Lezione uno: l’impresa che arriva da qualche parte raramente nasce e cresce dentro il suo business plan.
 
Lezione due: se sai compilare un business plan come se non avessi fatto altro in vita tua, probabilmente hai un master in qualche università che ti prepara a entrare in un’azienda “Leader del Mercato”, titolo che non si nega più a nessuno, ma non è detto che tu abbia un incubatore di sogni nello stomaco. Perché la differenza si scopre solo lungo la via impestata di errori e di rabbie sconclusionate più che di tasse: “ma io non sapevo, ma io non credevo, perché a me, perché sempre di lunedì”.  Quelli che non hanno la vocina che non ti lascia in pace finché non hai percorso tutto l’iter di un’idea, andata e ritorno, che non ti graffia lo stomaco e lo fa a fettine; quelli che non hanno un generatore di corrente che collega entusiasmo immotivato ad azioni da tregenda, non hanno nessuna probabilità di diventare imprenditori.
 
Attenzione, che da quando ci hanno rubato un’esortazione nazionale “forza Italia!”,  sottratto una parola importante come ‘libertà’, da quando utili e opa sono diventati importanti come metodo e sogno, tante parole si sono svuotate e poi riempite di nuovo, talvolta con malizia, e poi svuotate e poi perse. Una di queste è proprio imprenditore, che oggi ci appare come una macchietta con le scarpe lucide a punta, un livello culturale sufficiente a divertirsi con la settimana enigmistica facilitata, un portafogli a fisarmonica di coccodrillo colorato e un culto di sé stesso che cresce in maniera direttamente proporzionale alla propria evasione fiscale. 
 
Ma l’Italia, prima di immergersi nelle acque limacciose della “crescita del PIL”, dei palliativi populisti, dei piani a brevissimo tempo, era ed è ancora un mosaico fatto di mattonelle piccole e preziose: le piccole imprese. Fatte da gente che non lavora per prenotarsi il tavolo vip chez Maxim, bensì per l’orgoglio di potere pagare i dipendenti tutti i mesi, comprarsi la casa e un giorno dire ai propri figli “certo che puoi fare teatro sperimentale, figlio mio, invece di lavorare nell’impresa di famiglia”. L’importante è aumentare il capitale della Creatura, nutrire quella specie di bambino nato per chiedere, anche rinunciando quasi sempre, in fase iniziale, anche ai propri emolumenti. Così, il piano, l’impresa, nasce per soddisfare un sogno e, di conseguenza, sfamare quelle stesse bocche che ha affamato per anni.
La parte più difficile nell’iter di un’impresa è certamente quella di fare vedere al mondo che ‘ci siamo’, di fare capire che ‘siamo in grado di colmare una particolare esigenza di mercato , trasformandola così nella nostra occasione’. La parte più esaltante, invece, è scoprire che il mercato non è mai saturo quando si tratta di qualità, di cose fatte perbene.
 
L’impresa, quella vera, non nasce in due settimane e richiede sforzi sovrumani specialmente nella sua fase primordiale: è l’opera comune di un gruppo di persone o un singolo che hanno l’unica forza della propria convinzione. Parte spesso da un garage per conquistare un grattacielo.
Insomma, l’impresa ha qualcosa a che fare con la filosofia, l’astrazione, ma anche con avere la testa dura e le mani doloranti; è un sistema di equazioni le cui incognite non hanno una grande chance di essere risolte, ma che uno lo sa dentro di sé che funzionerà. Perché? Perché sì.

Abbiamo deciso di intervistare dieci personalità nel campo della Piccola e Media Impresa sia Italiana che internazionale, uomini e donne che ci diano un “la”. Siamo in cerca di un suggerimento prezioso che possa, assieme alla nostra convinzione e tenacia, farci cambiare lo sguardo sulle nostre piccole o grandi beghe e farci respirare ammirando un orizzonte più ampio.

