Diane Arbus, “l’angelo nero della fotografia randagia”, è stata una figura rivoluzionaria eppur scomoda negli annali della fotografia contemporanea. Ha ridefinito la sottile linea tra normalità e devianza, circoscrivendo un nuovo territorio della bellezza. Ha infranto i canoni della fotografia basati sul glamour, sull’immediato consumo, sui falsi miti.

Nelle sue foto i soggetti appaiono sempre a proprio agio di fronte all’obiettivo perché così la Arbus riusciva a farli sentire. Chi si trova spesso in imbarazzo è lo spettatore “normale” impreparato ad accogliere il “diverso” nella propria vita.

“Contro l’ignoranza dell’amore, che rende le persone stupide”. Questa frase riassume ciò che ha reso celebre la Arbus: il ritrarre gli esseri umani nella loro diversità. Fu proprio questo l’obiettivo della Arbus, che con la sua arte lottò per liberare il pensiero da ogni sorta di schiavitù mentale legata al conformismo, alla rigidità di un vivere che impone l’omologazione delle persone, in nome di una “normalità” illusoria creata sotto l’imperativo dell’apparenza.

“Sono nata per salire la scala della rispettabilità borghese e da allora ho cercato di arrampicarmi verso il basso, il più rapidamente possibile”.

Diane Nemerov nasce nel 1923 a New York. La famiglia di appartenenza è una ricca famiglia ebrea, proprietari dei grandi magazzini Russek’s. Uno spirito controcorrente che manifesta precocemente la sua intelligenza emotiva. Si sposa con Allan Arbus nel 1941, rinunciando agli studi universitari pur di sposare l’uomo che ama, col quale decide di intraprendere la carriera fotografica nello studio “Diane e Allan Arbus”. All’inizio furono soprattutto servizi di moda, il primo nel 1947 su Glamour. Ma la Arbus vuole andare oltre ed è grazie al contatto con Lisette Model, con la quale studia nel 1956-57, che abbandona le briglie del suo contegno e inizia a fotografare i soggetti che sente più propri. E’ proprio nel 1957 che consuma il suo divorzio artistico (anche il matrimonio, di fatto, era già in crisi), lasciando lo studio condiviso col marito e dedicandosi totalmente alla propria ricerca, frequentando luoghi, fisici e mentali, che le erano stati vietati dalla rigida educazione ricevuta. Abbandona totalmente il mondo dell’alta moda per focalizzarsi sulla soggettività di individui la cui vera prova era vivere con se stessi.

E’ in questo periodo che conosce, tra gli altri, l’allora giovane fotografo Stanley Kubrick, che le rende omaggio, più tardi e ormai famoso regista, nel film “Shining”, con l’allucinatoria visione delle gemelline che riprende una delle immagini più famose dell’intera produzione della Arbus. Si tratta di “Identical Twins”, visione artistica del proprio doppio di cui la Arbus è sempre alla ricerca. Le due bambine, vestite in velluto, differiscono l’una dall’altra solo per l’espressione: una leggermente imbronciata, l’altra sorridente. Sono il riflesso dell’indole bipolare della Arbus, la cui vita è contrassegnata da un’inquietudine costante.

La Arbus fece del rapportarsi agli individui che ritraeva, la sua vocazione più intima. Erano quasi sempre persone a lei sconosciute a cui chiedeva un appuntamento per strada, o ovunque le incontrasse, e andava da loro. Le immagini sono il frutto di un transito emozionale, di momenti in cui l’abbandono emotivo lascia trasparire quella naturalezza che altrimenti svanirebbe in una messa in posa. “Detesto l’idea della composizione. Non so cosa sia una buona composizione. Per me il soggetto di una fotografia è più importante della fotografia. La fotografia è importante per ciò che rappresenta”.

Diane era interessata a fotografare soggetti “dall’aspetto strano” e trovò molte occasioni di farlo già nei dintorni della propria abitazione a New York. Frequentando e fotografando tanto il jet set, quanto il proletariato urbano, la Arbus creò un’inversione fotografica delle apparenze, dove dignità e naturalezza appartengono a chi è relegato ai margini della società, mentre emerge una certa ridicolaggine delle persone abbienti.

Lady at a masked ball with two roses on her dress, N.Y.C, 1967 – A woman in a bird mask, N.Y.C, 1967

A Jewish giant at the home of his parents

A young man in curlers at home on West 20th Street

Quando Diane Arbus alza la fotocamera sulla borghesia o sul patriottismo plebeo ne coglie la maschera, l’apparenza. La sua fotografia mostra come l’osceno, il mostruoso, al contrario, abbiano una propria etica, un proprio linguaggio, una fraternità riconosciuta, invisibile agli occhi dei “normali”.

Diane Arbus e la sua fotografia furono sempre attente sostenitrice dei diritti umani e contro ogni guerra. Negli anni ’60 partecipò alle marce contro la guerra in Vietnam, a quelle per i diritti civili e fu attiva nelle battaglie contro la fame nel mondo.

Nell’immagine “A patriotic young man whit a flag, N.Y.C”, la Arbus sintetizza il sentimento più stupido che l’uomo si sia mai impartito: l’amore per la patria. Il protagonista dello scatto è un giovane dallo sguardo ebete, patriota sostenitore di una  causa di cui è evidente non conosce nemmeno il senso.

In “Child with a toy hand grenade in Central Park”, la smorfia sul volto racconta l’impazienza del bambino che, stringendo la bomba giocattolo in mano, è pronto a scagliarsi contro il mondo nel pericoloso gioco della guerra.

Alcuni soggetti sono stati ritratti più volte nel corso degli anni. E’ il caso del nano Cha Cha Cha, che divenne amico della Arbus, ripreso nella sua stanza d’albergo con una espressione pienamente soddisfatta. E’ la festa degli oppressi, dove nessuno è perdente e tutti sono re.

Mexican dwaft in his motel room in N.Y.C, 1970

In “Petal Pink for little parties, white-over-pale form parties” la Arbus affronta in modo incisivo il mondo dei bambini mostrando quanto sia diverso da quello raccontato dal mercimonio pubblicitario dei mass-media. La bambina è ritratta in un giardino mascherata da fiore, un fiore tra i fiori dunque. Eppure il suo volto racconta inquietudine e la posa lascia trasparire un atteggiamento quasi  adulto. Una immagine che svela aspetti troppo spesso occultati di una stagione dell’uomo, banalizzata dalla definizione “dell’innocenza”.

Dal ’68 le crisi depressive si fecero più gravi, anche a causa di un’epatite in seguito alla quale Diane Arbus smise di assumere antidepressivi. Diane Arbus, vittima dei propri demoni, si uccise il 26 luglio 1971. Dopo la sua morte iniziò la sua consacrazione.

Diane Arbus ha inaugurato un nuovo modo di scrivere con la luce. Nella sua fotografia soggetto e fotografo divenivano una cosa sola, accoglienza reciproca, che supera la retorica dei bisogni.

La Arbus ha mostrato il valore intrinseco di ogni essere umano, cercando nella quotidianità delle persone ghettizzate e mortificate, il coraggio di vivere. Ogni scatto è teso a scacciare il terrore del pregiudizio per far emergere la fraternità, la solidarietà, l’amore.

The King and Queen of a Senior Citizens Dance, NYC, 1970

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