Alessandra è una di quelle persone che si incontrano per caso in ascensore e che non si dimenticano più. La sua voce, i suoi gesti, la luce che le brilla negli occhi incantano l’ascoltatore, come se stesse narrando misteri profondi. Tutto in lei urla creatività fantasia e spirito ribelle. Una cometa di passioni letterarie e artistiche. Ci siamo imbattute tra i colori di un progetto mai ultimato. Eppure questo incontro mi è rimasto nel cuore: mai avrei pensato che Alessandra, amante della poesia e della musica, avesse una bocconianissima laurea in economia, eppure è proprio così. Mi sono subito chiesta cosa l’avesse spinta ad accantonare le proprie passioni, preferendo loro questa scelta lontana dall’arte. Ecco come mi ha risposto.

Mi sono sempre chiesta cosa ti abbia spinta a studiare economia e non lettere, data la tua forte vena artistica.

L’Alessandra di un tempo avrebbe risposto la vigliaccheria, quella di oggi risponderebbe il coraggio. La bambina, l’adolescente che sono stata sognava altre cose per il proprio futuro. A dieci anni dicevo che sarei diventata una giornalista reporter. Probabilmente, anzi sicuramente, non conoscevo il significato della parola “reporter” ma l’intuizione mi suggeriva che poteva essere uno dei tanti modi di lavorare viaggiando. A dodici non avevo più idea di cosa volessi diventare da grande ma sapevo per certo che avrei studiato lettere. A quindici filosofia. Platonicamente innamorata di Platone. A diciassette anni scrivevo tanto, troppo per una ragazzina della mia età. Riflessioni sulla vita, pensieri spesso acuti di cui ancora oggi mi stupisco. Per onestà intellettuale correggo: più acuti di quelli di oggi. Pensai che avrei potuto vivere scrivendo e scrivendo vivere. Ricordo che più di qualcuno, all’epoca, ci avrebbe scommesso. Il 5 Maggio del 2007 poi, mi ritrovai seduta tra i banchi dell’hotel Excelsior di Bari pronta a firmare, su un test d’ingresso, il mio futuro in Bocconi. “Ei fu. Siccome immobile”. Di me si potrebbe parlare come si parlerebbe di una contraddizione qualunque. Dico sempre che ho fatto tutto quello che non volevo fare nella vita. Ogni qualvolta si è trattato di compiere una scelta importante, l’unica alternativa ragionevole mi è sembrata quella mai considerata prima, quella che nessuno si aspettava da me, quella impensabile, quella sfida capitata per caso sotto gli occhi e irrazionalmente accettata. Abbassando il livello di poesia, direi che quella di studiare economia sia stata una scelta pragmatica e onesta. Ho pensato al mio futuro, alla mia indipendenza di figlia e di donna. Credevo che le mie passioni non mi avrebbero abbandonata mai. Così è stato e lo credo oggi più di ieri.

Qual era il tuo rapporto con la letteratura da piccola?

A undici anni e mezzo decisi, in un pomeriggio d’estate, che quelli sarebbero stati gli ultimi libri del Battello a Vapore che avrei letto. Si intitolavano rispettivamente Il truce assassino del cane di Bates e Lucis Lucertola. Come dimenticarli. Non ricordo nulla delle storie in sé ma il loro valore simbolico mi spinge tutt’ora a ricordarne i titoli con estrema lucidità. Segnavano il passaggio all’età adulta. Alla mia età adulta. Ricordo che li terminai in un giorno, curiosa di cosa mi attendeva dopo. Mi recai davanti alla libreria dei miei, presi una scala assecondando l’intuizione secondo cui i libri più in alto erano destinati ai più adulti, e finalmente scelsi. Scelsi in base al fascino che il titolo esercitava su di me. Non potrò mai dimenticare l’indecisione tra Cent’anni di solitudine e L’insostenibile leggerezza dell’essere. Alla fine scelsi il primo, con la promessa che sarebbe stato subito seguito dal secondo. E così fu. Macondo è come la ricordo io, non come Márquez voleva che fosse. E per quanto quel libro rappresenti l’unica eccezione che ho consentito a me stessa – quella di rileggere un libro per la seconda volta – i personaggi, i luoghi, le emozioni sono rimaste le stesse della prima lettura, come era giusto che fosse. E’ stato così che, con la stessa scala e la stessa intuizione, ho letto i capisaldi della letteratura italiana ed europea. Dostoevskij, Joyce, Woolf, Hemingway, Kundera, Kafka, Faulkner e i loro personaggi sono stati i miei primi grandi amori; amori che in quanto tali non si dimenticano. Un giorno, forse, quando le impressioni del primo stupore saranno svanite, mi permetterò di rileggerli. Prima di allora no.