 

Intervista a Tiziano Zorzan

Mi trovo al Savoy di Firenze, quello in Piazza della Repubblica, e certo si sente la mancanza del signor Leggio, detto “il cinese” per i suoi occhi a mandorla azzurrissimi, sempre stretti in un sorriso intelligente e dedicato. Uno di quei direttori di sala che ti fanno sentire come se tu non avessi fatto altro in vita tua che scegliere il cocktail migliore. Al suo posto trovo uno stormo di camerieri molto fiorentini, gentili, certo, ma “il cinese“ era tutta un altra cosa.

Sono con Tiziano Zorzan, uno stratega funambolico che l’impresa la vive da un lato oscuro: la sua rimessa in sesto. E’ da qui che voglio partire, dal penultimo scalino che precede il fallimento oppure dalla soglia che rimette in circolo un’impresa ridotta a brandelli. Il lavoro di Zorzan consta nel traghettare le aziende in un porto durante la tempesta: analizzando, esplorando, razionalizzando, fornendo nuove risorse all’interno di un circuito quasi esausto, a volte distruggendo tutte i bizantinismi che si sono impossessati dei cicli produttivi mentre si era distratti.

Incontro Zorzan con la sua compagine toscana, la cui età varia dai diciannove ai ventotto. Stanno discutendo il piano di remise en-forme per un’azienda famosa nel mondo per il suo artigianato esclusivo e posso ascoltarmi – anche se non posso raccontare – l’assegnazione dei compiti prima di procedere con la breve intervista. Ai ragazzi il compito di commentare e reagire in maniera quasi naturale alle affermazioni di Zorzan. “L’azienda deve passare di corsa dallo stadio di pronta alla rottamazione a quello di sana e scalpitante. Si deve agire con velocità, precisione, agendo drasticamente sul prodotto e facendosi aiutare da quella rete liquida che è il web 2.0 Da un lato bisogna che l’azienda guarisca di corsa e questa sì, che è un’impresa, dall’altra che tutti se ne accorgano il prima possibile: siamo tornati, siamo più forti di prima

Zorzan è l’uomo dietro la creazione della Vincenzo Dascanio, un processo da manuale che ha trasformato un talentuosissimo fiorista in una holding della natura prêt-à-étonner con quattro divisioni e risultati da scarica adrenalinica, oltre all’istituzione di una figura fino ad allora inesistente, quella del flowers engineer. Oggi, lasciata l’azienda per percorrere nuove strade limitrofe all’Arte contemporanea e all’altissimo artigianato, opera come consulente e direttore strategico esperto di trasformazione  o, come dicono i colleghi “la sala rianimazione”.

La sua opera di rilegittimazione del brand attraverso politiche commerciali e gestione dell’immagine, unito ad una vorace passione per le sfide ne fanno una figura unica nel panorama italiano, uno che “L’azienda che mi chiama per un’operazione di turn-around management io me la sposo, la porto a casa per la cena di Natale, la mangio, la digerisco e me la sogno  pure. Per questo mi è impossibile lavorare con realtà che non apprezzo profondamente. Non posso sbagliare e questo ha una conseguenza importante: prendo in carico solo quello che sento dentro di me mi porterà al successo e che mi è affine. Le due condizioni sono imprescindibili”.

R: Lei non vuole che io la chiami manager. Come la devo chiamare?

TZ: I managers. Due pillole qua, due pillole là, poi ti danno la ricetta. Nel frattempo li paghi per dirti che l’azienda così non va, che ci vuole più budget e poi se ne vanno. Ecco, io mi chiedo: se c’era un tesoretto nascosto da qualche parte, se ci fosse un budget allocabile alla rinascita, molto probabilmente l’azienda non dovrebbe essere ripresa per i capelli, ne conviene? No, manager no. Preferisco essere un caronte, allora, che traghetta un’azienda da un luogo impervio ad uno meno pericoloso, non dico calmo, ma almeno adatto. Anche se, ad essere sinceri,  le imprese tranquille non esistono.

