Proseguiamo con la rubrica “Uomini normali” nella quale desideriamo riscoprire alcune personalità e la loro testimonianza di vita. Gli “Uomini normali” sono esseri umani, comprendono perciò sia maschi che femmine. In momenti nei quali forse troviamo in noi stessi una propensione a cogliere della vita e del mondo  i “cattivi esempi”, crediamo sia importante riscoprire persone che hanno vissuto vite responsabili lasciando segni che oggi possiamo cogliere e fare nostri.

Per “Coscienza nera” io intendo la rinascita politica e culturale di un popolo oppresso. Ora i neri in Africa sanno che i bianchi non saranno conquistatori per sempre.

Steve Biko

Peter Gabriel – Biko (1987)

Il 12 settembre del 1977 moriva per le atroci torture della polizia sudafricana Steve Biko. Pur essendo meno famoso di Ghandi, Mandela, Martin Luther King, Steve Biko è un uomo la cui vita ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’umanità.

Nel 1997 sulla storia di Steve Biko e della sua amicizia con il giornalista bianco Donald Woods uscì Grido di libertà“, un film memorabile diretto dal regista Richard Attenborough, interpretato da Denzel Washington.

In molti luoghi del Sudafrica, in particolare tra i giovani e nelle periferie delle grandi città, ancora oggi il mito di Steve Biko è forte quanto quello dello stesso Nelson Mandela.

Steve Biko nacque nel dicembre del 1946, nella provincia del Capo Orientale. Studiò medicina all’Università del Natal nella sezione separata per i neri.

Ben presto maturò una coscienza politica volta alla necessità di accrescere la consapevolezza di autonomia dei neri. In principio si impegnò con l’Unione nazionale degli studenti sudafricani, per poi staccarsene nel 1969 e fondare l’Organizzazione degli studenti sudafricani. Il suo messaggio era chiaro: siamo tutti essere umani, bianchi e neri, apparteniamo tutti allo stesso mondo, nessuno è superiore o inferiore. Sapeva che il nuovo Sudafrica dei suoi sogni, fatto di gente libera e uguale, non poteva fondarsi sull’odio e sulla discriminazione razziale (seppure al contrario), sulle vendette e sulle ritorsioni. «L’odio» ‑ diceva. ‑ «non si combatte con l’odio». In quegli anni Biko strinse una profonda amicizia con Donald Woods, giornalista bianco e liberale che pagò con l’esilio il suo rapporto con l’amico. Grazie al libro di memorie che scrisse, sappiamo molto di questa eroica figura. «L’amico che più apprezzavo era un uomo speciale, straordinario. Nei tre anni che lo conobbi, non ebbi mai il minimo dubbio che fosse il leader più importante dell’intero paese. Era saggio, pieno di humour, compassionevole, brillante, altruista, modesto, coraggioso. Il governo non ha mai capito quanto Biko fosse uomo di pace. Il suo costante obiettivo era la riconciliazione pacifica di tutto il Sudafrica».

Nel 1972 Steve Biko è tra i fondatori della Black Peoples Convention, federazione di una settantina di gruppi che si riconoscono nella filosofia della coscienza nera. In questo ambiente si prepararono le manifestazioni di protesta di Soweto, la township di Johannesburg teatro, il 16 giugno 1976, di una durissima repressione della polizia. Quel giorno vennero massacrati almeno cento neri. La rivolta dilagò per il paese e in un anno si contarono un migliaio di vittime. Moltissimi i giovani, anche bambini. Non era difficile, per il regime, collegare il nome di Biko alla rinnovata consapevolezza che sosteneva la gioventù nella lotta contro l’apartheid.

Il 18 agosto 1977 Biko fu arrestato. Il 6 settembre 1977 fu interrogato dai sui aguzzini, tra cui Gideon Niuwoudt, morto nel 2005, nella stanza 619. Le percosse furono tali che lo ridussero in fin di vita. I suoi carcerieri bianchi dissero che si agitava troppo e per una spiacevole fatalità sbattè la testa contro le sbarre della cella. L’11 settembre venne trovato nella sua cella in condizioni disperate. Nonostante la raccomandazione del medico fosse di ricoverare Biko con la massima urgenza, invece che al vicino ospedale locale fu trasportato all’ospedale della polizia di Pretoria distante oltre 1000 chilometri di strade sconnesse dentro il baule di una Land Rover, nudo e ammanettato. Morì durante questo viaggio infernale. Il governo sudafricano sostenne che era morto per un prolungato sciopero della fame.

Dopo la morte di Biko, l’amico Donald Woods non smise più di lanciare accuse alla polizia politica col risultato di finire in prigione e di essere messo al bando come persona pericolosa. Per cinque anni non avrebbe potuto allontanarsi da casa, scrivere libri o articoli, essere citato in qualunque pubblicazione, stare nella stessa stanza con più di una persona alla volta, persino tenere un diario.
Nonostante i divieti Donald Woods sentiva di avere un obbligo: raccontare al mondo le atrocità dell’apartheid e i delitti che la polizia politica poteva compiere indisturbata nelle carceri. Scrisse a mano un libro che raccontava la verità sulla morte di Biko e incitava le potenze internazionali ad adottare sanzioni economiche contro il Sudafrica. Per pubblicarlo fu costretto a fuggire dal Sudafrica, dove non avrebbe più messo piede per dodici anni. Travestito da prete, per eludere la sorveglianza della polizia politica, il giorno di Capodanno del 1978 passò il confine con il Lesotho insieme alla moglie e ai suoi cinque figli per trovare poi rifugio a Londra.

Esiste un’associazione, Steve Biko Foundation, basata sui principi per i quali ha combattuto Biko: identità, cultura e valori, realtà che parlano dell’anima di una nazione.