Siamo io, il Libanese e Il Tricheco.

E’ passata una settimana e basta, sembrano mesi, che se ne sono andate le signorine alte due metri, e con loro sono partiti anche i denti finti, i reggiseni imbottiti, le scoregge tonanti nel mezzo dei pasti – una era capitano di nave mercantile, una ingegnere e presentatore di un programma di scienza alla televisione, gente che non se ne fa molte in fase digestiva.

Il Libanese fa colazione, caffè e grappa, e ci ha portato la nipotina in vespa, senza casco, con una mano sola. Poi la accompagnerà dalla sua mamma, che potrebbe essere mia figlia, e io ho trentasette anni (e mezzo).

Passa anche la moglie del Libanese, più tardi, con sacchi di lenzuola pulite in buste della spesa: cammina dondolando i due lati mastodontici del suo corpo maschio da casa sua, al principio del villaggio, a quella della bimba, dentro le mura medievali. Sarà un chilometro buono.

E’ una specie di bisonte, martoriato dai propri nervi e per questo perduto, in un posto come questo dove non c’è nemmeno la guardia medica. Il bisonte porta la biancheria pulita alla sua bimba, trentotto gradi, sono le due: c’è una grazia materna che è divina e umana, che forse è l’ultima cosa che c’è rimasta quando siamo alla ricerca di bellezza, di vita. Non ha collo e due braccia immani, il corpo gonfio di antidepressivi, la pelle bianca e i peli neri e lunghi, anche quelli sulla faccia.

Passano dieci minuti e il bisonte torna indietro, con il suo passo dondolante. Altro chilometro. Le buste non ci sono più.

Siamo io, il Libanese e Il Tricheco, ma il Libanese ora riparte, dopo avere lasciato la piccina a destinazione. Penso sempre “oggi muoiono in un frontale”. Ma sono sempre lì. Il Tricheco è praticamente muto, e questo ne fa un compagno eccezionale di tavolo, alla Taverna Terribile.

Ordiniamo stando zitti, nel senso che di tanto in tanto ci chiedono se vogliamo quello o quell’altro – maiale, olive, pecorino, ancora maiale. Annuisce il Tricheco e ne portano a sfare; purtroppo non so resistere, la mano corre avanti e indietro, finchè il maiale è terminato, le olive sono trasformate in sputazzi a forma di nocciolo, il formaggio ha lasciato onde di grasso sui piattini. Finisco anche il pane, pensando che avrei potuto evitarlo e ora mi tocca saltare la cena. Poi arriva il vino, la focaccia fresca e il dolcino alla cioccolata, con panna. Rastrello tutto, finiamo ogni cosa.

“Se vuole può levarsi di lì, che ora ci inizia a battere il sole”. “Ci sto per questo”. “Ma ci batte forte”. “Ma ci sto bene”. “Sicura?”. “Se tu fossi un mio amico ti direi di non rompermi i coglioni. Ma non lo sei. Allora ti ringrazio per la premura e sto bene qui dove sono. A posto?”. “A posto”.

Non ci si può nascondere meglio che qui: budelli di strada con le finestre e le vite degli altri sempre accese, la pietra scura e il sole alto che entra di sguincio e non ci si scotta mai la testa. O i piedi. E se uno prende una stradina, poi ne può prendere altre dieci nell’arco di pochi metri. Non come quella struttura romana con le strade che si incrociano perpendicolari, e i quadrati nel mezzo, e i garage a mezzasta e il caldo che ti picchia addosso peggio del freddo – e non ci sono nemmeno le tettoie per ripararsi.

“Si vedono le stagioni qui, siete fortunati”. “In che senso?”. “Nel senso che a New York le case mica cambiano colore in autunno, inverno, estate e primavera: è tutto uguale. Poi piove, o nevica, o si schianta”. “Già”.

