A pensarci bene nei primi secondi di “Novocaine for the soul”, il pezzo che apre il disco d’esordio, c’è già un eloquente campionario di quello che gli Eels ci hanno gentilmente consegnato nell’arco di una quindicina d’anni. C’è il debole frusciare di un vinile (intendo dire anche se state ascoltando il cd), c’è una batteria che misura lo spazio, c’è una delicata tastiera che lascia cadere qualche nota accattivante, e c’è un violoncello che spennella, e poi c’è la voce roca, che sembra reduce da una serie di carezze alla cartavetrata, di Mr E., alias Mark Oliver Everett, che poi è un po’ come dire alias Eels. Dietro alla band, infatti, ci sono soprattutto la penna, la presenza e gli umori di questo songrwiter moderno, che ondeggia tra la malinconia di un’anima in pena e l’irresistibile tentazione di produrre  riff e melodie che funzionano come pochi altri dai Novanta in qua.

Insomma, in questa prima canzone si percepisce benissimo la contaminazione riuscita tra la contemporaneità, il vintage, la depressione, la voglia di spensieratezza, che fanno di questo gruppo una realtà imperdibile. Forse questo non è neppure il loro album più riuscito, perché dentro “Daisies of the Galaxy”, “Souljacker”, “Electro-shock Blues” e “Blinking Lights and Other Revelations” ci sono frotte di grandi canzoni, oltre all’evoluzione di uno stile che è un purissimo marchio di fabbrica. Ma per costruirsi una discografia essenziale si può partire da qui, perché, appunto, la strada è già perfettamente segnata.

E’ un peccato che non sia ancora riuscito a sentire questa musica dal vivo, e mi ero talmente abituato al fatto che Everett mandasse nei negozi un disco ogni sei mesi o giù di lì (è successo tra il 2009 e il 2010), che il silenzio fin qui seguito a “Tomorrow Morning” uscito un paio di anni fa e  largamente sottovalutato, mi ha un po’ lasciato con l’amaro in bocca, tanto che attendo novità con la stessa ansia con cui conto (a occhio, perché non ho certezze in merito) i giorni che mancano all’uscita dei nuovi Midlake e John Grant, ripetutamente annunciati per il 2012.

Tornando a “Beautiful Freak”, se “Novocaine” è un prologo essenziale alla storia musicale degli Eels, altri indizi sul futuro li seminano il quasi-rap di “Susan’s House”, che spezza il ritmo ossessivo dell’attacco con il solito ritornello magico, e “Rags to rags“, che all’introduzione narrativa fa seguire robuste fondamenta di chitarra elettrica che costruiscono un rock onesto e graffiante quanto basta.

Ad ogni modo la firma di Everett è calcata soprattutto sulla title track, con le inconfondibili punteggiature di tastiera che accompagnano un pezzo lieve,  tutto sommato scarno, che non spreca una nota o uno strumento. Del resto le ragioni di  E.  sono quelle di chi sa che per ottenere un suono convincente e riconoscibile, a volte è meglio sottrarre piuttosto che affastallare. E’ una lezione che potrebbe aver imparato, tra gli altri, dal suo fan dichiarato più influente, Tom Waits.

La lista dei pezzi azzeccati non si ferma: vale per la ritmata “Not Ready Yet“, per “My Beloved Monster“, che nel giro di pochi giorni considererete un classico, o per “Flower”, che si fa spazio tra le pieghe di un coro avvolgente. Un altro riff di chitarra è protagonista in “Guest List”, uno degli episodi pop del disco, con la novità di un assolo di armonica a bocca.

Si sente il bisogno di un pizzico di energia in più,  e ci pensa “Mental”, che torna al rock più deciso, pur senza rinunciare ai “ganci” sonori e melodici che confezionano l’ennesima pontenziale hit. Siamo quasi alla fine: il piano delicatissimo che apre “Spunky” regala un altra categoria everettiana di cui sarà costellato il resto del percorso discografico.

Ormai avete capito in quale luogo musicale vi trovate, anche se gli Eels provano a spiazzarvi con il pop, forse anche troppo rotondo, di “Your Lucky Day in Hell”, prima che “Manchild” vi riaccompagni sulla retta via ofrrendovi un arpeggio leggero, un quasi parlato che diventa falsetto e dialoga con una voce distorta, deformata dai transistor di una ricetrasmittente, che sembra arrivare da lontano.

Eels a pianeta terra, forte e chiaro.

di Lorenzo Mei