Ho una mia teoria sui Beatles: credo che fossero alieni provenienti da un lontano pianeta in cui l’evoluzione delle sensibilità musicali fosse centinaia di anni più avanzata di quella terrestre. Mi pare l’unica spiegazione che giustifichi una carriera e una produzione discografica come quella dei Fab Four. Dal 1962 al 1970, in circa otto anni, hanno dato alla luce alcuni dei dischi più belli di sempre, e certamente più importanti di tutta la storia della musica pop. In otto anni, al giorno d’oggi, escono meno di otto capolavori, considerando l’intera produzione mondiale.  I Beatles da soli in quel lasso di tempo ne hanno incisi tredici, di cui almeno nove imperdibili, e almeno quattro pietre miliari: Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band, Revolver, The Beatles e, appunto, Rubber Soul.

Non l’ho sempre pensata così: in gioventù preferivo gli Stones, i Pink Floyd, Bob Dylan, Jimi Hendrix Experience, i Doors, i Velvet Underground e altri. Tutta gente che ammiro ancora, che metto in cima alla piramide del rock e in fondo alle mie radici di appassionato. Se si parla di pop, però, di canzoni perfette che verranno cantate da miliardi di persone per secoli, onestamente, credo che i quattro ragazzi di Liverpool non temano rivali.

I miei preferiti sono Revolver e Sgt. Pepper. Quest’ultimo ha tutto: brani immortali, da Lucy in the sky with diamonds a With a little help from my friends a A day in the life, arrangiamenti strabilianti, un incisione mostruosamente riuscita, un progetto ambizioso, la copertina più famosa di sempre, quattro musicisti e autori in pieno stato di grazia. Revolver è pazzesco, ed è  il disco in cui,  accanto alla vena infinita di Lennon e McCartney traspare con maggior evidenza la magia di un terzo marziano, George Harrison, che apre il lato A con Taxman e influenza il suono di tutto l’album oltre a firmare anche Love You to e I want to tell you.

Se però si cerca un album assolutamente compiuto,  senza la minima sbavatura, confezionato e consegnato al pubblico indenne da difetti, bisogna scegliere proprio Rubber Soul. Facciamo così: provate a mettere il cd nel lettore, o la puntina sul vinile. Ascoltate i primi secondi di un pezzo, poi di un altro, poi di un altro ancora. Probabilmente, se non conoscete a memoria la composizione dell’album, la vostra reazione sarà: “Ah, c’è questa” (Drive My car) e poi “Ah, anche questa” (Norvegian Wood), e poi “Accidenti, c’è pure quest’altra” (You won’t see me).  Vi fermerete quando la puntina comincerà a rimbalzare alla fine del lato B, dopo che Think for yourself, Michelle e In my life vi avranno ubriacato e Girl vi avrà liquefatto. Le canzoni qui sono tutte sentite, conosciute, depositate nella nostra libreria musicale congenita. Siamo al centro del pop capolavoro, nel punto d’incontro tra il beat e i primi vagiti psichedelici.

Paul McCartney otto giorni fa, il 18 giugno, ha compiuto settant’anni. Continua a suonare, cantare e pubblicare dischi. Questi ultimi non sempre sono fondamentali, anche se nella sua carriera ci sono vere perle come Ram, Band on the run e Wings over America, ma i concerti restano show memorabili e raduni di folle gigantesche, genuflesse al cospetto di Sua Maestà sir Macca. Porta bene la sua età, anche se i capelli tinti e la faccia stirata (dal chirurgo o dal trucco) potrebbero ingannare. A meno che, tornando alla mia iniziale teoria, non c’entrino nulla il make-up o il lifting: i capelli di Paul sono sempre stati posticci, perché si tratta del travestimento di un extraterrestre piombato sulla terra insieme a tre suoi simili per portarci la Musica.

Del resto, la faccia di Ringo Starr qualche giustifica più di un sospetto.

 

 

di Lorenzo Mei