Il maledetto cagnaccio ciccione passa davanti e lascia un’altra cacca ciclopica. Urlo alla sua padrona le cose più inascoltabili mentre gli tiro un sasso, sperando di colpirlo, sperando che si metta in testa di schivare questa casa e questa discesa, di modo che io non debba più patire il fetore dalla finestra dello studio, soffrire la vista ingrata di un cumulo di feci multicolore su pietra grigia. Spero anche che lei abbia voglia di litigare, che scenda, vorrei infilarle la faccia nella pupù, così anche lei imparerebbe l’antifona, maledetta scozzese cicciona: voglio camminare a piedi nudi, voglio che mia figlia si dimentichi le scarpe, senza inciampare in uno di questo monticoli puzzolenti.

Con Zio Igor abbiamo deciso di andare al supermercato e comprarle i sacchettini con paletta usati dai proprietari virtuosi di bestie, tipo cento pacchi, e lasciarglieli davanti casa con un biglietto feroce. Poi invece io ho pensato di seguire il Rognosissimo Cane Cagone e filmarlo ogni volta che passa di qui ed espelle, per poi realizzare un dvd. Proiettarlo, sul muro di casa sua. Invitare gente mediante facebook. Uno shame-mob.

Zio Igor si è lasciato prendere la mano, l’ho fomentato talmente tanto che se gli dicessi prendiamo le mazze, ora, scapperebbe dentro lo stanzino a cercarne di chiodate. “Zio, ti e mi ricordo che lei ti cura il giardino.”. “Già”. Nostri piani di vendetta, sfumare, così.

Il Tricheco passa di sotto e batte sul garage col bastone, è tempo di un nuovo aperitivo. Vuole dire “vieni?”. Ne ho contati sessanta abbondanti questo mese e mezzo – l’agenda è fittissima, qualche volta devi invitare gli amici sgradevoli alle cinque, liquidarli con una mossa geniale e poi fare posto al secondo aperitivo, quello delle sette e mezzo: Il Perfettissimo, a base di vino da tavola in gotto di vetro largo, patatine sgonfie e salatini a forma di pescetto, i miei preferiti in assoluto. Il Perfettissimo va avanti fino alle undici di sera.

Ci sono stati aperitivi mattutini, ma io non vi partecipo.

L’amore che ho seminato qui è diventato campo, giardino prensile. Dormiamo abbracciati, tutti e tre. E poi loro si assopiscono uguali: con la bocca socchiusa e la testa all’indietro. Appena percettibili, nel respiro. Sono io che russo e li sveglio, daltronde la provenienza non si cancella e io sono nipote di contadini, di cavallerizze. Sono così lunghi, i miei due, così lievi. Così belli.

Abbiamo tralasciato accuratamente di parlare di tutte le cose importanti, per lasciare spazio alle cose vitali: prepararsi il caffè la mattina, portarlo a letto, e leggere in sincrono, allo stesso tempo. Oppure. Camminare assieme dopo che la luce è sparita. Oppure. Mangiare poco e a tutte le ore, come i bambini in gita.

Non abbiamo risolto nemmeno un problema. Nemmeno stavolta.

Questo abbiamo fatto. Nulla di serio, insomma, se non lasciarci vivere come lumache. E guardare ore di televisione, la sera. E sentirsi in colpa per avere tralasciato il lavoro, e il guadagno, e il piano di marketing, e la programmazione, per un mese intero.

L’Inglese riparte dopodomani, e io torno ad essere Calvino lo stesso giorno: pulita, ordinata, precisa, come quelli che non amano nemmeno sè stessi.

Forse ci sposiamo. Forse rimane sposato alla Gabrielle, la mia amica, che anche lei si è riaccompagnata ma non ha voglia di essere così libera di riappaiarsi, capisci. Io le ho detto che può contare su di me, ci mancherebbe.

Ripassa il Cane Rognoso, a seguito del Libanese che prova a tirargli un calcio ma non ce la fa, essendo gonfio di acquavite. Ormai sono le due del pomeriggio, dico, lui ha già fatto dieci aperitivi come minimo. Il Libanese, non il cane.