Quarto appuntamento con la rubrica frutto della cortese collaborazione con il mensile “Aggiornamenti sociali”, rivista di gesuiti che da oltre sessant’anni affronta gli snodi cruciali della vita sociale, politica ed ecclesiale articolando fede cristiana e giustizia. Offre strumenti per orientarsi in un mondo in continuo cambiamento, con un approccio interdisciplinare e nel dialogo tra azione e riflessione sociale. È frutto del lavoro di una équipe redazionale composta da gesuiti e laici delle sedi di Milano e di Palermo e di un ampio gruppo di collaboratori qualificati. Aggiornamenti Sociali fa parte della rete delle riviste e dei Centri di ricerca e azione sociale dei gesuiti in Europa (Eurojess), e della Federazione «Jesuit Social Network-Italia Onlus»

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Per le donne italiane possedere una laurea non basta per lavorare. E quelle che sono occupate, a parità di incarico guadagnano meno dei colleghi maschi. Inoltre, la nascita dei figli e i carichi di lavoro domestico inducono molte a rinunciare alla ricerca stessa di una occupazione. Sono solo alcuni esempi della condizione di disuguaglianza tra uomini e donne nel mondo del lavoro. Quali strumenti già esistono per conciliare i tempi di vita familiari con quelli professionali? Ma soprattutto, quali cambiamenti culturali sono auspicabili affinché la parità occupazionale possa realmente contribuire allo sviluppo integrale del nostro Paese?
[…]Periodicamente ascoltiamo appelli per il raggiungimento della parità occupazionale tra uomini e donne, se non altro per motivi economici, di pura e semplice efficienza. Negli Stati Uniti è stato stimato che la chiusura del divario di genere nel mondo del lavoro innalzerebbe il PIL di 9 punti, in Giappone di 16 (Bianco, Lotti e Zizza 2012). Infatti l’aumento del numero delle donne che lavorano fa crescere anche la domanda di servizi di assistenza all’infanzia e agli anziani, domestici e di ristorazione in misura maggiore rispetto alla crescita dell’occupazione maschile: in Italia per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro nascerebbero altri 15 posti aggiuntivi (Ferrera 2009, 11). In questa sede vorremmo presentare una fotografia della questione femminile in Italia, con particolare attenzione al mercato del lavoro e al tasso di fertilità; illustrare quali strumenti di politica pubblica esistono per venire incontro alle esigenze di armonizzazione dei tempi di vita familiari e occupazionali delle donne; proporre infine una chiave di lettura che vada oltre la semplice rincorsa della parità di genere e che apra l’orizzonte a una cultura della complementarità. Il punto di vista è quello di chi guarda a una società in cui l’uomo e la donna, secondo le proprie e complementari caratteristiche, sono corresponsabili sia nell’esperienza lavorativa sia in quella familiare.
1. Una panoramica
Secondo l’Indice globale di differenziale di genere (Global Gender Gap Index) fornito dal World Economic Forum, nel 2011 l’Italia si trova al 74° posto su 135 Paesi, con un punteggio pari a 0,68, dove 1 equivale alla parità di genere (World Economic Forum 2011). Tale indice, volto a “fotografare” le differenze di genere, è costruito a partire da quattro indicatori: l’istruzione, misurata come accesso e risultati conseguiti; la salute e la probabilità di sopravvivenza; la partecipazione e le opportunità in campo economico e, infine, la rappresentanza politica, cioè le cariche di responsabilità ricoperte in ambito politico. Mentre per i primi due settori (cfr Figura 1) – l’istruzione (0,99) e la salute (0,97) 3 – l’uguaglianza di genere è da considerarsi un obiettivo raggiunto, la situazione è fortemente diseguale in ambito economico (0,59) – in termini di donne occupate, differenziali salariali, lavori ad alta specializzazione – e politico (0,15). I “primi della classe”, cioè i Paesi in cui la parità tra uomini e donne è sostanzialmente raggiunta, sono l’Islanda, la Norvegia e la Finlandia; meglio di noi fanno, tra gli altri, la Spagna (12° posto), Cuba (20°), la Namibia (32°) e la Cina (61°). L’Indice globale di differenziale di genere mostra un’Italia ove la presenza femminile nel mondo del lavoro stenta a decollare.
a) Donne e lavoro

In Italia nel 2011 il tasso di occupazione femminile, cioè le donne occupate sul totale di quelle in età attiva (15-64 anni), è stato del 46,5%, a fronte di un 67,5% per gli uomini (ISTAT 2012a). Il divario occupazionale tra donne e uomini è il più alto tra i Paesi europei: «oltre venti punti percentuali, contro i dodici della media europea, i dieci di Francia, Germania e Regno Unito e i quattro della Svezia» (Del Boca, Mencarini e Pasqua 2012, 31). Notevoli differenze nel tasso di occupazione si registrano in base alle diverse aree geografiche del Paese: 56,6% al Nord, 51,7% al Centro e 30,8% al Sud. Il trend è comunque in crescita: nel 1980 il tasso occupazionale delle donne era del 30% e nel 2000 non raggiungeva ancora il 40%. Di questo passo, nel 2033 si dovrebbe raggiungere la parità occupazionale. All’interno dell’Unione Europea troviamo Paesi dove la percentuale di donne occupate supera o si avvicina al 70%, come la Svezia (72,1%), la Danimarca (71%) e i Paesi Bassi (69,9%), e Stati come la Grecia e l’Italia dove non arriva al 50% (Foglizzo 2011). Negli USA le donne hanno superato il 50% della forza lavoro per la prima volta nel 2010 (Del Bono e Vuri 2010).Le disparità di genere nel mondo del lavoro riguardano anche la retribuzione. Infatti, all’interno della stessa area disciplinare esiste un differenziale salariale 4 pari al 6% per i laureati in area umanistica e ingegneristica e superiore al 9% per i laureati in area scientifica (Del Boca, Mencarini e Pasqua 2012, 30). Sebbene esistano disomogeneità tra i livelli occupazionali e tra il settore pubblico e privato 5, diversi studi mostrano come la disparità retributiva cresca con il numero dei figli (Casarico e Profeta 2010, 12-14). La situazione italiana è la peggiore in Europa, se confrontata con Paesi come la Spagna, la Francia, la Svezia, il Regno Unito e la Germania. La stima più recente per gli Stati Uniti indica che a parità di tipo di lavoro una donna guadagna solo 77 centesimi per ogni dollaro guadagnato da un uomo (cfr Del Bono e Vuri, 2010). La “fatica” che vivono le donne italiane a entrare e rimanere nel mercato del lavoro è correlata ai bassi livelli di istruzione? La domanda suona retorica, visto che la percentuale delle donne laureate nella classe di età tipica del passaggio tra studio e lavoro (tra i 20 e i 34 anni) è aumentata dal 2 al 5% tra il 1971 e il 1991, all’11% nel 2011 e ha sfiorato il 20% nel 2009. La percentuale di laureati, invece, è cresciuta dal 3 all’8% tra il 1971 e il 2001 ed è arrivata al 19% nel 2010 (ISTAT 2012b). Rispetto al totale di coloro che hanno concluso l’istruzione terziaria nel 2009, il 60% è donna (nel 1950 solo il 25%).

 

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