Regia: Quentin Tarantino

Interpreti: Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L.Jackson, Kerry Washington, Franco Nero

Durata: 2h 45min

Ci sono registi che non hanno bisogno di presentazioni. Classica frase, questa, per introdurre persone o personaggi che, attraverso il loro stile, la loro personalità e le loro opere si distinguono dalla massa. Kubrick, ad esempio. Lynch. Il fu Woody Allen. E Tarantino, appunto.

Quentin Tarantino: basta il nome per rievocare violenza, sparatorie, mix di generi, citazioni, musiche entusiasmanti, dialoghi geniali, storie originali. Per recensire il suo Django Unchained ho dovuto aspettare due settimane necessarie per riflettere a freddo, in modo da non entusiasmarmi troppo per un regista che amo e in modo da cercare di distinguere la sua ultima produzione dalle sue precedenti. Vediamo com’è andata.

Il buon Quentin che, come sappiamo, è un grande amante di Spaghetti Western e film trash italiani, decide di girare la sua ultima fatica prendendo proprio spunto da questi generi, in particolare basandosi su un film di Sergio Corbucci datato 1966, Django. La differenza tra i due è notevole già dalle prime scene, benché i titoli e il tema della colonna sonora siano identici. Siamo qui nel 1858, e lo schiavo di colore Django (Jamie Foxx) viene liberato dal dottor King Schultz (Christoph Waltz) in cambio di un favore: riconoscere e uccidere tre uomini, i padroni della piantagione per la quale lavorava il nigger [ops scusate, mi sono lasciato prendere dal vocabolario tarantiniano]. Seguirà uno stretto legame tra i due che li porterà a una sanguinosa collaborazione in nome del vile denaro e del più nobile amore: c’è in ballo una donna, signori. Tra deserti e praterie, sangue e violenza, riusciranno i nostri eroi a cavallo (di cui uno suscita scalpore) a salvare la nostra amata dalle grinfie del perfido Mr Candie (Leo DiCaprio) e dal nero-nonpiùnero Stephen (Samuel L. Jackson)? Guardate e saprete.

Quando si guarda una pellicola di Tarantino, di solito, si cerca di individuare come prima cosa il suo marchio di fabbrica, e poi le citazioni e gli spunti presi da altri film. Partiamo dalla prima: niente classica inquadratura dal basso. Niente classici flashback. Niente dialoghi-fiume poco impegnati (ad eccezione della splendida scenetta del Ku-Klux Klan, imperdibile). Che succede? Il nostro regista preferito si è snaturato? Ecco qui la spiegazione, a mio avviso: egli cerca di rispettare il canovaccio western per certi versi, e tende quindi a mostrarci una storia lineare, a cui non siamo abituati se ricordiamo i suoi film precedenti. Sbagliato però dire che Quentin non auto-citi sé stesso, perché le sparatorie, il sangue, i dialoghi “waltziani” in diverse lingue ci sono, così come la vendetta degli oppressi, il suo immancabile cameo e la parola “negro” non mancano. La conseguenza, però, non è così ovvia: non si pensi infatti che il regista giri uno Spaghetti Western! Certo, le innumerevoli e geniali citazioni ci sono, ma il genere originale era diverso. Per come la vedo io, il vero Spaghetti Western era una lotta fra l’uomo e la natura, l’uomo e l’uomo, l’uomo e lo sporco. Valorosi guerrieri cowboy o mercenari in guerra per un pugno di dollari, con il sole ustionante, il freddo pungente, il sudore imperante, il deserto frustrante, il menzognero ignorante (ma furbo), lo sceriffo vigilante. Anche i moderni western possono ricreare quelle atmosfere, vedere lo splendido Gli Spietati di Clint Eastwood, che di western ne ha visti abbastanza. Questo di Tarantino è un western a metà, farcito di modernità, mezzi tecnologici superiori e necessità di auto citarsi.

Quando pensi a certi registi, dicevo, pensi anche a come le loro vite professionali siano legate indissolubilmente a taluni attori. Pensate a Fellini – Mastroianni, o a un più recente Peter Jackson – Andy Serkis. Anche Tarantino ha i suoi feticci, e si tratta del sempreverde Samuel L.Jackson (alla sua quinta collaborazione) e al nuovo Cristoph Waltz (di nuovo magistrale, punta facilmente al’Oscar). Fenomenali nelle loro parti, che si incastrano perfettamente con la cattiveria di un DiCaprio mai visto. Capirete quindi che, una volta usciti di scena due di questi tre personaggi, il film prende una piega meno entusiasmante, più noiosa e tendente alla parodia. Se prima infatti lo spettatore era incollato allo schermo grazie alle prove recitative sublimi, poi la vendetta di Django è alquanto prevedibile e risibile. Quentin cerca di ripetere il finale rapidissimo e inaspettato di Kill Bill 2, ma non vi riesce: la vendetta è sì immediata, ma priva di pathos e inutilmente scimmiottesca. Non ho gradito infatti la battuta di Eli Wallach de Il buono, il brutto e il cattivo a fine film pronunciata dal padrone di casa Stephen, ne la musica finale di Trinità a vendetta compiuta. Va bene omaggiare i capolavori, ma in questo strano finale non le ho viste di buon occhio. Colonna sonora  comunque impeccabile, impreziosita da un pezzo originale di Morricone cantato dalla nostra Elisa.

Innumerevoli gli omaggi ai passati western e non solo, dal citato Django ai film di Leone, dal cavallo che nitrisce come in Frankenstein Junior al Beethoven kubrickiano evocatore di terribili ricordi. Tutto molto western, ma senza l’anima giusta. Un’anima diversa.

In conclusione: Django Unchained non è sicuramente il suo capolavoro (per me girato nel 1994), ma averne di registi così. Personalmente ho preferito altri suoi film a questo; c’è da dire, però, che film così escono una volta ogni tanto, e che bisogna gustarseli, anche perché le innumerevoli citazioni, oltre ad essere dimostrazione di gran cultura e intelligenza da parte del regista, accendono di sicuro la curiosità dello spettatore attento  che andrà a ricercarsi quelle che sono pietre miliari del nostro italianissimo cinema. E non c’è italianissimo cinema (western) senza Morricone.

Voto: 8