Inaugurazione martedì 27 novembre 2012 ore 18

Orario: martedì – sabato 15 – 19

Galleria Monica De Cardenas
Via Francesco Viganò 4
I – 20124 Milano
Tel +39 02 29010068
www.monicadecardenas.com
info@monicadecardenas.com

Siamo felici di annunciare la mostra personale dell’artista russo Pavel Pepperstein. Presenteremo una nuova serie di acquarelli e una selezione di lavori precedenti realizzati in inchiostro di china su carta.


Pavel Pepperstein è uno degli artisti più importanti della nuova generazione russa. Alla fine degli anni Ottanta è stato tra i fondatori del gruppo Medical Hermeneutics, che dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica ha sviluppato un approccio critico e analitico verso tutte le ideologie, ma anche verso il capitalismo e l’influenza della cultura occidentale in Russia. Pepperstein si occupa della storia recente dell’ex Unione Sovietica, ma al dramma e alla retorica preferisce i toni della satira, della commedia e della fiaba illustrata. Nelle sue opere recenti l’artista immagina un mondo futuro e avveniristico: una serie di città ideali, costruite con edifici simili alle architetture e ai dipinti di Tatlin, El Lissitsky e Malevich, che si collocano a metà strada tra Mosca e San Pietroburgo, le due anime della storia nazionale: quella rivoluzionaria e quella zarista, fra innovazione e tradizione. L’artista insiste e gioca sulla dissacrazione e sulla compresenza tra cultura “alta” e popolare, attingendo ad un linguaggio di segni, simboli e previsioni utopiche.

I testi scritti a mano, che spesso accompagnano le sue immagini, costituiscono un racconto illustrato del susseguirsi delle ere storiche o fantastiche del suo mondo, che ci colpiscono per la loro forza poetica e ricchezza immaginativa. Pepperstein crea disegni narrativi di vastità infinita o evoca deserti e oceani popolati da esseri umani, animali e divinità. Queste figure non si limitano a essere personaggi da fiaba di una vaga reminiscenza dell’infanzia, ma piuttosto sembrano essere entità che appaiono nel momento giusto come alleate mitiche.

Pavel Pepperstein è nato a Mosca nel 1966, figlio dell’artista Viktor Pivovarov e dell’autrice Irina Pivovarova. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Praga dal 1985 al 1987 ed ha esposto in numerose mostre internazionali, tra le quali la Biennale di Venezia nel 1993 e nel 2009 sia nel Padiglione Russo che nella mostra “Fare mondi” curata da Daniel Birnbaum, “Berlin-Moscow” al Gropius Bau di Berlino nel 2003, la Biennale di San Paolo nel 2004 e la prima (2005) e terza edizione della Biennale di Mosca nel 2009. Tra le sue mostre personali ricordiamo: quella all’Akademie Schloss Solitude di Stoccarda nel 1999, alla Kunsthaus di Zug nel 1999 e nel 2002, al Neuer Aachener Kunstverein nel 2002, alla Kunsthalle di Düsseldorf nel 2003, al Museum für Gegenwartskunst di Basilea e alla Contemporary Art Gallery di Vancouver nel 2006.

Project Room: Marco Basta Rainy Days

Nella Project Room presentiamo il giovane artista italiano Marco Basta, nato a Milano nel 1985. Il suo lavoro vive all’interno della frattura tra il tentativo di delimitare e ascoltare lo spazio interno, intimo, dentro al quale poter riconoscersi e necessario a creare uno sguardo che possa decifrare e misurare quello spazio esterno caotico, che poi altro non è che la realtà. Il suo è un tentativo di possedere qualcosa che sfugge costantemente, il cui senso è sempre altrove e che allora può essere fissato tramite la memoria e quindi tramite l’immagine. Le opere parlano di questo percorso conoscitivo quotidiano, di questo tempo di attesa, di questa difficoltà.
L’idea di Rainy Days nasce dal tentativo di registrare e di dare forma alla casualità di un fenomeno atmosferico che di per sè non è catturabile se non con lo sguardo. Le gocce di pioggia sono catturate tramite uno scanner sul quale l’artista respira per creare vapori e movimenti. L’immagine risultante è poi virata verso diverse tonalità di colore e successivamente stampata su svariate qualità di carte giapponesi, del Butan, africane e tedesche. Sulle carte viene steso in precedenza un pigmento di madre perla sul quale poi effettivamente andrà a depositarsi l’inchiostro della stampante. Si creano quindi dei fogli traslucenti con tonalità che vanno dal chiaro allo scuro e che ricordano quelle dell’acqua o del cielo piovoso. Potrebbero essere anche solo sfondi o paesaggi. Tolta la goccia d’acqua, che rimane l’unico istante di forma rappresentabile, resta solo colore, sensazioni di acquosità, vapori, movimento fluttuante delle gocce. Ogni sequenza cerca di avvicinarsi all’idea cromatica della stagione in cui è stata catturata la pioggia e utilizza appunto i colori che vivono in quella determinata stagione. Quasi un campionariosentimentale, di dettagli, frammenti, accenni del personale ricordo di una stagione.

In mostra ci sono anche due vasi a forma di orecchio che possono essere utili ad ascoltare il loro interno, utili a sentirne l’invisibile contenuto. Vasi ai quali potersi appoggiare con le proprie orecchie per ascoltarne i suoni interni come fossero conchiglie. Nella tradizione popolare le conchiglie venivano spesso associate al suono, quello del mare o del vento; portatrici quindi del suono della propria origine e associate alla memoria. Sempre nella tradizione popolare un’altra creatura marina con caratteristiche simili (è un riparo per esempio), l’ostrica, quando ritrovata fossile veniva associata all’idea di un orecchio di un essere non umano. Quindi sempre ricondotta al suono in qualche modo e ad una memoria mitologica quasi fiabesca. Marco Basta ha realizzato questi vasi cercando di avvicinarsi ad alcune caratteristiche della ceramica giapponese detta “Mino”. L’aspetto sorprendente di queste ceramiche è che riescono a raggiungere un’incredibile bellezza attraverso l’imperfezione, la deformità, l’asimmetria e la casualità.
Trovare un’ala di ape è un evento raro. Il gesto più istintivo è quello di prenderla fra le dita e guardarla, osservarla da più punti di vista. Si tratta quasi di niente, di una cosa praticamente invisibile che vive di riflessi. Eppure un evento così insignificante crea un momento prezioso, intimo. Nell’iconografia della pittura la mano è sempre stata portatrice di “alterità”, l’offrire o il tenere fra le dita sembra quasi indicare qualcosa che è lì, ma che esiste altrove.

Marco Basta ha esposto nella mostra “Vedere un oggetto, vedere la luce” a Palazzo Re Rebaudengo a Guarene d’Alba nel 2011 e da Gasconade a Milano nel 2012. Attualmente è in mostra alla GAM a Milano nella mostra collettiva “Fuoriclasse” curata da Luca Cerizza.