Davvero poche cose mi fanno arrabbiare.

Se ci penso bene sono così poche da essere trascurabili, praticamente. Non mi fanno sussultare le persone che mi superano dal gelataio o al bagno del bar, no, oppure quelli che mi suonano forte in macchina perchè vado troppo piano (hanno ragione). Non provo rancore per quelli che alle poste tornano indietro senza il numerino e dicono “devo solo comprare un francobollo” – e io che dovevo fare, impastare un panettone? E non replico se alla fine di una fila mastodontica mi dicono che la cassa è chiusa, che la carta è finita, che la signorina deve scappare via perchè il figlio esce da scuola.

Juanita de Paola

Siccome non penso che la vita sia un dono ma, se tutto va bene, un campo con qualche mina inesplosa, non perdo la calma se qualcosa va dove non avevo previsto: ci vado anche io e festa finita.

Non credo alla vita buona che capita alle persone buone, anzi, credo che a quelli che più possono sopportare gli capitino in sorte eventi giganti, emozioni forse troppo potenti e pure disgrazie, chè tanto poi ce la fanno imparando persino ad apprezzare gli orridi.

Non facendo i punti al supermercato non mi viene un collasso quando le promozioni sono scadute e non ho ritirato il frullatore di Hello Kitty. Perdo molte cose, quindi è facile che io debba ripagare qualche multa il cui talloncino è finito vittima di uno dei miei raid svuota-casa: torno alle poste e ripago, per poi riperdere il talloncino. Me lo merito perchè sono disordinata, e perchè non so dare priorità alle cose.

Se manco il treno di due minuti non cerco mai soluzioni alternative: mi compro un pacco di giornali e sto alla stazione in attesa del sabato del villaggio, ovvero il prossimo convoglio – anche per un’ora. In pochi casi possiamo arrivare tardi senza che nessuno ci faccia gli occhiacci, e il treno ne è esempio grandioso.

Non c’è un concerto a cui non posso non andare perchè amo più la musica in macchina, da sola, che un’arena coi posti, la fila e la focaccia schiacciata in terra; o un vino che non posso non bere perchè tanto ce ne sono altri milioni e i totem non mi interessano. Non ho una marca di sigarette cui non posso rinunciare nè un posto dove devo tornare ogni Agosto. Devo spesso tornare da me, qui dentro, a controllare quale specimen umano io tenda a diventare, questo sì.

Non ho problemi di look, perchè non ho un look: “You couldn’t dress a dead donkey”, dice l’Inglese, il mio compagno e papà della mia bambina, Mezza Pinta.

Ho un lavoro, questo sì.

Ho deciso di giocare con le case, questo faccio, quando avevo sedici anni e mi capitarono due eventi in contemporanea: il film Stealing Beauty di Bertolucci, un troiaio con una fotografia eccezionale, e la sostituzione di una delle ragazze (tour escorts) della Royal Caribbean a Livorno.

Dopo avere visto il film ho pensato che avrei voluto stare lì, vicino a quei posti, in quelle case, per sempre – ma come? Poi ho contemporaneamente accompagnato a degustare qualche americano nel Chianti al posto di M, e ho pensato che si poteva fare molto meglio, che la la mancia in dollari era tanta roba – ecco come potevo farlo: portandoci qualcunaltro.

Nel mio lavoro mi occupo di immobili, di come farli rendere negli anni senza doverli dilaniare con battesimi e matrimoni. Il tutto sfocia nel servizio di accoglienza, perchè quando arrivano i clienti sono ancora fatti miei, della mia società. La villa deve essere pulita, l’impianto idraulico ed elettrico a posto, lo chef in gamba, l’erba perfetta, le fontane alte e zampillanti, le luci accese, le candele profumate ben ritte, la signora che guarda i piccini materna e professionale. Non è facile. Tutti devono arrivare in anticipo, e siamo in Italia.

I miei competitors peggiori sono uno zoccolo duro di autisti tutto fare, che organizzano pacchetti turistici senza autorizzazione, società immobiliari straniere che operano come brokers sul territorio intascando direttamente in contanti, segretarie di hotel con doppia nazionalità che fanno affari a sei zeri e vanno a riscuotere all’estero.

Perchè il fisco, così preciso con noi, non ha cinque minuti da perdere in un qualsiasi ristorante di Forte dei Marmi, dove inglesi e americane strutturano business da decine di migliaia di euro extra tasse. Lo fanno con alcuni proprietari che riscuotono alle Barbados o in Svizzera, centinaia di migliaia di euro. Oppure direttamente coi clienti con le valigette di contante, sempre più rari.