R: Ma “Caronte” non si può scrivere sui biglietti da visita

TZ: Ottimo punto. Di biglietti infatti non ne ho; mi sono sempre chiesto perché non mi venga spontaneo farmeli stampare e forse lei mi ha appena risposto (sorride).

R: Cosa significa fare impresa nel 2013?

TZ: Vedo l’impresa come un corpo umano. La prima domanda che mi viene spontanea è: “chi è la testa qui?”. Quante ce ne sono? Vanno d’accordo con i centri nervosi? Facciamo un check-up al corpo, analizziamo il sangue, la circolazione e il livello di colesterolo: non si può operare su una parte del corpo se un’altra è in cancrena. Spesso si inizia da ruoli che ad uno sguardo superficiale sembrano non abbiano niente a che fare con l’azienda stessa, ma che invece sono indicatori importantissimi: le persone addette a fare la pulizia del laboratorio creativo, lasciano un ambiente pulito, profumato, affettuoso per quella che è l’incubatrice del prodotto? Una società che affida la cura di sé stessa a persone che dispregiano il proprio lavoro non sa dove stanno i piedi. E se non si trova i piedi  non sa nemmeno stare eretta, figuriamoci se può dipingere o suonare uno strumento.

Nella mia esperienza ci sono solo due casi: gli amministratori – e fra questi includo i proprietari e tutti i gestori di ogni dipartimento – o sono portatori sani dell’azienda oppure ne sono un cancro.

R: Sono curiosa: cosa sono le gambe?

TZ: Le eccellenze con esperienza all’interno dell’azienda. Quelli che sanno fare cose, conoscono la storia, vedono il futuro attraverso le esperienze passate perché ne hanno fatto tesoro.

R: Ora mi manca il cuore

TZ: Il creatore. Quello che ha avuto l’idea. Quello che entra un’ora prima ed esce due ore dopo, che non si leva dalla testa l’azienda nemmeno mentre si addormenta. Le dico un segreto: gli imprenditori veri, le vacanze, le odiano. Ci si annoiano.

R: Qual è l’errore più pericoloso in un’azienda?

TZ: Ce ne sono almeno una decina, ma forse conviene semplicemente pensare alla propria azienda come a una creatura: chi leverebbe il pane dal piatto del proprio figlio? Chi è che tiene la contabilità del dare e dell’avere con i propri bambini? Si dà loro più di quanto si riesca a calcolare, sperando di renderli liberi, saldi sulle loro gambe. Si amano al punto da cercare di diventargli superflui. Si tende l’arco affinché si scaglino il più lontano possibile, vogliamo che diventino “altro” da noi, che diventino loro stessi. Tutto qui. Non credo nelle speculazioni, nelle “furbate” – ne vedo i risultati catastrofici a posteriori, purtroppo. Per me è fondamentale anche la reputazione presso i competitors, è uno dei primi fattori che vado a verificare. Ecco, forse le scorciatoie sono il peggiore degli errori possibili.

R: Nel 2011 ha fondato la Turn Around Management dedicata, possiamo dire, al salvataggio di aziende in difficoltà. Non ha scelto un ambito facile, immagino, e probabilmente di questi tempi ha molto da fare: in che stato versa la piccola e media impresa italiana?

TZ: Intanto vorrei specificare che cambiare direzione non è azione disperata, né l’ultimo atto dell’improvvisazione. L’atto del turn-around è quello di recuperare i propri obiettivi aziendali una volta che si sono persi, ma anche di alzare il tiro quando tutto va molto bene. E’ ricompattarsi con il sogno, riscoprire i propri obiettivi a lungo termine. Si può, e si dovrebbe con frequenza ciclica, stendere i propri panni all’aria fresca e vedere se c’è qualcosa da buttare. E’ anzi auspicabile che all’apice del proprio successo si controlli se la direzione presa è quella corretta, aldilà degli utili che sono uno degli indicatori più importanti, ma non l’unico. L’ambito in cui opero è gratificante e stressante in pari quantità. Per quanto riguarda lo stato dell’impresa italiana soffriamo tantissimo la mancanza di riforme strutturali, certo, ma ogni epoca ha le sue difficoltà congenite e sta a noi trovare le soluzioni, le occasioni. L’imprenditore non aspetta certo lo Stato, mi permetta, per fare il suo percorso.

