L’autunno ha portato con sé, come di consueto, il freddo e la voglia di leggere. Mentre le foglie ingialliscono e le giornate si accorciano, io ho sentito il bisogno di sperimentare e concludere dei percorsi. Per questo motivo sul mio comodino si sono succeduti in breve tempo diversi volumi più o meno lunghi, vera salvezza di una stagione che a me porta solo tanta malinconia.

Tra questi volumi, solo uno in effetti ha destato sorprese. Non che gli altri fossero da meno (anzi), tuttavia solo Egli ha saputo risvegliare in me la voglia di: a) uccidermi b) ucciderne l’autrice c) continuare infinitamente a leggere d) uccidere coloro i quali gli avevano assegnato il Pulitzer nel 1992 e) buttare il libro dal balcone e uccidermi, again.

 

Sto parlando dell’acclamatissimo, famosissimo, elogiatissimo La casa delle tre sorelle di Jane Smiley. In un primo momento la lettura mi è sembrata scorrevole, non troppo complessa e non troppo interessante. Questo fino alle prime cinquanta pagine. Poi la trama ha un brusco scatto, come se l’autrice si fosse accorta di essere in pericolo di perdere il lettore. Così, presa da una malsana ironia, butta nel mezzo di quella che sembrava una storia tranquilla e riflessiva un incesto. Le pagine seguenti sono le classiche che si mangiano con gli occhi, con la smania di sapere cosa stia per accadere, dove la narrazione ci voglia portare. E poi ancora una volta l’autrice si arresta e parla del raccolto. Del raccolto? Come se mia madre entrasse in stanza urlando: -C’è un’incendio! Hai visto il tempo?-. Come se tutto ciò non fosse abbastanza spiazzante, quella birichina della Smiley, in un linguaggio che io generalmente non apprezzo, cambia nel profondo la protagonista (e voce narrante). Ne muta l’indole e il carattere. Da timida contadina, moglie timorata, figlia e sorella fedele, la protagonista diventa fredda, rancorosa e aspirante assassina. La vicenda si conclude con un finale sciapo, che si dilunga su particolari poco interessanti.

Nonostante la mia aspra opinione, ho letto le lunghissime quattrocentoventi pagine della Smiley in un fiato. Disprezzandone la scrittura, per giunta. Il libro mi è sembrato più volte scritto da persone differenti, composto a tavolino, scritto ancor prima di essere veramente pensato. Eppure è stato insignito di uno dei più prestigiosi premi per la letteratura angloamericana. Quindi, chi sono io per giudicare?

L’intero volume mi ha interessata e respinta, in un continuo gioco di contrasti. Ho pensato che una scrittura del genere potesse piacere solo alle persone che si definiscono grandi romantiche ed empatiche, pur non essendolo. Quel tipo di persona che piange davanti ad un reality, ma che poi non ha problemi a dare un calcio ad un cane. Il potere che l’autrice ha avuto su di me sin da subito è stato quello di riuscire ad alternare una trama furbetta e una narrazione priva di novità stilistiche a grandi metafore, molto ben ponderate. Tutte le volte in cui mi sono chiesta quale fosse la forza del libro, ecco che spuntava una pagina, unica e dolente, di puro talento. E poi nulla, ancora e ancora pagine di nulla.

Pur avendo alzato gli occhi al cielo, pensando alle orde di donne coi bigodini emozionate dalle parole della Smiley, io ho riflettuto su questo bestseller molto a lungo, e ancora non mi sono data una spiegazione. Sono troppo severa nel giudizio? Non ho capito davvero quel tipo di linguaggio? Non sono ancora abbastanza matura per una lettura del genere?

Apprezzato o meno, La casa delle tre sorelle si è fatto leggere ed analizzare, e, a distanza di tempo, ancora sono qui a pensarci. Non è forse questo il potere delle letteratura?