Sei  note, sei accordi suonati con una chitarra acustica, che affettano il silenzio, un rullo di batteria, e  poi una canzone che rotola giù per la discesa, una di quelle che mi conquistano al primo ascolto, e si insediano nella mia testa. Va ancora meglio quando questo effetto non arriva da un solo brano, ma da un album intero. E’ andata così, per “Rats”, che mi è stato beneritamente consigliato da un amico e che è uno dei dischi che ho più apprezzato in un 2012, lo dico con un po’ di anticipo rispetto alla “classificona” personale, meno generoso rispetto all’anno scorso.

Questa band belga, di cui non sospettavo l’esistenza, mi ha regalato una folata di vento frizzante, un barlume di visionarietà sbilenca, e innumerevoli passaggi sul giradischi. Sia chiaro: non si parla di un capolavoro immortale, ma di un album riuscito, ben prodotto e che fa venire la voglia di ascoltare questo gruppo dal vivo. Sono passati in Italia da poco, ma non abbastanza vicino e non nei giorni giusti della settimana per giustificare un mio blitz. Peccato, spero che capitino in qualche festival estivo nel 2013 e che ci sia modo di verificare se la chimica  che mi sembra funzionare magicamente sul disco, si ripropone con un surplus di sorpresa e spontaneità nei live.

Le sei  note di cui parlavo prima sono quelle che aprono “The Oldest of Sisters“, il pezzo d’ingresso, che è una perfetta overture per ciò  che ci aspetta. “Sinking Ship” rincara la dose: qui invece che rotolare la musica e le parole si trascinano felicemente traballanti, ubriache, in un bel connubio tra testo e sottolineatura musicale. Certo, una canzone d’amore che dice: “From my pen you expected the sweet honey to drip/But the words come out like rats living in a sinking ship” può essere considerata una delle più atipiche di sempre, specie quando, riferendosi ai ratti-parole, si lascia andare ad un autocompiaciuto: “Ah, look at them run!”.

Il prodigioso trittico iniziale si chiude con “Later“, che sa decisamente di Radiohead, ma sempre con un tono scanzonato poco accostabile alla superband di Oxford. Dopo aver chiesto di procrastinare giudizi e condanne (“Decide later If am to blame for this/Cause I don’t see myself round here anymore”), si cambia ancora registro con l’introduzione di Joker’s Son, affidata a un ironico trombone e a una scrittura degna di un Nick Cave meno serioso dell’originale.

“The man who ownes the place” è uno degli episodi più distorti, in cui la voce si allunga in una lenta cantilena allucinata. Sarebbe abbastanza per renderla pesante e noiosa, e invece in questa musica c’è un’enfasi misurata con il contagocce che segna il cammino fino all’ineluttabilità di “I have seen the eyes upon us and I don’t think the want us together/I have thought it trough and now it’s coming for you so shelter/All the lines that are drawn and the women I ebrace/All agreed upon with the man who owns this place/It’s over”.

Il lato B del mio pregevole vinile (copertina cartonata ruvida apribile con testi e un grande poster allegato oltre al link per il download dei file mp3) si apre con “Lion’s Mouth”, altro momento  alla Cave, anche nella perentorietà delle parole “I did not want to/write anything/I just wanted you/to taste the ink”.  Si torna a un’atmosfera più giocosa con “Do not claim them anymore”, forse il passaggio più pop, che mi ricorda gli anni ’80, mentre l’arpeggio inziale spagnoleggiante di “Listen Up” rompe gli schemi per l’ennesima volta. Un violino si insinua tra le strofe e accompagna all’irresistibile ritornello: “Now listen up/Now listen once again/Before we start this before, before we begin”, in cui le parole sono cuiriosamente usate come percussioni.

Any suggestion” è  un’altra cantilena, che si apre con la stessa gaiezza di una marcia funerbre e sfida l’ascoltatore in uno strascicato ma efficacissimo prologo alla seconda parte, strumentale, che con un pianoforte minimalista al quale si aggiunono archi e percussioni, recupera un tono brillante e ricorda un po’  Yann Tiersen (lo so che l’avevo detto tempo fa di un altro disco, ma ascoltatela e poi mi dite). Siamo all’epilogo con “Sides”, forse l’unica di queste tracce che sale in progressione da un quasi-silenzio e procede cauta, discreta, abbandonandoci con un prezioso consiglio, utile per tutti noi (se siete come me), vittime dell’indecisione: “Do yourself a favour and run”.

di Lorenzo Mei