E’ accaduto un piccolo scatto: tic. Da trenta anni archivio i contatti secondo la loro utilità. Ho sempre avuto paura che qualcuno mi rubasse il telefono e poi mi venissero a prendere gli infermieri: Signora siamo qui per lei. Abbiamo trovato la sua rubrica. Avrei annuito, certo, e mi sarei lasciata prendere chiedendo solo di non divulgare quella rubrica perlamordiddio.
Ho sempre avuto pochi nomi fuori dalla verticale dell’uso: Mà, Pà, Mr Wolf, questa roba qui. Anche “Suonare qui”. Oppure “Prosciutto portentoso”. Ma insomma, ogni categoria inizia con la sua specifica: c’è Restaurant, c’è Amici di amici, Concierge, Supplier, Musician, tutto regolarmente in inglese per non prendere mai l’allenamento all’italiano, per non impigrirmi.
C’è anche Senior. Che non sono i miei amici e amiche più grandi di me, la grande parte, ma quelli che vorrei frequentare da vecchia. C’è Stress, che riservo alle persone che mi chiamano solo per vomitarmi addosso la loro storia, che ascolto religiosamente odiandole in silenzio. Dopo, quando sono sola, ci ripenso e non le odio più, ma lì per lì spero sempre che muoiano. Che si chetino.
Nella mia testa si svolgono processi infiniti, con un giudice da serie americana, dove io arringo le persone e gli spiego perchè quella volta mi hanno fatto soffrire, o perchè quella volta gliel’ho combinata o perchè la loro vita non funziona. Non che la mia vada quel chissacchè, ma ce ne sono alcune che con tutta la comprensione umana sono una dodecafonia di rutti.
“Ma non vedi che rincorri quello che non c’è perchè quello che c’è non sai nemmeno da dove iniziare a vederlo? Ma non capisci che anche volendoti amare non si può, non si può, tutto quell’affetto finisce in un frullatore e si mescola ai filacci del sedano, muore, si mescola in te con parassiti e fobie? Ma fai un pò di volontariato, fai quello che ti pare: figlia. Sposati. Chetati. Mio Dio ma cosa sei diventata, una scatola che erutta frasi sconnesse”.
Questi iniziano con Please Listen. Perchè se solo questa congrega di schizzati, autolesionisti, lamentatori professionali iniziasse ad ascoltare il resto dell’universo starebbero subito bene e io sarei felicissima: potremmo anche stare assieme, potremmo divertirci.
C’è anche la categoria Mentore.
C’è pure quella Full of Stars, una canzone che mi piace tanto e una categoria di persone che hanno trovato somiglianza fra il loro cuore e la loro bocca, gente che amo avere nei paraggi e che cerco di copiare mentre la ammiro. Persone che indovinano sempre le parole perchè hanno ruminato concetti per ore, mesi, anni.
Provo a fare statistiche, disegno algoritmi: mi chiedo quali associazioni mi abbiano portato a scrivere una persona in un gruppo o in un altro. Certe volte capita che qualcuno passi da una verticale ad un’altra, ma ci devo pensare parecchio: la prima legge della salvezza sul server è che non si archivia mai una cosa in due posti diversi. In particolare è facile che un Personal passi a Press, ma è quasi impossibile che un Real Estate Agent passi a Personal.
“Devi imparare a prendere gli altri così come sono, devi imparare a prendere gli altri come vengono, ognuno fa il meglio che può.”. “Vaccate. E’ un imbecille e tu non lo puoi sopportare”. Ecco, questo è il tipico dialogo che succede nel mio tribunale virtuale appena prima di inserire Mario in Morons invece che in Designer.
Quindi esiste una categoria per ogni cosa: per il legame d’affetto, per il lavoro, per il servizio che quel contatto mi può procurare, per il tipo di relazione che ci lega. Poi compilo ogni campo con precisione.
E’ accaduto un piccolo tic: ho inserito una persona al volo. L’ho conosciuta, mi ha chiamato e l’ho infilata dentro come “Nick”. Ho approfittato del tasto recenti, del cellulare, e con la freccetta ho aggiunto una persona così. Senza categoria. Senza email o fax.
Mi è preso un istinto di sparigliare tutto.
Forse bisogna passare da un rigore quasi mortifero nella vita per tornare a giocare. Forse bisogna fare stock di spray alla candeggina per passare finalmente un fine settimana a sbriciolare sul tappeto senza farsi venire i rossori. Forse ad altri gli riesce veloce e io ci metto sempre il triplo del tempo di chiunque a prendere una decisione o fare le cose, ma è anche vero che ho due capelli bianchi a quasi quarantanni: forse il mio bioritmo va daccordo col mio ritardo esistenziale. Forse ho venti anni scarsi e l’anno prossimo ne compio sedici.
Quindi ho dormito sul divano oggi, pensando che non immetterò più nessuna categoria nei miei telefoni. Ho pensato che devo scategorizzare anche quelli che ci sono già ma poi no, se no risiamo da capo. Un pò così e un pò cosà.
Ho pensato che ieri è iniziata una nuova fase, una nuova vita, e che quel piccolo giardino – che è tutto quello che ho davanti da qui al RIP – prende un’impronta un pochino meno manieristica. Piuttosto, sarà bene che cominci a invitarci qualcuno, che metta le panche di legno almeno.
Che poi le rivoluzioni sono dei piccoli clack, delle decisioni che si prendono per sè stessi all’interno della macchina quando il semaforo è rosso. Non ci credo nelle piazze e nel tumulto, le persone messe in gruppo diventano stupide, ma penso che da una sedia in cucina si possa fare girare il mondo.
Stasera comunque sto a casa.


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