“Ai miei tempi era tutto diverso”. Quante volte si è sentita questa frase? Quando non c’era iphone, ipad, internet. Eppure il cambiamento è arrivato, portando con sè tante novità, positive e non. Ma dei tempi andati non rimangono soltanto ricordi. Spesso rimangono dei veri e propri oggetti, ormai superati, morti, diventati obsoleti. Che farne allora? L’idea di Nick Gentry parte proprio da questa domanda. Lui riporta in vita oggetti di un’era superata, li rianima.

L’idea mi è venuta quando ho visto una mostra di Vik Muniz in Brasile – racconta Gentry – mi colpì una gigantesca mappa del mondo fatta unicamente con vecchi pezzi di computer. In quel momento ho pensato ai floppy disk e all’importanza che hanno avuto nella creazione del mondo digitale che stiamo vivendo“.

Nick Gentry è un artista che nasce a Londra. Gran parte della sua produzione artistica è creata grazie alla donazione di materiali e oggetti usati. Il “consumo” è la base della sua arte, in una società che produce senza sosta, in cui la tecnologia e la cybercultura accelerano il processo di “superato”. Basandosi su questo tema, ha creato delle opere con il riciclaggio e il riutilizzo di oggetti personali (di altri). Le sue opere sono state esposte in Inghilterra e negli Stati Uniti, spostandosi poi per le città del mondo.

Gentry sostituisce i floppy disk alla classica tela, creando intensi giochi di superfici e colori fra le parti in metallo, in plastica e in carta. Ogni dettaglio del floppy è utilizzato per creare l’immagine, niente lasciato al caso. Il cerchio di metallo al centro del dischetto diventa un occhio, le targhette e le scritte dei segni distintivi del viso.

Oggetti che hanno fatto la storia di intere generazioni e che sono ancora vivi nella memoria collettiva, riprendono vita. Diventano opere con una grande carica espressiva e che raccontano una storia. La storia non di uno strumento ormai superato, ma di tutti coloro che lo hanno utilizzato. Infatti i suoi lavori, essendo creati da donazioni del popolo della rete, contengono le informazioni di tutti coloro che se ne sono serviti in passato.

 

“Penso che alla gente faccia piacere sentirsi parte di questo processo creativo. […] Del resto è meglio che finiscano in una galleria d’arte che in una discarica”.