Invece oggi cosa leggi?

Se fino ai diciotto anni l’immagine era quella di me stesa su un lettino e libri rappresentavano la figura dello psicoanalista pronti ad accogliere le mie confessioni prima ancora che le loro, adesso il rapporto è cambiato. Su quel lettino ci sono i miei libri, quelli attuali, e sulla poltrona io. L’atteggiamento è diverso, più critico, più consapevole, più analitico appunto. Il momento più bello nella mia vita da lettrice è stato quello in cui per la prima volta ho trovato un libro terribile. Nasceva in me quello che gli esperti chiamerebbero spirito dissenziente. Oggi accolgo suggerimenti, chiedo consigli, mi aspetto che ogni persona interessante che incontro mi suggerisca un titolo di un libro e che, nel migliore dei casi, me lo regali. Resto selettiva solo nei confronti dei gialli che non ho mai prediletto. Per il resto sono molto più democratica di un tempo. Il fascino infantile per i titoli, quello no, non l’ho mai perso. Sul mio comodino oggi c’è un libro che mi ha incuriosito tanto. Si chiama Interrogative Mood di Padgett Powell. Si tratta di un libro di ben 137 pagine di sole domande, senza punti fermi. Un progetto curioso e innovativo in cui, in via del tutto eccezionale, il paziente sul lettino sono nuovamente io.

Come sposi i tuoi studi alle tue passioni? C’è un punto di convergenza?

Tutto quello che sono oggi l’ho preso in prestito dalle mie passioni e a loro lo restituirò. La mia formazione manageriale non è stata in alcun modo un impedimento in questi ultimi anni e, anzi, mi ha consentito di capire che questi due mondi -quello della cultura, dell’arte, delle creatività da un lato e quello dell’economia dall’altro- possono e devono guardarsi senza pregiudizi, senza snobismi, senza paura. Quando Robert Fitzpatrick, manager dalla formazione letteraria e poi a lungo tempo presidente dell’Euro Disney Resort, divenne direttore e CEO del Museum of Contemporary Art di Chicago nessuno avrebbe scommesso sul suo successo. Si pensava che mai sarebbe stato capace di intendere gli intricati meccanismi dell’arte e che la sua associazione al parco divertimenti Disney avrebbe ridicolizzato il museo, contaminando il concetto d’arte stessa. Non solo il Museo di Chicago divenne famoso sotto la sua guida ma è tutt’oggi uno dei musei d’arte contemporanea più importanti del mondo. Stesso vale per i teatri, per l’editoria, per il design italiano. La mia prima tesi era incentrata sull’ambiziosa idea di un noto designer italiano -Sergio Calatroni- di realizzare un centro studi per l’architettura e la creazione anonima a Marrakech (il MAAAM). La mia seconda e attuale tesi analizza i rapporti tra Economia e Felicità, alla ricerca di un modo originale per interpretare l’economia attuale. Sembrano tesi da squali della finanza? Rolf Jensen, futurologo danese, scrive: “Ai businessmen dico spesso: se non avete immaginazione, assumete artisti, perché loro scoveranno narrazioni laddove voi vedete solo prestazioni”.

Domanda di rito: un libro che tutti dovrebbero leggere?

Lezioni Americane dell’immenso Italo Calvino. Leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e consistenza (rimasta incompiuta). Sei proposte per il prossimo millennio per sei rispettive conferenze che Calvino avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard e la cui stesura era diventata un ossessione. Morì prima e le lezioni uscirono postume. Un libro adatto, oggi più che mai, al mondo come lo viviamo e vediamo noi.

Ultima cosa: un consiglio a chi sta iniziando l’università ed è indeciso tra pragmatica e cuore?

Studiate economia e sposate un artista. Scherzo. Suggerisco pragmatica e cuore insieme. Non mi pento, soprattutto alla luce dell’attuale situazione italiana, di aver compiuto una scelta apparentemente razionale. Tutto ciò che amiamo resta con noi per sempre e troverà comunque un modo originale per venir fuori, lasciando stupiti in primis noi stessi, come nel mio caso. Io, un artista, lo sposo comunque.

Qui Alessandra tira fuori uno dei suoi sorrisi beffardi e incantatori e fa ridere anche me.

 

Claudia Oldani