Quest’anno mi hanno detto “l’affitto è sessantamila, ma se vuoi la ricevuta è centomila”. Certo, così sarò competitiva di sicuro. Quell’affitto non l’ho fatto io, ma una signora russa che guarda le case e le pulisce anche e che, evidentemente, non aveva bisogno della ricevuta. Mi è capitato anche con una signora americana, che fa le pulizie e poi nel tempo libero amministra beni immobili per decine di milioni di euro.

Io nel tempo libero suono con una band Jazz.

E’ una guerra che ho scelto di non combattere, perchè non c’è limite al danno che ti può fare chi non ha nulla da perdere – e perchè devo poter dormire senza affanno. A loro una bella fetta di mercato e gli occhi morti di chi vive per il denaro, a noi una fettina decisamente più piccina ma una sensazione di freschezza al mattino. E’ importante che gli occhi dei nostri figli non ci facciano paura.

Non amo le fogne, nè i ratti che ci stanno dentro. Ma non ho nulla contro i pezzi di carne che un topo si va a procacciare nella spazzatura: c’è posto per tutti. Basta che i roditori non invadano la mia cucina, che per prendere quel benedetto haccp esistenziale c’ho messo un sacco.

Mi perdoneranno quindi quelli che si scandalizzano per un appartamento pagato senza che l’affittuario se ne accorgesse: Italienisch sunt Italienisch, e persino quelli che urlano allo scandalo perdono i freni inibitori non appena c’è la reale opportunità di farsi il gruzzolo a spese altrui. La morale, infatti, decade oggi al quinto zero.

La parte più difficile del mio lavoro non è soddisfare “milionari con ubbie”, come molti credono, ma avere un preventivo che abbia un senso logico, arte chiara nel resto del mondo evoluto ma non qui. Il punto è che per me non sono utenti con ubbie, ma persone con un’idea in testa che io devo realizzare meglio di come farebbero loro: quando qualcuno mi chiede che la villa profumi di lavanda all’arrivo e di albicocca il giorno dopo, cerco semplicemente l’essenza migliore, quella meno invasiva, quella più fresca, e me ne procuro il doppio di quella che serve – alla metà del prezzo.

“Vorrei qui il pianista più famoso del mondo, a suonare il Chiaro di Luna per mia moglie” – e che problema c’è?

Si tratta di empatia, di capire da pochi elementi quale sogno sia nella testa del mo interlocutore e cercare di modificare la realtà attorno a lui, non viceversa. Non è diverso dal capire se chi hai davanti vuole un caffè lungo, o corto, o macchiato, o al vetro, solo guardandolo in faccia – ci sono pochissimi baristi in gamba, eppure. La differenza sta solo nei capitali che girano e nelle conseguenze di non avere capito cosa era desiderato e cosa no.

A discapito dei miei amici che mi prendono in giro, che dicono che sono Robin Hood al contrario, confermo che i miei peggiori clienti sono quelli che hanno un budget sottomisurato a quello che la moglie desidera, che finiscono col contentarsi di una casa rustica mentre sognano la Vita Smeralda. Quelli sì, che sono atroci con lo staff e maleducati con la signora delle pulizie. Quelle sì che se potessero scapperebbero col primo magnate nano e pelato, che bacerebbero dodici priapi di fila pur di potere ammarare a Pourto Ceurvo.

Comunque.

Alcuni fornitori, alcuni miei colleghi, hanno imparato un mantra tutto mediterraneo che si chiama “credo di sì”. Hanno una vespro che inizia con “circa” e finisce con “a partire da”. Questa lingua che loro parlano è comprensibile solo a loro nella piattaforma internazionale, quindi se qualcuno mi chiedesse qual’è davvero il mio lavoro oggi, direi che è tradurre dall’Italiano al Razionale l’erogazione di vari servizi, incluso quelli di tipo immobiliare-turistico.

La mia missione, nella vita, è non dire mai “a richiesta facciamo tutto”, o “il prezzo dipende”.

Il mio migliore amico è excell, la mia leva è la matematica, la mia filosofia si chiama programmazione senza varianti, eccezioni. La mia maschera è severa, purtroppo, e inflessibile, perchè chiedere con gentilezza o non chiedere affatto è spesso la solita cosa. Capita spesso che la mia maschera sia un’altra persona, più precisa di me, più forte di me: sono piena di debolezze, io, e me la prendo sempre sul personale quando quello che m’ha noleggiato il motoscafo me l’ha recapitato senza benzina. Mi viene il maldistomaco. Gli mangerei la testa mentre ancora respira.

Vado sempre a testare i servizi o le ville prima di proporle a qualcuno, e questo io trovo il lato più noioso del mio lavoro: non amo essere servita, ma quando questo accade, non mi sento mai servita come dovrei.

