Vincent Van Gogh, il padre della pittura moderna, con le sue opere fece esplodere il colore. Arte potente, vigorosa, bruciante come la sua anima, divorata quasi fosse uno dei paesaggi che amava dipingere, infiammati da un sole possente e ineludibile.

Si uccise a soli trentasette anni, il 27 luglio 1890. “La vita è breve per tutti e il problema sta nel farne qualcosa di valore” scrisse nel 1885. Certamente Van Gogh diede grande significato alla propria esistenza. Testimonianza importantissima di  ciò sono le lettere che scrisse al fratello Theo, un ricco epistolario che ci consente di capire profondamente l’animo di Vincent,  la sua grande curiosità tanto in campo artistico, quanto umano.

Vivere con Van Gogh non fu facile “perchè agiva, sentiva, pensava, viveva in modo diverso dai suoi coetanei, aveva sempre un’aria assorta, malinconica”. Da un lato tendeva ad isolarsi; dall’altro era costantemente alla ricerca di amicizia, affetto, amore. Nonostante ciò la sua intera esistenza fu animata da una sorta di fede, che poco o nulla aveva a che fare coi dogmi  o con la Chiesa.

Nacque nel 1853 a Zundert, in Olanda, figlio di Theodorus Van Gogh,  severo pastore protestante, e di Anna Cornelia, che ebbe il grande merito di trasmettere al figlio la passione per la scrittura, che fu, dopo la pittura, il suo modo di espressione privilegiato, considerato che la sua oratoria restò per tutta la vita un imbarazzato farfuglio.

Della sua infanzia sappiamo poco o nulla; di certo siamo al corrente che a quindici anni, dopo aver abbandonato gli studi, la famiglia decise di farlo raccomandare da uno zio presso la Galleria La Goupil a L’Aia. Fu proprio lì che nacque l’amore di Vincent per l’arte. Lì potè visitare musei, mostre, ma anche incontrare pittori in carne ed ossa. Curiosissimo di tutto, quando ancora non aveva compiuto i diciannove anni, si spostò prima a Bruxelles e poi a Parigi. Adorava cambiare città, visitare posti nuovi, vedere la vita aprirsi in ogni sua forma, pur rimanendovi ai margini senza prendervi parte per via del carattere chiuso e ombroso.

Grazie all’aiuto dei genitori, Van Gogh si trasferì a Londra dove il rifiuto di Ursula Loyer, giovane figlia della donna che gli affittava una camera della propria casa, acuì la tendenza malinconica e nevrotica di Van Gogh. Decise così di lasciare Londra alla volta di Parigi, dove rimase per circa un anno. Incominciarono qui le sue crisi mistico-religiose, come testimonia la lettera nella quale consiglia al fratello Theo di distruggere tutti i libri tranne la Bibbia, aggiungendo: “Non bisogna giudicare Dio da questo mondo, perché è solo uno schizzo che gli è riuscito male”.

Vincent viveva come un asceta, bevendo acqua e concedendosi solo qualche tozzo di pane; l’unico lusso cui non rinunciò mai fu la pipa, sempre accesa. S’innamorò spesso, arrivando a convivere con Sien, ritratta nel disegno “Sorrow”, probabilmente l’unica donna con cui ebbe un rapporto duraturo.

Cominciò a schizzare i primi disegni. Decise di farsi evangelista e di andare a predicare nel Borinage, dove vivevano unicamente minatori con le loro famiglie. Lì scoprì l’esistenza di chi dell’Uomo che vive per sopravvivere, vide bambini costretti al lavoro, morti giovanissimi a causa di incidenti e malattie dovute alle malsane condizioni di lavoro. Così decise di vivere alla loro stregua, regalando i pochi abiti che possedeva, il suo letto, nutrendosi con loro e come loro (soprattutto pane e patate), volendo portare su di sé il loro dolore. Gli ispettori della Chiesa scoperto questo fatto gli tolsero l’incarico per “aver svilito la dignità sacerdotale”. Da allora smise ogni pratica religiosa, smise di nutrire qualsiasi speranza in Dio, credendo disperatamente solo in sé stesso, nauseato dal mondo, dalla natura, dall’esistenza stessa.

Tornò a casa, dai genitori: è questo il periodo, siamo circa nel 1880, in cui il fratello Theo cominciò a inviargli denaro e diventò il confidente degli sforzi di Vincent per diventare un bravo pittore. Sforzi enormi considerato che Van Gogh arrivò a trent’anni senza mai aver preso in mano un pennello e senza alcuna nozione di pittura. Furono dunque solo la sua forza maniacale, la sua determinazione implacabile, l’ambizione unita alla consapevolezza che i propri lavori contenevano qualcosa che gli altri non avevano, a portarlo ai risultati che tutti oggi vediamo. Dipingeva tantissimo, instancabilmente giorno e notte, cercando di carpire alla natura inesorabile che si stagliava davanti a lui il suo segreto.

Il primo capolavoro di Van Gogh è “I mangiatori di patate”, quadro in cui si riflette l’esperienza di vita vissuta presso la comunità di minatori del Borinage. Il colore è scuro, pastoso, nei toni del marrone e del grigio, toni che hanno le patate quando sono colte. I personaggi del dipinto mangiano le patate con le stesse mani che hanno ficcato nella terra per coglierle. E’ la sacra comunione della classe lavoratrice. Vincent manda il quadro al fratello Theo, ma è troppo scuro e inquietante per poter essere venduto. Tormentato dal dubbio del fallimento decide di andare a Parigi, dove tutto è luminoso e vitale.

