Il problema era questo: i pantaloni a zampa d’elefante, le camicie con i disegni kashmir e le giacche con i revers giganti, mi stavano da far pena. Non prendevo droghe, e nonostante svogliati tentativi, non sono mai riuscito a suonare decentemente uno strumento. Il mio progetto di emulazione di Syd Barrett, dunque, si arenò abbastanza presto, senza speranze, anche volendo tralasciare la mera apparenza fisica. Eppure è stato lui, per almeno un decennio, il mio idolo musicale.

 

 Come molti della mia generazione, mi sono innamorato dei Pink Floyd prima che di qualsiasi altra band. Banalmente, ho cominciato da “The Dark Side Of The Moon”, con quel misterioso prisma in copertina e quell’atmosfera irripetibile tra i solchi, un ponte tra gli anni settanta e il futuro. Poi però, per lungo tempo, una volta superata la fase dell’innamoramento con il successone di una carriera, il disco dei Floyd per me è stato questo primo album, pubblicato su etichetta Columbia (all’epoca consociata Emi) nel 1967. Poco a che vedere con i registratori di cassa di “Money” o con gli orologi di “Time” e semmai, ma solo per una questione di contenuti, strettamente legato a  “Eclipse”, per rimanere sul lato oscuro della luna.

Nel 1967 non c’è ancora David Gilmour, e la band londinese ruota essenzialmente attorno al suo primo chitarrista e cantante, Roger Keith Barrett (1946-2006), meglio conosciuto come Syd. L’anno è quello in cui esce una miriade di dischi fondamentali del rock psichedelico. Dall’altra parte dell’oceano è il momento di “The Velvet Undergound & Nico”, ma potrei citare “Surrealistic Pillow” dei Jefferson Airplane, l’esordio dei 13th Floor Elevators, “Forever Changes” dei Love,  “Disraeli Gears” dei Cream o “Are You Experienced?” di Jimi Hendrix. Non c’è dubbio però che il disco simbolo di questa musica  in Inghilterra sia proprio “The Piper At The Gates Of Dawn”.

L’album è un collage, nemmeno a dirlo, caleidospcopico: ci sono  pezzi più marcatamente barrettiani, favole e cantilene lisergiche come “The Scarecrow”, “Matilda Mother” o “Chapter 24”, e momenti più allucinati come “Astronomy Dominée” o liberi come  “Interstellar Overdrive“,  in cui i si riconoscono tracce di ciò che da qui a pochi anni diventeranno i Pink Floyd.  Messo da parte Barrett  (in rapido declino verso un’istabilità mentale probabilmente causata dall’LSD) nel ’68, i quattro si sposteranno verso una propria versione del rock progressivo, raggiungendone l’apice nel grandioso concerto tra le rovine di Pompei, nel 1972, mai uscito su disco (salvo i moltissimi bootleg) ma disponibile in un dvd che dovete assolutamente avere.

Se devo scegliere un brano in questo primo 33 giri, però, forse a distanza di tanti anni, mi affascina soprattutto il gioiellino per niente pretenzioso, eppure perfetto, “Lucifer Sam”, la curiosa storia di un gatto diabolico. In questo disco c’è un campionario della psichedelia britannica: richiami all’astronomia (space rock), sfuriate elettriche e improvvisazione con poche concessioni all’easy listening (“Interstellar Overdrive”), piccole storie fantastiche (“The Gnome”), e filastrocche sghembe (“Bike”). L’episodio meno convincente forse è “Take Up Thy Stetoscope And Walk”, l’unico firmato da Roger Waters, che una volta scaricato Barrett, si approprierà della leadership, senza mai convincere del tutto i compagni d’avventura.

Se non avete mai ascoltato questo Lp, scordatevi i Pink Floyd che avete in mente, quelli mastodontici di “The Wall” e pure quelli ispirati di “Shine on you Crazy Diamond” (esplicitamente dedicata a Barrett come tutto “Wish you were here”).  Questi undici pezzi colorati, rimbombanti di eco, acidi e allo stesso tempo infantili, non hanno nulla a che vedere con quell’eopea. Eppure questo disco dovete conoscerlo, dovete comprarlo. Prima di tutto perché è un capolavoro, e poi per constatare come i Pink Floyd abbiano avuto due vite,  diverse fra loro eppure entrambe accompagnate da un enorme successo. Con una differenza: che la prima è durata un meno di due anni, la seconda, con qualche interruzione costellata di schermaglie legali, circa ventisei, e riscuote tuttora enormi riconoscimenti dal pubblico (oltre 250 milioni di copie vendute), per nulla scoraggiato dalla band più “schiva” e meno “rockstar” della storia.

di Lorenzo Mei