Se Dio vuole non mi sono stati dati patrimoni infiniti, perchè non sarei un’utente simpatica: ho occhio allenato, ho svolto ogni mansione nel mio lavoro – da ragazza di cucina alle pulizie dei bagni, dalla tata alla guida per clienti vip, che in italiano vuole dire col portafogli gonfio. Ho allestito un tappeto rosso. Ho svuotato un museo. Ho affittato un monastero. Ho imparato che non c’è quasi niente che non si pieghi a grandi capitali ma le poche che ci sono mi danno speranza in un mondo migliore. La Toscana, in questo, è ancora un buon posto.

So cosa sta dietro il servizio, a monte del capriccio, e mi basta uno sguardo per capire chi bleffa – e perchè. Sono dodici anni che non faccio altro che rifare la stessa cosa, ogni giorno, con sempre più intento e passione. Mi piace il mio lavoro, e mi sento fortunata per questo.

E’ difficile ordinare un Dom Perignon e vederlo servire in un bicchiere adatto, per esempio. E’ quasi impossibile trovare scampoli di autenticità nelle cucine di chef titolati: non sono qui, i miei clienti, per farvi i complimenti, ma sono qui per mangiare l’Italia un pezzo di pomodoro vero, buono, alla volta. Rarissimo il cameriere che scompare e riappare al momento giusto. Onnipresente quello che ti interrompe per chiederti se la vuoi gassata o naturale – nessuna delle due, io desidero solo che tu muoia.

E’ cosa comune, e chi se l’aspetterebbe mai, riempire ville da sessantamila euro a settimana di lenzuola tipo Ikea, o posate di alluminio – proprietari che si portano via l’argenteria. Poche benedette creature sanno fare il letto come si deve. I cuscini sono sempre sbagliati.

Gli italiani sono avari di asciugamani, mentre i nostri cugini francesi infilano tasche di fiori profumati fra un coordinato e un altro, lì, nell’armadio di legno lavato.

Chi fa sei ore, in realtà fa sei ore meno dieci minuti.

Non inizio la parte sull’emozionalità delle donne che si portano l’ovulazione a lavoro, perchè se no poi finiamo su un’altra sponda di questo fiume. Non continuo con il faccendarismo maschile: conosco qualcuno che conosce qualcuno che te lo fa a meno ma senza fattura. Oppure il più temuto, l’orrendo “non ti preoccupare”. Mi preoccupo eccome, invece.

Certi giorni mi giro attorno e penso che sia uno scherzo. Che fra due o tre anni mi daranno un filmato di gags in cui io ero la protagonista e i sabotaggi ricevuti un diversivo per allietare il pubblico. Bene, ne sarò felice. Almeno quelli si saranno divertiti.

Certe volte penso che non ci sia nessuna differenza fra chi usa la burocrazia come scudo e chi ti lascia una micromotosega nello stomaco, se non che almeno si può sempre rilasciare un’intervista sulla malasanità e sfogarsi. Ma io chi posso chiamare, di cosa posso parlare? Di MalaEsistenza? Di persone che mi inquinano la vita con il loro pressapochismo che io devo riparare, nascondere, giustificare?

E poi affitto ville, io, non sono mica un ingegnere di biotecnologie nane.

Quindi, non mi arrabbio, nemmeno quando mi danno il cappuccino con le bolle nella schiuma: cambio bar, magari.

Non mi inquieto nemmeno quando richiedo “un bicchiere di acqua gassata a temperatura ambiente” perchè soffro di colite e la roba fredda mi fa svenire, e mi danno un secchio di acqua gelida senza bollicine. La metto da parte, o ci innaffio una pianta, e riparto con un’altra richiesta. Li pago tutti e due.

Per vedermi perdere il senno bisogna mettermi davanti un approssimatore.

Uno che si è dimenticato una cosa e ora io non ci posso fare nulla. Oppure. Una che quando mi dice che non trova la pratica non ha nemmeno cercato nè ci si mette ma sorride beffarda.

Uno che ti rende il computer dall’assistenza in garanzia e “l’ho guardato, mi sembra che vada bene”.

A tutti questi, oltre alle mie urla dissennate, ai miei sibili velenosi, alla bile peggiore che gli ho sputato addosso, auguro un giorno di trovarsi in una sala operatoria con una falange penzoloni, e che il dottore ripeta sorridendo il loro mantra mentre con una mano lambisce un panino alla mortadella e con l’altra un ferro chirurgico: “mi pare che la frattura sia circa all’altezza del medio”, “credo che vada bene riappiccicata così”, “probabilmente abbiamo sterilizzato bene”.

Ma anche che l‘infermiere appena specializzato proponga loro di finire l’operazione a 25 euro, ma senza fattura.

Giusto per capire cosa si prova dall’altra parte.