Due cose trovo molto difficili. Scrivere quando sto vivendo un segmento importante e ascoltare musica fuori dagli anni Cinquanta. Ormai ci siamo, mi sono stabilizzata così come si conviene ai quarantenni e mi affaccio con gioia al terrazzo della mia seconda parte: ho messo in conto di avere qualche turba e molte fisse, e se non sbaglio da questa età in poi mi sentirò autorizzata a tenerne di conto. Senza esagerare.

Come le donne, amabilissime, che dicono “mi piacerebbe tantissimo fare questo, domani” e poi il giorno dopo, quando e se ne hanno l’occasione, non ne fanno di nulla. Perchè, già, non c’è cosa più bella di avere tempo vuoto senza riempirlo. Divino, divano, stanno nella stessa matrice indoeuropea che sta a significare il riposo passivo – secondo me.

Mi giro di continuo indietro non perchè mi piaccia, ma perchè vivo con La Piccina, la sorella terza, che sta attraversando ora quel mare limaccioso dei ventanni e mi ripropone giornalmente emozioni, questioni, reazioni che appartengono al mio trapassato prossimo. Ma se non fosse per queste incursioni dove si permette a me di elargire consigli e sembrare saggia, che di per sè è incredibile data la mia perniciosa immaturità, me ne sto bene qui. Nella sensualità dello stracchino, nel senso della minestrina e i “mangia!” ripetuti milioni di volte a chiunque mi circondi.

L’amore è infilare un imbuto di calorie nell’esofago di qualcuno, secondo me. E persino io che non so cucinare come mia madre, cui somiglio ogni ora di più, metto tutti a tavola ogni giorno, quanti ne posso, perchè quello è il senso della mia esistenza: agglomerare umani amandoli con entusiasmo irrazionale.

Volevo rassicurare Filodemo in questi tempi che paiono cupi, ma splendono come i cucchiaini dopo il ciclo a settanta gradi della vecchia lavastoviglie, così costoso, così efficace: il cane che ho lasciato fuori a guardia abbaia un casino ma ha perso tutti i denti.

Sarò più chiara: le porte, le finestre, sbattono forte perchè sono aperte e c’è stata una tempesta, è chiaro, quindi, che c’è ancora freddo. Ci vorrà un fabbro sapiente e pratico per aggiustare i cardini e incollare il legno al vetro, uno che non ci si preoccupi di troppe facezie, uno che abbia una linea retta, ininterrotta, fra il pensiero e l’azione.

I fabbri pericolosi sono quelli che fanno le stime per i Comuni. Vanno tenuti lontano dalle case, perchè non sanno quanto fanno spendere ai proprietari, non sanno che dolore sia, la notte, sentire il vento freddo che soffia sui propri bambini, sulle persone amate. Parlano di nulla, di cose che non conoscono, e gli interessa solo il rimborso spese. Infiammano gli animi con consigli fuori luogo, fanno preventivi, mentre la loro stessa casa sta cadendo a pezzi. Infatti Mentore Due mi aveva insegnato, prima di morire, a riconoscere la follia nella ragione, e a starci lontana come un cane dalla rabbia – le multe, le sanzioni, i giudizi senza ritorno, sono espressione di disagio. Di un uomo che non vive più con gli altri, ma dentro un mondo suo, imploso, fatto di regole che non possono mai essere rispettate, e per questo ancora più care a chi fa le multe.

La cucina è comunque sempre lì, i letti sono tutti al loro posto, la caldaia, il cuore e motore della casa, funziona e brucia con fumaiole che si alzano in cielo, di notte, che pare di essere a Broadway dopo uno spettacolo.

Volevo, caro Filodemo, che tu ricordassi che sei un peccatore divenuto bacchettone. Riprendi a fumare, perfavore, riprendi a bere, passa a trovarci quando ti senti in vena, ma comunque le chiavi di scorta sono lì. Non è che c’è il timer.

Volevo dirti Filodemo che io ti perdono per essere diventato come tuo padre, perchè io diventerò come il mio – facciamo tutti le stesse cose. E bisogna sapere di essere perdonati, di essere accolti, di essere piccoli, per diventare grandi. Ti perdono, quindi, e ti aspetto, nelle mie stanze dei ricordi futuri, benchè tu ne abbia sfasciate due o tre. Ma ti ricordi, quando io ho rovinato il divano a casa tua? Bene, i figli questo fanno. Rovinano tutto. E per questo li amiamo ogni giorno di più. E l’inferno in terra sia a chi li giudica col metro degli umani.

Dicevo: la musica. La musica che tengo alta quando dici quelle cose, quando ti riferisci a noi come se questo fosse un allevamento di cani randagi. Come se fossero creature mai appartenute. E’ di Argo e di Peritas che parli. E le tue povere orecchie, avvelenate, come nelle favole di Tolkien.

Dagli anni Cinquanta non esco perchè Portrait of Jenny di Clifford Brown è una sequenza perfetta per scrivere mentre si beve un pò di whiskey, la sera. Tu prova a leggere o anche ad accendere il camino ascoltando quella roba di oggi, magari pure in Italiano così il testo ti viene a turbare, magari con quei gorgheggi del cazzo che le cantantesse gorgoilano per provare di sapere, di avere studiato: questa sindrome della perfettina, della bravina, questa noia mortifera, questa pozza di batteri per le orecchie.

Ho detto una canzone a caso. Non ne colleziono, non conosco a fondo nulla infatti che non sia io dalle otto del mattino alle sette di sera, non ho paura di morire, non cerco nella competenza l’armonia che trovo nel caso e nel caos.

Scrivo, caro Filodemo, solo quando non mi si ingolfa il cervello.

Ed è per questo che ascolto Dexter Gordon, un altro nome a caso, perchè se disgraziatamente mi capita Jackson Browne mi scendono le lacrime per un anno di fila. Perchè devo scrivere, c’è scritto qui nel foglietto delle istruzioni (il bugiardino) che c’ho dentro il cuore.

Mi piace il Jazz degli anni ’50. E leggo La Repubblica. Mi piace il Rigor Montis. So Filodemo di darti dei dolori terribili.

Ma li hai dati anche tu a me. E non t’ho nemmeno fatto da mamma.