Le copertine devono assomigliare a tre cose: al libro che racchiudono, all’editore che lo pubblica, al lettore che lo compra.

Riccardo Falcinelli

Non voglio fare polemica (certo che lo voglio) ma oggi non mi trovo d’accordo. Non mi trovo d’accordo con il traffico pre-natalizio, non mi trovo d’accordo con gli abbinamenti audaci (sì la pelliccia e il tacco a spillo per fare la spesa alla Conad è un abbinamento audace, signora), non mi trovo d’accordo con chi dice “Il Natale lo odio”, perché altrimenti come passeremmo il dicembre, non mi trovo d’accordo con un sacco di altre cose, ma ciò che più di tutto oggi mi irrita è questa copertina.

Se un libro si intitola Una morte in famiglia perché il font sembra quello di Scooby-Doo? Mi chiedo: il titolo non era abbastanza chiaro? Volevate indorarmi la pillola, care edizioni e/o?

Procedo con calma: Una morte in famiglia, capolavoro di James Agee, premio Pulitzer del 1958, ha una prosa raffinata ed immediata. Composta, poetica e toccante, la narrazione precisa è il vero filo conduttore del romanzo. Il titolo spiega già da sé a cosa andiamo incontro: nella profonda provincia americana del Tennessee, una tranquilla famiglia, composta da padre, madre e due figli piccoli, sta dormendo. Una telefonata improvvisa desta gli adulti: il nonno ha avuto un infarto, probabilmente è in fin di vita. Il padre prende la macchina e corre al suo capezzale. Fin qui nulla di strano, il titolo in effetti ci aveva avvisati della morte imminente. Eppure non è così semplice. Quando ormai pensiamo di aver capito l’intera faccenda, ecco che un terribile incidente sconvolge la tenera famiglia: il padre, ormai sulla via del ritorno dalla visita al nonno, perde il controllo dell’auto e muore in un fosso.

La terra all’improvviso ci manca da sotto i piedi. E’ questa la vera morte in famiglia. Cogliamo la verità soltanto cento pagine dopo esserci affezionati veramente ai personaggi, che bassezza. A dirla tutta, se fossi stata una lettrice più attenta, avrei scoperto il fattaccio leggendo due righe e mezza del riassunto in quarta copertina, quindi niente spoiler.

E così la narrazione prosegue affilata come una lama dritta nel cuore: la moglie piange, i parenti le si stringono attorno, l’atmosfera è immobile. Anche il lettore ha quella fastidiosa sensazione di essere impotente davanti alla morte, come fosse reale. Poi il narratore ci fa un altro buffo scherzo: decide che è ora di raccontarci di Rufus, il figlio maggiore. Rufus è un bambino di sei anni, genuino, disegnato perfettamente nella sua tenera età. La voce narrante sviscera all’inverosimile il rapporto che il piccolo ha con la figura paterna, pugnalandoci a morte perché noi -lettori- sappiamo a cosa sta andando incontro, mentre lui -Rufus- è ancora lì, a dormire nel letto, beato.

Il finale è la stilettata mortale, che non lascia speranza nemmeno agli irriducibili della lacrima. La sensazione è la stessa di quando la città all’improvviso si copre di neve nella notte, e al mattino è tutto bianco, fermo, silenzioso. Vorresti guardare per ore dalla finestra, ma devi uscire e staccare gli occhi dal manto taciturno. E qui il libro si chiude.

Una morte in famiglia gela il cuore attraverso una trama difficoltosa, ma ottimamente condotta. La prosa accarezza le costruzioni della poesia, pur non essendo mai criptica. Il linguaggio sa essere delicato o crudo al momento giusto. James Agee è un maestro, fuori da ogni dubbio. La triste verità poi è che il romanzo è autobiografico.

E quindi io non mi trovo affatto d’accordo.

James Agee

Claudia Oldani