A Parigi viene a contatto con l’ambiente impressionista, ma se ne distacca immediatamente. La natura dipinta da Vincent è sgraziata, crudele, tutto l’opposto della visione impressionista. Riesce a partecipare a una piccola mostra in un caffè; qui decide di esporre “Girasoli” e “Un paio di scarpe”. Tecnicamente sono nature morte, ma in esse di morto non vi è nulla. “Un paio di scarpe” sono quelle del pellegrino, in cammino, in continua ricerca. I “Girasoli” sono simbolo di pericolo, racchiudono l’enigma di una natura che per l’artista è sempre una natura matrigna, malevola, che nulla risparmia. Così i semi neri, bruciati, i petali accartocciati sono chiaro presagio di un destino che si ripercuote implacabile sull’uomo.

A Parigi incontra Gaughin e ne diviene totalmente succube. Entrambe figure scomode per l’ambiente artistico, attirati dai bassifondi, spesso molesti. Ma presto Gaughin lascia Parigi, troppo difficile vivere con Vincent, che, intorno al 1888, decide di spostarsi in Provenza. Là torna ad immergersi totalmente nel lavoro. Scrive a Theo“devo lavorare, dipingere il grano, ha tutti i toni!” Di questo periodo sono opere come “Il seminatore”, un inno al lavoro nei campi, al miracolo della fertilità, dove il soggetto sembra galleggiare su un tappeto colorato, vivo.

Ne “Notte stellata sul Rodano”, la fusione tra terra e cielo è totale. La scoperta del colore lo trascina; è affascinato in modo particolare dai colori opposti, complementari (il blu e il giallo, il verde e il rosso), dagli stimoli che queste opposizioni inducono ai sensi.

Al cuore dei dipinti di questo periodo fruttuoso c’è sempre la contrapposizione tra compagnia e solitudine. Esempio ne è “Il caffè di notte”: il caffè, il ritrovo di chi è solo e disperato.. Scrive al fratello Theo: “Ho cercato di esprimere che il caffè è il luogo dove ci si può distruggere, impazzire, commettere un crimine”.

Gaughin lo raggiunge in quell’estate, si ferma solo un mese. Questo incontro altro non fa che sottolineare le differenze alla base della concezione della pittura e della vita dei due autori: per Gaughin l’arte è tuffo nella pura sensazione; per Van Gogh niente è gioia senza sacrificio e fatica.

L’abbandono di Gaughin è alla base del famoso gesto del taglio del lobo dell’orecchio: Vincent si automutila e porge il proprio lobo reciso in un fazzoletto a una ragazza di un bordello.

Dopo il ricovero volontario in clinica psichiatrica, Van Gogh peggiora fortemente, alternando momenti di lucidità a periodi di forte crisi. Dipinge quando sta bene, ma accade raramente. E’ del 1889 l’ultimo autoritratto definito “Uno studio in un momento di calma”. Definizione che stupisce chi osservando il dipinto è spinto nei vortici della pittura, nei colori che lo avvolgono. Lo sguardo però è calmo, attento: lo sguardo di chi non si è ancora arreso.

All’uscita dall’ospedale Van Gogh è preda di una nuova ondata creativa, rivoluzionaria per tutta l’arte. E’ del 1890 “Campo di grano con corvi”, il dipinto che ha cambiato la storia dell’arte. La prospettiva è nuova, la strada sembra invertita, non va da nessuna parte, i campi che affiancano la strada sembrano salire verticalmente quasi fossero un paio di ali in movimento. I codici visivi sono stati scardinati. Il colore trema e avvince: Van Gogh crea l’arte moderna.

Ciononostante pone fine alla sua vita con un colpo di pistola alla testa. Sopravvisse giusto il tempo perché il fratello Theo potesse stargli accanto nell’ultima notte della sua vita, il 29 luglio 1890.

Quella di Van Gogh, per la società ben pensante uno “squilibrato con eccitazioni violente di tipo maniacale, con scatenamenti brutali come manie rabbiose […] La sua mancanza di ponderazione mentale si rivelava nelle eccentricità: ingoia i colori, […] esce di notte per dipingere alla luce di una corona di candele fissate sul cappello; ossessionato da idee di autocastrazione, si mozza il lobo di un orecchio”, è la vicenda di un uomo che tra digiuni forzati e privazioni di ogni genere, con la sua genialità ruba alla realtà il suo segreto inaccessibile.

57 anni dopo Antonin Artaud, dopo 9 anni di manicomio, 51 coma da elettroshock, folgorato e sconvolto dalla pittura di Van Gogh incontrata in una mostra all’Orangerie, in un libro dal titolo emblematico “Van Gogh il suicidato della società” scriverà : “Solo pittore Van Gogh, sì, e niente di più, niente filosofia, né magia, né mistica, né dramma, né letteratura, né poesia. I suoi girasoli d’oro e di bronzo sono dipinti, sono dipinti come girasoli e nient’altro, ma adesso per capire un girasole in natura bisogna prima rivedere Van Gogh […] Credo che Gaugin pensasse che l’artista deve ricercare il simbolo, il mito, ingrandire le cose della vita sino al Mito, mentre Van Gogh pensava che bisogna saper dedurre il mito dalle cose più comuni della vita. E in questo, io penso che avesse maledettamente ragione. Perché la realtà è terribilmente superiore a ogni storia, a ogni favola, a ogni divinità, a ogni surrealtà. Basta aver la genialità di saperla interpretare.”