Confesso: detesto le cose. E le case.

E’ una disciplina che trova il suo conforto solo quando succedono terremoti, quando il destino che è un’onda ti sommerge a buon diritto portandoti via tutto e tu piangi, le cose, le case. Per il resto non ha motivo d’essere, se non quello di viaggiare leggeri nel cammino che ci porta dall’altra parte, qualunque essa sia.

Juanita de Paola

Sono fortunata, ho un antidoto naturale ad entrambi: lavoro in un contesto lussuoso, produco una modesta ricchezza e accolgo persone abbienti in ville, castelli, palazzi. Mi piace il mio lavoro, penso di averlo già detto, come la creme-broulè piace ad un pasticcere, come un vestito su misura per una cliente magra e formosa piace ad una sartina, come un’alba rosa e fresca piace ad un barcarolo.

Nel mio mondo c’è posto per l’extravagante e per il maleducato, per il filantropo e per lo stronzo, ma tutti hanno in comune il fatto di avere tante cose e tante case. Viaggiano pesanti a volte, magnificamente altre volte, lasciandomi sempre grata e immensamente riconoscente per avermi aperto giardini di umanità ogni volta diversi.

I clienti spesso mi dicono “levami la famiglia dai coglioni, ti prego”.

Poveri bilionari costretti in una baracca di moglie, cento figli, mille tate, otto chefs, mille ore di attività forzate per tenere tutti a bada, tutti felici e occupati. Non c’è pietà per loro, la baracca richiede un godimento continuo, costoso, puntuale. Nessuno dei loro familiari si gira e chiede “Hey, come stai?”, questo patriarca senza vita si trascina da un ristorante Michelin ad un negozio a porte chiuse, con questa masnada di umani a tasso di mantentimento altissimo. Bambini di quattordici anni che sono morti dieci anni prima, quando hanno scoperto che la mamma fa finta di non vedere il babbo con la tata, perchè così si fa, così si conviene. Tutto, pur di rimanere nello Status.

Io gliela levo, la famiglia, e il patriarca sta a guardare una siepe, piangendo, per otto ore di fila. Me lo dice la maggiordoma, mi avverte, io devo sapere tutto. La sera mi manda un messaggio, “grazie, è stata la giornata più bella degli ultimi dieci anni”.

Non ho fatto nulla, io, penso. Ringrazia la siepe e l’odore di rosmarino. Penso che dovresti ricordarti di come si fa l’amore sull’erba, se tu potessi. Ma non te lo posso dire, fra me e te ci sono talmente tanti scalini che non ci vediamo nemmeno più: posso urlare, tanto non mi sentirai. Tu, lassù, con le tue cose e le tue case. Io, noi, quaggiù, con un marsupio.

Altri clienti sospirano, con la loro felice famiglia in una villa di terza categoria, perchè vorrebbero il castello, quello del patriarca di prima. Sono afflitti dal non potere offrire alla loro moglie una vita tremenda, con annessa favorita in appartamento non lontano dalla casa mallevadrice. Chi, non vorrebbe essere infelice, con un mucchio di soldi? Soffrono. E’ a loro che vanno i miei regalini.

Mi offrono, per via del mio lavoro, per entrare nel mio giro, tante cose e tante case in cui stare per niente: le giro a questi qui. Gli dico “siccome siete speciali, voi, andate lì, e stateci bene. Questo servizio non vi costa nulla”. E loro vanno. E poi mi mandano un messaggino, la sera: “grazie, è stata la giornata più bella degli ultimi dieci anni”.

E io penso che non ho fatto nulla nemmeno stavolta, se non guardarli con la stessa benevolenza che applico nel guardare me. E rifuggere le cose e le case.

Ho servito anche persone che sono venute qui prima di morire, per l’ultimo viaggio. Un’esperienza forte, vera, e allo stesso tempo completamente folle: come si fa ad arrabbiarsi, quando l’autista arriva con due minuti di ritardo, se queste sono le ultime ore sulla terra? Si fa, alla stessa maniera con cui si garantisce che quel ritardo sarà rimborsato, che volerà qualche testa, perchè queste sono le ultime ore sulla terra. L’uomo, nemmeno davanti alla sorella morte si riprende la ragione.

Ho preparato cose bellissime e case mozzafiato, per queste persone, per il loro canto del cigno toscano. Ho attrezzato luci laddove c’era l’erba, ho spento i suoni e acceso la notte con le candele, ho pescato la frutta più buona e coltivato la loro emozione come un semino prezioso da lasciare qui. Ho bevuto alla loro salute e dalla loro fonte disperata, di chi sa che il persempre è dietro le spalle. Ho cercato di bere piano, per contaminarmi senza avvelenarmi: purtroppo entro in empatia con chiunque, quasi, e soffro troppo. Devo stare attenta. Mi servono le energie per quando devo spostare un tavolo di noce da trecento chili, perchè sta meglio accanto ai fiori – e sono sola coi giardinieri. Che hanno ottantanni e sono due.

I figli dei signori che hanno le case bellissime spesso non spostano i tavolini nemmeno se glielo chiedi perfavore. Non sanno cosa si perdono. Non lo sanno perchè sono morti, spesso, dieci anni prima, fra un corso di Dressàge e un’estate al Forte. Ci sono i cadaveri, lì, e camminano, e parlano, ma non si muovono e non dicono niente.

Lo sanno, di essere morti, e odiano noi vivi. I morti viventi hanno un sacco di cose e un sacco di case.

Il mio cliente migliore, un signore che non gli daresti due lire a guardarlo, ma che si può comprare le città in contanti, mi ha insegnato un trucco quest’anno. Mi ha detto “quando esci da un posto vecchio per uno nuovo, brucia qualcosa di vecchio e girati verso dove vuoi essere domani; non puoi permettere alle tue cose di sopravviverti, secondo me ti si ritorce contro”.

Gli avevo chiesto perchè si era preso una casetta invece di una castello con tante cose, lui che può.