccisa nel 1967), ma soprattutto riallacciandosi ai campioni storici della resistenza non violenta quali Gandhi e Martin Luther King. O addirittura – lui che ammette di non avere una visione trascendente dell’esistenza – all’esempio di Gesù, che quando pronuncia il suo diniego alle seduzioni del potere ” non prova odio o desiderio di vendetta, ma, al contrario, è ricco di tolleranza e infinito amore” (p. 165).

 

di Marco Ostoni

redazione di ”Aggiornamenti Sociali