R: Ci aiuti: quali sono le tre mosse da fare per portare la propria azienda al successo?

TZ: Non esiste un momento in cui si decreta che l’impresa è arrivata al successo e ci si appone il bollino, perché questo vorrebbe dire che esiste un punto X cui si giunge per poi non muoversi più, ovvero che è possibile un tempo di stasi indeterminato. Questo è un falso mito ed un errore gravissimo, che rischia di compromettere la salute dell’azienda stessa, di terminarla.

Detto questo, semplificando molto, si potrebbe dire: la prima mossa è quella di ascoltare la vocina dietro la testa che ti dice sempre se stai facendo qualcosa di buono o no. Abbiamo una parte del cervello che ci indica la strada, che è “nata imparata”: il nostro compito è di iniziare ad ascoltarla, di parlarci. I più grandi imprenditori che ho avuto la fortuna di incontrare hanno tutti una caratteristica comune ovvero danno spazio alle emozioni, senza però mai lasciarsene travolgere. Il secondo è un monito utile in qualunque occasione, ovvero nosce te ipsum: non fare passi più lunghi della gamba, non rischiare più di quello che puoi permetterti di perdere, non bruciare le navi se poi non hai il fegato di rimanere in terra straniera. La terza mossa sembra in antitesi con la prima, ma non lo è: il management della propria impresa è una sommatoria di azioni logiche portate avanti con talento e passione e condite con una visione a lungo termine. Cosa determina la logicità di un’azione sono i numeri, mentre l’istinto guida l’imprenditore laddove i numeri non sono sufficienti, ad esempio nella scelta dei suoi collaboratori e in molto altro. Un’azienda è fatta di persone, non di ruoli. E migliore è la qualità delle persone che ci lavorano, tanta più carica energetica avrà nel corso della sua, si spera, lunga vita. Si può arrivare a mete stra-ordinarie solo mediante straordinarie person.

R: Cosa considera la più grande fortuna di un’azienda?

TZ: Essere colpita dal più benefico dei virus: che ognuno si innamori del suo ruolo all’interno dell’azienda e che tutti i ruoli coesistano senza competizione, per il piacere del risultato globale. E’ l’eccellenza che genera il profitto, non il contrario.

R: Cosa dice alle imprenditrici?

TZ: Niente che non direi anche a un imprenditore.

R: Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia nel secondo trimestre del 2012 è da record. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni è infatti salito, nel secondo trimestre 2012, al 33,9%, dal 27,4% dallo stesso periodo 2011: c’è qualcosa che si sente di dire ai giovani?

TZ: Cosa vuole che si possa dire ai giovani? Guardi che Paese gli abbiamo consegnato. Ma c’è stata mai una generazione che ha consegnato un Grande Paese a quella successiva? Direi loro di combattere con onore, di uccidere i propri padri, filosoficamente si intende, di superare i propri maestri. I giovani hanno dentro di sé risorse e forze infinite, sono cittadini del mondo, possono imparare da persone dall’altra parte del globo, partecipare a lezioni online di altissima caratura gratuite o quasi, parlare le lingue spostandosi velocemente e condividere contenuti come mai prima d’ora. Dico: non fate il gioco di chi vi vuole in cassa integrazione, voi siete la creatività, il futuro. Datevi da fare.

Autore: Juanita de Paola

Crediti: Foto di Tiziano Zorzan di Andrea Vierucci