Missione compiuta. Ce l’ho fatta: la firma di Greg Lake campeggia all’interno della copertina apribile della mia copia anni ’70 di “In the court of the Crimson King”. Ho incontrato e intervistato la mia prima vera rockstar, e devo dire che mi sono divertito. L’ho trovato tranquillo, gentile, con una gran voglia di raccontarsi e di farsi incuriosire dalle domande.

Abbiamo parlato del tour italiano concluso a Firenze, in una Italia che ama molto.

Anche se non ci suonavo da vent’anni, in realtà ci vengo spesso, e mi sembra sempre di essere a casa. Anche ai tempi dei King Crimson e degli ELP non vedevamo l’ora di suonare da voi, perché qui il pubblico capiva davvero la nostra musica. Voglio dire: c’era un sacco di gente anche altrove, ma qui si percepiva una comprensione diversa, un apprezzamento che andava al di là del fatto che noi fossimo famosi”.

 

Il titolo della tournée era “Songs of a Lifetime”, con Greg da solo sul palco a suonare e spiegare le canzoni che hanno “fatto” la sua vita.

“L’idea di una serie di concerti senza altri musicisti viene da lontano: tantissimi anni fa vidi a teatro Peter Ustinov. Stava da solo sul palco, e ne rimasi affascinato. Mi chiesi se sarei mai stato abbastanza bravo da fare un giorno un one man show, ma confesso che quell’idea è rimasta per decenni in un cassetto della mia mente. Quando mi sono messo a scrivere la mia autobiografia, ho cominciato a parlare della musica che mi ha accompagnato, e ho pensato di portare quelle canzoni in giro, parlandone con gli spettatori. E’ un po’ quello che facevamo negli anni Settanta: ci mettevamo davanti a uno stereo, portavamo dei dischi e li ascoltavamo insieme”.

Sapevo che Lake non ama particolarmente la definizione di “progressive”, eppure è indubbio che in quella musica ci fossero strutture molto più complesse di quelle che il rock and roll aveva conosciuto, e che per la prima volta le influenze jazz e classiche si sposavano con i primi esperimenti di elettronica.

“La definizione ‘progressivo’ sa troppo di intellettuale. La verità è che il rock che facevamo noi era influenzato soprattutto dalla musica europea, in cui non c’è un format predefinito, in cui sono possibili molti più cambiamenti e variazioni rispetto al rock & roll di origine americana, che veniva dal blues, dal gospel e dal country & western. Voglio dire: nel blues ci sono sempre gli stessi quattro o cinque accordi, noi non eravamo legati a quel modello”.

 

 

Una volta sul piccolo palco del Viper Theatre, Greg ha cantato pezzi dei King Crimson, degli ELP, dei Beatles e di Elvis Presley, tanto per citarne qualcuno.

“Mentre eravamo in America per una serie di concerti, il mio manager mi portò a vedere un concerto di Elvis. Cantava trenta secondi di ogni pezzo, e poi la folla lo sommergeva di urla. Allora  passava a un altra canzone, e poi ancora un’altra. Pochi secondi per ognuna, ma quell’uomo stava in scena come nessun altro prima o dopo di lui”.

Anche Lake fa un po’ così: accenna qualche nota e il refrain di “21st Century Schizoid Man”, qualche passaggio di “From the beginning”, e poi “Heartbreak Hotel”, un medley con “Epitaph” e “In the court of the Crimson King”, come inizio. Non siamo ai trenta secondi del re, ma l’impressione è che ci sia la volontà di raccontare tanto, senza soffermarsi troppo sui singoli episodi.

Le poltroncine sono strapiene, e c’è molta gente in piedi in questo teatro raccolto. Non posso negarlo: la scelta di usare basi preregistrate (anche se mixate al momento) al posto di musicisti in carne ed ossa, toglie molta spontaneità all’esibizione. Ma non è un’ora e mezzo da dimenticare, tutt’altro. Lake, sempre sorridente, canta ancora con una voce pulita che molti coetanei si sognano, ed è perfettamente a proprio agio anche in questo strano set che sfiora il rischio karaoke, ma che ha anche momenti preziosi, soprattutto quando restano solo il suono della chitarra e il canto di questo “Lucky Man”.

 

testo e foto di Lorenzo Mei