Durante il Salone del Mobile si ha la fortuna di interagire non solo con le opere che lo animano, ma soprattutto con chi le opere le crea, le pensa, le produce. In via Tortona 35, al Milano Studio, é avvenuto un’incontro molto interessante. Ciò che ci ha inizialmente attratti è stato un “tronco” di strana natura.

Sappiamo che i visitatori di un evento così importante hanno gli occhi e la mente colma di forme, colori e materiali. Eppure attorno a quell’oggetto, che sembrava una lampada, ma che lampada non era, viveva un fermento diverso. Le persone, con sguardi, sorrisi, commenti e reazioni spontanee creavano attorno al “tronco” un’atmosfera speciale. Allora una domanda sorge spontanea:

Cos’è che rende un oggetto più attraente di un altro? 

L’abbiamo chiesto direttamente a Silvio Repetto, ideatore e produttore dell’opera in questione.

Non si tratta di un semplice tronco. Esso rappresenta la concretizzazione di un’esperienza, di una serie di sensazioni provate che hanno preso forma. Il Tronco ha una sua vita, comunica la sua storia, è questo che lo distingue. Ognuno vede qualcosa di diverso nel tronco, chi vede delle farfalle, chi una faccia, chi un cinghiale. Ciascuno riesce ad instaurare un dialogo e a condividere la propria storia con esso.”

Parlando con Silvio, abbiamo scoperto che ogni sua opera è ispirata dalla natura, dalla sua armonia e delicatezza. L’artista/artigiano attua un profondo lavoro sull’essenza dell’oggetto, ne studia il materiale, instaura un rapporto con esso, lo annusa, lo analizza, lo conosce. Crea un contatto diretto. Poi inizia a creare.

Qual’è il momento più importante o più difficile della tua progettazione?

“Il momento di svolta durante la realizzazione di un’idea, è capire cosa realmente voglio mettere in evidenza di un oggetto. La creazione della sua storia tramite la luce mi permette di cogliere la reale essenza dell’opera, di valorizzare i suoi punti più importanti. Inizio a pensare, progettare e a cucirmi la sua storia addosso. Il momento più difficile? Staccarsi da qualcosa che hai profondamente ideato e voluto. Quello è lo scoglio più grande.”

Siamo circondati se non invasi da oggetti. Il mercato è saturo e c’è una costante tensione verso ciò che è “nuovo”. Cosa proponi di nuovo a chi ti commissiona un lavoro?

“La parte essenziale di un lavoro è partire dal conoscere chi me lo chiede. Il committente è la mia ispirazione iniziale. Il progetto nasce dal confronto con il cliente, cerco di conoscerlo, conoscere il posto in cui vive, la sua casa, i suoi pensieri. Lo osservo e analizzo, come il materiale che dovrò lavorare. Il mercato dentro il quale mi muovo è un mondo difficile. Più che altro saturo. Io mi muovo in modo diverso. Ascolto la sensibilità delle persone. Non creerò mai un tavolo solo perchè è alla ‘moda’ o ‘super tecnologico’. Il mio lavoro parte da una ricerca ‘umana’. L’oggetto deve calzare sulle persone che lo vivono. Ci si deve sentire vicini e collegati ad esso.”

Su quali pensieri si basa la tua progettazione?

L’essenza dello spazio, l’evoluzione delle emozioni, la ricerca della forma. Questi tre pensieri vivono in me e nei miei lavori. I materiali che uso non sono altro che la loro concretizzazione ed estensione reale. Mi piace che gli oggetti possano trasmettere energia e calore, ovunque intorno a noi. Penso che il rame abbia questa predisposizione naturale, oltre ad avere una grande forza estetica. Allo stesso modo uso il vetro e il legno perchè in essi è contenuta una miscela fantastica di energia e ossigeno. La struttura e la forza li trovo invece nel ferro. Questi materiali sono il percorso di millenni di evoluzione e crescita. Nonostante ciò non invecchiano mai, anzi, il loro utilizzo contemporaneo, permette di farli rivivere, di dargli nuovi significati e sapori.

Qual’è il lavoro che secondo te incarna totalmente tutti questi pensieri?

Tutti i miei lavori contengono questo modo di vivere. Uno del quale vado particolarmente fiero è “La Rosa dei Venti”. Si tratta di un tavolo di conferenze composto da quattro tavoli indipendenti. Nasce dall’esigenza tecnica di creare una postazione di lavoro per otto persone in continuo contatto visivo. 

Dovevo rappresentare un’estetica che potesse esprimere una grande passione per il mare, condivisa da me e dalla committenza. E’ così nato un tavolo poligonale, costituito di sole curve, che rappresenta una rosa dei venti in cui sono giustamente ordinati punti cardinali e venti. 

Ai quattro piani, due in rame e due in legno, è stato dato un nome: Grecale, Scirocco, Libeccio, Maestrale. I nomi dei venti corrispondenti. I quattro tavoli permettono di instaurare un rapporto, di creare una collaborazione reciproca e paritaria.

Chiami in modo molto particolare i tuoi lavori: Lancio, Prima, Clessidra. Da dove nascono questi nomi? 

“Nella visione dell’oggetto il nome viene da sè. Gli dai un’esistenza, un’identità e il gioco è fatto. Il nome è la struttura invisibile che tiene insieme l’idea con l’oggetto. Per questo arriva in modo spontaneo e inaspettato.”

Parte essenziale del lavoro di Silvio è il profondo legame che ha con la luce, proveniente dalla sua lunga esperienza come fotografo. Nel 1991 ha infatti conseguito il Diploma di Fotografia allo IED e ha lavorato come assistente fotografo nei più importanti studi fotografici di Milano, NYC, Miami, Parigi. Per 10 anni ha vissuto a stretto contatto con importanti fotografi nazionali ed internazionali. La luce è il punto di incontro fra le due grandi passioni della sua vita: la fotografia e la lavorazione degli oggetti. ” La luce permette all’uomo di vivere di giorno, è fonte di vita e di energia – continua Silvio -. Se applichi la luce agli oggetti, conferisci loro la stessa energia, li carichi di vita, crei una storia”.  Il prodotto è quindi la fine di un percorso e di un’esperienza.