Londra, 1980

Commovente. Umano.

“The Elephant Man” colpisce al cuore, eccome se colpisce. La meravigliosa opera del sempre più acclamato regista David Lynch è ispirata alla vita di John Merrick, uomo vissuto durante l’epoca Vittoriana che, a causa delle sue deformità fisiche, viene soprannominato Uomo Elefante. Interpretato da uno strepitoso John Hurt, Merrick fa parte di quella categoria di spettacolo circense in seguito illegale in Gran Bretagna, i cosiddetti “Freaks”; egli vive una vita da segregato, da animale, finché un giorno il dottor Treves (Anthony Hopkins) si interessa di lui e lo compra al suo padrone per studiarne la fisicità, le malattie, a beneficio della scienza.
Dopo avergli dato una sistemazione in una camera d’ospedale, Treves scoprirà che colui che sembra un mostro è in realtà una creatura dall’animo gentile, nobile, dolcissimo:

“Io non sono un elefante… Io non sono un animale! Sono un essere umano! Un uomo… Un uomo”

Ma il pericolo è in agguato: la tremenda guardia ospedaliera gli ricorda ogni notte di quanto sia brutto, di quanto sia reietto e indegno di vivere una vita normale, di quanto sia semplicemente un’attrazione a pagamento. Il suo vecchio padrone Bytes lo rinchiuderà di nuovo nella sua gabbia, ma qualcosa di inaspettato succede: verrà infatti liberato da nani e altri “freaks” del circo. Giunto a Londra, dopo una disavventura lacrimevole, verrà di nuovo preso sotto l’ala protettiva dei suoi amici, fino ad addormentarsi per sempre…come un vero uomo.
Il regista ci pone questo interrogativo: la società di oggi giudica le apparenze oppure, prima di giudicare, conosce a fondo l’animo di chi si para davanti? Chi siamo noi per giudicare?
L’abito non fa il monaco! Se ne accorge il dottor Treves il quale, ponendosi dubbi se egli sia tanto diverso dal padrone di Merrick, decide di lasciarlo libero umanamente, artisticamente. Memorabile la scena con l’attrice di teatro, che vede i due recitare uno stralcio di “Romeo e Giulietta”.
Le visioni iniziali sono tipiche del giovane Lynch, sprigionano inquietudine come il suo primo lungometraggio, “Eraserhead”.
Si tratta di un prodotto di qualità, recitato e diretto magistralmente: quasi una favola che trova il suo lieto(anche se tragico) fine nella consapevolezza di Merrick. Il bianco e nero ci ricorda le cupe atmosfere del Frankenstein di Boris Karloff.

“Tu non sei l’Uomo Elefante…tu sei Romeo!”

Il vostro corrispondente